STAMPA ESTERA

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Papa Francesco e la Chiesa: cambio di stile o restyling?

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Papa Francesco

In un breve passaggio di una più ampia analisi, il New York Times coglie e sintetizza con chiarezza il nocciolo della continuità, nell’apparente discontinuità, del nuovo pontificato rispetto al corso impresso dal suo predecessore.

“Il nuovo papa, noto per suoi modi semplici, pastorali, e per il suo legame con i poveri, in qualche modo contrasta con il suo predecessore, Benedetto XVI, un teologo freddo che ha rinunciato al suo incarico – primo papa ad averlo fatto negli ultimi 598 anni – dicendo di non sentirsi più all’altezza del rigore del suo mandato.

Eppure, Francesco condivide le stesse posizioni dottrinali fondamentali di Benedetto XVI, e appare improbabile che possa promuovere cambiamenti nelle posizioni della Chiesa, per esempio, sull’ordinazione delle donne prete, o nella stretta opposizione all’aborto o ai matrimoni egualitari.”

L’articolo originale del New York Times è qui

Sullo stesso argomento leggi anche: Rinuncia di Papa Benedetto XVI : la crociata dimenticata del cardinale Ratzinger

Written by pierpaolocaserta

marzo 15, 2013 at 9:48 am

Rinuncia di Papa Benedetto XVI : la crociata dimenticata del cardinale Ratzinger

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Anche se ora i riflettori sono puntati su Francesco I, uno sguardo al passato potrebbe far capire meglio il presente. Tanto più che, a quanto ho letto sui primi commenti della stampa di Argentina e dintorni circa il card. Bergoglio, non sembra ancora arrivato il bel tempo per la Teologia della Liberazione.

Josè F. Padova

 

Rinuncia di Papa Benedetto XVI : la crociata dimenticata del cardinale Ratzinger

Maurice Lemoine,

Le Monde Diplomatique, marzo 2013, pag. 28

(traduzione dal francese di José F. Padova)

Nei commenti sulla rinuncia di Papa Benedetto XVI domina una tonalità: lasciando il suo trono con «coraggio e piglio brioso», il Sovrano pontefice si conforma ai criteri della modernità. Eppure, in America Latina, il ricordo che l’ex cardinale Joseph Ratzinger ha lasciato rimarrà collegato a un grande balzo all’indietro.

Ritorno agli anni ’60 – epoca in cui dom Hélder Câmara, l’arcivescovo di Recife che incarna la coscienza dei cattolici progressisti del Continente, fece la constatazione restata celebre: «Quando do da mangiare ai poveri dicono che sono un santo; quando chiedo perché sono poveri mi trattano da comunista». La miseria, l’analfabetismo, la marginalizzazione di decine di milioni di abitanti hanno provocato la radicalizzazione di un gran numero di cristiani e di alcuni membri della Gerarchia. In un clima di aggiornamento, sotto il pontificato di Giovanni XIII e soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965), l’enciclica Populorum Progressio porta, nel marzo 1967, l’appoggio di Roma alle prese di posizione del clero progressista, in particolare quello brasiliano.

Dal 26 agosto al 6 settembre 1968, inaugurata da Paolo VI, la Seconda Conferenza generale dell’episcopato latino-americano si riunisce a Medellín (Colombia). Durante la prima assemblea un giovane teologo peruviano, Gustavo Gutiérrez, presenta un rapporto sulla «teologia dello sviluppo». Poiché l’idea seguiva il suo corso, il documento finale, dopo aver affermato che il Continente è vittima del «neocolonialismo», dell’ «imperialismo internazionale del denaro» e del «colonialismo interno», riconosce la necessità di «trasformazioni audaci, urgenti e profondamente innovatrici» (1). Questa professione di fede segna l’atto di nascita della Teologia della liberazione. Procedendo a una lettura impegnata del Vangelo, una delle sue convinzioni centrali è che esiste, accanto al peccato personale, un peccato collettivo e strutturale, vale a dire una pianificazione della società e dell’economia che causa sofferenza, miseria e morte di innumerevoli «fratelli e sorelle umani». Nelle campagne, nei quartieri popolari e nelle bidonville una generazione di membri del clero s’impegna concretamente, e quindi politicamente, al fianco dei più impoveriti.

Di solito tetra, l’espressione dei vescovi conservatori si incupisce ancor più. Si manifestano tre poli di resistenza: l’Argentina e il Brasile, governati dai militari senza che quei prelati se ne emozionino, e la Colombia. Nessuno quindi resta sorpreso quando il tentativo di riconquista del terreno perduto a Medellín mette in prima linea un cittadino di quel paese, Alfonso López Trujillo. Il suo ruolo si allarga quando, vescovo ausiliare di Bogotá; viene eletto segretario generale del Consiglio episcopale latino-americano (Celam), nel novembre 1972, prima di diventarne ulteriormente il presidente fino al 1983. A partire dal 1973 i dirigenti di quell’organismo denunciano una «infiltrazione marxista» nella Chiesa. Eppure i teologi della liberazione lo avevano ripetuto molte volte: del marxismo essi utilizzano solamente i concetti che appaiono loro essere pertinenti – la fede nel popolo come artefice della sua storia; alcuni elementi di analisi socio-economica; il funzionamento dell’ideologia dominante; la realtà del conflitto sociale (2). Non per questo mons. López Trujillo si sforza meno di silurare questa corrente di pensiero. E presto riceverà una grande spinta: l’aiuto del Vaticano.

Dopo la morte di Paolo VI è il polacco Karol Wojtyla, diventato Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, colui che guida la terza Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano di Puebla (Messico). A quell’epoca tutti i Paesi della regione, salvo quattro, sono sottoposti a regimi militari. Mentre i vescovi confermano la «scelta prioritaria dei poveri», il nuovo Papa evita qualsiasi dichiarazione sulle tensioni che attraversano la Chiesa latinoamericana. Ma si astiene altrettanto dal denunciare i regimi dittatoriali. Segnato dalla sua esperienza di un Paese del Blocco orientale, ferocemente anticomunista, adotta una lettura semplicistica degli avvenimenti e, nel 1981, chiama a Roma un teologo tedesco con il quale ha stretto rapporti personali, il cardinale Ratzinger, che diviene Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – l’antica Inquisizione.

Con alle spalle, quale massima esperienza pastorale sul territorio, un anno di vicariato in una parrocchia di Monaco, il nuovo «ideologo in capo» diventa il migliore sostenitore di mons. López Trujillo (che lo raggiungerà nel 1983 quale membro della Congregazione). In un ambiente di guerra fredda, il Nicaragua in particolare diventa una specie di «modello polacco», nel quale la Gerarchia è chiamata all’aperta resistenza contro il regime sandinista – d’ispirazione tanto cristiana quanto marxista – e un partenariato informale si annoda fra il Vaticano e gli Stati Uniti di Donald Reagan per combattere, fra l’altro, la «minaccia comunista» in America Centrale.

In occasione di un discorso pubblico pronunciato in Vaticano nel settembre 1983, Ratzinger si lascia andare a una violenta requisitoria: «L’analisi del fenomeno della Teologia della liberazione lascia apparire chiaramente un pericolo fondamentale per la fede della Chiesa (3)», denunciando un radicalismo «la cui gravità è spesso sottostimata, perché questa teologia non entra in alcuno schema di eresia presente fino a oggi». «Il mondo viene a essere interpretato alla luce dello schema della lotta di classe (…). Il “popolo” diventa così un concetto opposto a quello di “gerarchia”, antitetico a tutte le istituzioni qualificate come forze di oppressione». I termini vivaci di una prima istruzione della Congregazione, datata 3 settembre 1984, risuonano come una condanna per la sinistra del clero latinoamericano.

Precedentemente il «Grande Inquisitore» aveva indirizzato all’episcopato peruviano un documento in dieci punti sul lavoro di padre Guttiérez, prima di obbligarlo a «revisionare» le sue opere, con procedimento degno di quello riservato a Galileo. Nel marzo 1985 la folgore si abbatte sull’opera Chiesa, carisma e potere, del francescano brasiliano Leonardo Boff. Messo al bando dalla casa editrice che dirigeva, il padre Boff si vede vietare l’insegnamento e la presa di posizione pubblica. In un Paese – il Brasile – che esce da vent’anni di censura militare, questa sanzione provoca indignazione (4).

Di fronte all’amarezza che questi diktat provocano, Giovanni Paolo II cerca di mettere sotto controllo l’incendio sul quale il «Panzerkardinal» getta benzina a interi bidoni. Evocando la teologia contestata, in una lettera del 9 aprile 1986 all’episcopato brasiliano il Papa giudica che essa «non è soltanto opportuna, ma utile e necessaria». Arriva perfino a condannare la nuova ideologia dominante, il capitalismo liberale. Resta il fatto che, con una volontà ben ferma di liquidarne l’eredita, Roma smantella le conquiste di Medellín. Con nomine di vescovi conservatori e di membri dell’Opus Dei (5), con l’accresciuto spazio accordato a movimenti come i neocatecumenali, i Legionari di Cristo, il Rinnovamento Carismatico, il duo Wojtyla-Ratzinger rafforza la tendenza conservatrice. Per ridurre l’influenza di pastori giudicati troppo contestatori, alcune diocesi, come quella del cardinale Paulo Evaristo Arns, in Brasile, vengono sapientemente ridimensionate. Nel 1985 mons. José Cardoso, paracadutato dalla Curia romana, rimpiazza dom Hélder Câmara, raggiunto dai limiti d’età. Il nuovo venuto si porta dietro rapidamente tutto il suo clero e le sue squadre di laici militanti.

Se i preti che partecipano al governo sandinista sono biasimati, questo non sarà mai il caso per quelli che hanno collaborato con la Giunta militare argentina. E ci si ricorderà per lungo tempo del giorno in cui Giovanni Paolo II, visitando in più riprese l’America Latina, ha dato la comunione alla coppia Pinochet [ndt.: per non parlare del Papa e del sanguinario Dittatore insieme sul balcone della Moneda]. È meno noto il fatto che, quando l’ex dittatore cileno fu arrestato a Londra dal novembre 1998 al marzo del 2000, il cardinale cileno Jorge Medina avviò negoziati riservati a favore della sua liberazione e del suo ritorno immediato a Santiago. Occorre precisare che questi negoziati furono appoggiati dalla Santa Sede da parte dei cardinali López Trujillo e Ratzinger. meno fortunati, centoquaranta teologi che avevano tentato di mettere in pratica le apertute del Concilio Vaticano II, sono stati sanzionati durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Diventato Benedetto XVI e ricevendo il 5 dicembre 2009 un gruppo di prelati brasiliani, l’ispiratore e teorico delle misure conservatrici di Wojtyla inveiva, sempre evocando la Teologia della Liberazione: «Le ripercussioni più o meno visibili di questo comportamento, caratterizzate dalla ribellione, dalla divisione, dal disaccordo, l’offesa e l’anarchia, perdurano tutt’oggi, producendo nelle vostre comunità diocesane una grave sofferenza e una forte perdita di forze vive (6)…». Si può essere Santo Padre ed essere poco incline al ravvedimento o al perdono.

 

NOTE:

(1)    Conférence générale de l’épiscopat latino-américain, L’Eglise dans la transformation actuelle de l’Amérique latine à la lumière du concile Vatican II, Editions du Cerf, Paris, 1992.

(2)    « Théologie de la Libération. Pourquoi cette méfiance ? », Etudes, no 3851-2, Paris, juillet-août 1996.

(3)    Diffusion de l’information sur l’Amérique latine (DIAL), D 930, Paris, 19 avril 1984.

(4)    Leonardo Boff chiedrà la propria «riduzione allo stato laicale» nel luglio 1992..

(5)    Il cui fondatore, mons. Josemaría Escrivá de Balaguer, sarà beatificato nel 1992. Leggere Juan Goytisolo, « Un saint fasciste et débauché », Le Monde diplomatique, octobre 2002.

(6)    Vatican Information Service, Rome, 7 décembre 2009.

 

Maurice Lemoine

 

Written by pierpaolocaserta

marzo 14, 2013 at 3:39 pm

Pubblicato su Senza Categoria

Detto fra noi

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copertina economist

L’Economist in uscita oggi sulla scia del socialdemocratico tedesco Peer Steinbrueck, che aveva commentato i risultati delle elezioni italiane dicendosi inorridito dal risultato conseguito da due clown. Il presidente Giorgio Napolitano aveva risposto annullando l’incontro previsto con Peer Steinbrueck.

Napolitano ha fatto benissimo, però, detto fra noi…

Written by pierpaolocaserta

marzo 1, 2013 at 7:41 am

Berlusconi suscita indignazione elogando Mussolini nel Giorno della Memoria

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John Hooper su “The Guardian”, 27/01/2013

Silvio Berlusconi è stato accusato domenica di essere “vegognoso”  per aver elogiato  il dittatore italiano Benito Mussolini proprio nel Giorno della Memoria.

Parlando con i giornalisti in occasione di un evento commemorativo, durante il quale si è addormentato, Berlusconi ha dichiarato che le leggi razziali antisemite di Mussolini hanno rappresentato l’azione più imperdonabile da parte di chi  “per tanti altri versi aveva fatto bene”.

Berlusconi, inoltre, ha dichiarato che l’Italia “non ha avuto le stesse responsabilità della Germania”, e che la collaborazione di Mussolini con Hitler “non era del tutto consapevole all’inizio”.

Le sue dichiarazioni, apparentemente volte a sottarre terreno all’estrema destra, hanno suscitato una levata di scudi da parte di altri politici italiani. Dario Franceschini, leader del Partito Democratico (Centrosinistra) alla Camera, le ha definite una “vergogna e un insulto alla storia e memoria”.

Marco Meloni, responsabile Istituzioni della segreteria del Pd, ha aggiunto: “La nostra Repubblica si fonda sulla lotta al nazifascismo e sulla Resistenza, e queste sono parole intollerabili e incompatibili con la guida di forze politiche democratiche.”

Intanto, come è accaduto più volte, in vista delle elezioni del 24 e 25 febbraio, Berlusconi è riuscito a catturare i titoli dei giornali. Le sue strategie hanno contribuito ad invertire la tendenza al declino del suo Popolo della Libertà, da quando ne ha abbandonato il comando, lo scorso dicembre.

I commenti di Berlusconi, insieme alle accuse affiorate nel fine settimana di enormi fondi neri  presso una banca tradizionalmente vicina alla sinistra, sembrano destinati ad accendere una campagna elettorale che fino a quel momento era stata piuttosto spenta. Le elezioni sono fondamentali per la stabilità dell’Italia e della zona euro. L’economia italiana è la maggiore della travagliata periferia della moneta unica, ed è caratterizzata da un ingente debito pubblico e da uno scarso potenziale di crescita; non può permettersi un parlamento privo di una maggioranza.

Il quotidiano di sinistra La Repubblica ha riferito nel fine settimana che i pubblici ministeri stavano cercando di capire che fine avessero fatto 2,6 miliardi di Euro (circa 2,2 miliardi di Sterline) versati su un conto bancario a Londra a margine della vendita di Banca Antonveneta alla banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena (MPS), tradizionalmente legata alla Sinistra.

Dell’intera somma, 1 miliardo di Euro pare fosse destinato ad una transazione con una banca internazionale, ma i rimanenti 1,5 milardi di Euro sembrerebbero essere scomparsi e i pubblici ministeri, secondo quanto scritto dal quotidiano, sospettano che il denaro sia rientrato in Italia per costiture un fondo nero.

Vere o false che siano, le accuse potrebbero rivelarsi estremamente dannose per il PD, che attualmente guida i sondaggi. Il suo leader, Pierluigi Bersani, ha replicato a chi accusa il partito, dicendo “se ci attaccano li sbraniamo”.

Al momento non è chiaro chi ne abbia beneficiato, e non vi sono indicazioni che qualsiasi altra istituzione coinvolta nella vendita abbia commesso illeciti. L’attuale dirigenza del MPS ha dichiarato che sta collaborando pienamente con i pubblici ministeri.

La Repubblica sostiene che le conclusioni dei pubblici ministeri potrebbero non essere divulgate perima delle elezioni. Ma in questo caso si apre la prospettiva di un lento stillicidio di indiscrizioni dei media fino al voto.

(…) La vicenda MPS potrebbe anche iniettare nuova linfa nella campagna principe del Movimento Cinque Stelle (M5S), guidata dal blogger e comico Beppe Grillo. Da tempo il M5S si scaglia contro la corruzione nelle alte sfere. Il sito Termometro Politico, che offre una media aggiornata dei risultati dei sondaggii, ha calcolato che il movimento di Grillo è atteso intorno al 13% dei voti.

Accreditati del 37-38% dei voti circa, il PD e suoi alleati sembrano sicuri di avere la maggioranza alla Camera dei Deputati. Con il sistema elettorale italiano in vigore, alla coalizione che vince le elezioni viene assegnato un bonus che le garantisce più della metà dei seggi. Ma le regole per il Senato sono diverse e qui il PD e il partito di sinistra radicale Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) non sembrano in grado di raggiungere la maggioranza.

Dal momento che i due rami del Parlamento hanno uguali poteri, questo significherebbe stallo, a meno che il centro-sinistra trovi un partner di coalizione. Con Grillo che non prende in considerazione alcun tipo di accordo, l’unica prospettiva realistica è quella di una libera alleanza con Monti che riunisca riformisti liberali, cristiano-democratici conservatori e i neofascisti rinnovati. Ma ne scaturirebbe una maggioranza molto eterogenea – e forse ingovernabile.

Link all’articolo originale:

http://www.guardian.co.uk/world/2013/jan/27/berlusconi-praise-mussolini-holocaust-memorial-day

Written by pierpaolocaserta

febbraio 2, 2013 at 8:53 am

Pubblicato su Italia, The Guardian

Cittadinanza, un termine abusato, ma speranze intatte

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Le Monde Diplomatique

Le Monde Diplomatique, settembre 2012, Supplemento, pagg. 3-4

 Allan Popelard (geografo presso l’Istituto francese di geopolitica, Università Paris-VIII)

traduzione dal francese di José F. Padova

Straordinaria conquista in un XVIII secolo monarchico, la democrazia rassomiglia a un monumento incompiuto, il cui architetto sarebbe scomparso. La rappresentanza politica gira a vuoto, l’astensionismo degli elettori aumenta, la crisi sociale rende fragile il cittadino… Un ritorno alla storia e a qualche concetto-chiave permette di individuare le crepe, nella prospettiva dei lavori di recupero.

Alienata dal «triangolo di ferro» (1) costituito dall’alleanza fra i dirigenti politici, economici e mediatici, divisa da quell’ «odio della democrazia» (2) che separa i cittadini che si mantengono all’interno del «cerchio della ragione» liberista da quelli che ne sono esclusi, limitata non più soltanto dalle Costituzioni, ma anche dalle «costrizioni esterne» della mondializzazione, la sovranità popolare sembra non essere più altro che una fonte di legittimità fra le tante altre. Se questa espropriazione democratica è stata possibile lo si deve al fatto che le forme istituite della cittadinanza – questo strumento della sovranità – non erano sufficientemente equipaggiate per opporvisi. La delegazione del potere, costitutiva delle democrazie, non permette ai cittadini di controllare i loro rappresentanti se non a priori, su un programma politico, e a posteriori, su un resoconto. Fra i due termini del mandato la delegazione del potere è un esproprio. Come controllare l’azione dei rappresentanti se non esiste né mandato revocabile né mandato imperativo? Come esprimere la propria rivolta se il voto in bianco non è preso in considerazione e se «la piazza non governa»?

Lo stesso controllo dell’elezione si rivela più che limitato, tanto la libertà del cittadino sembra essere predeterminata da un insieme di dispositivi il cui scopo è quello di orientare la sua scelta. Poggiata sulla forza di sondaggi che addobbano le manipolazioni con i ghingheri della scientificità, il richiamo al «voto utile» tende così ad annullare la possibilità di rompere il circuito chiuso del campo politico. In democrazia, ciò che il popolo ha fatto il popolo può disfare. Ma nel nome di presunte minacce, come la crescita dei «populismi», che concorrono a creare uno stato di eccezionalità che favorisce paura e inerzia, il voto utile chiude con il lucchetto l’ordine politico.

Di alternanza in alternanza, non vi è alcuna casualità, quindi, nel fatto che la maggior parte dei Paesi sviluppati si sono trasformati in «democrazie dell’astensionismo» (3). Fino agli anni ’80, se si prende il caso della Francia, il tasso di astensioni alle elezioni legislative superava raramente il 20%. In seguito è raddoppiato. Se vi si aggiungono i non-iscritti (circa il 10%), prende il volo. I cittadini che partecipano sono sempre meno, mentre un «censo nascosto» opera una distinzione socio-spaziale all’interno del corpo elettorale. Ormai le classi popolari si astengono ampiamente, mentre un tempo votavano sopra alla media.

Certamente l’offerta elettorale e ciò che molti hanno vissuto come rinunce di una parte della sinistra spiegano questa smobilitazione. Ma le trasformazioni neoliberiste della società e la «de-istituzionalizzazione» della cittadinanza che ne è risultata restano i fattori determinanti. I suoi tratti salienti sono la società resa precaria, la destrutturazione del luogo di lavoro, l’indebolimento delle organizzazioni (partiti, sindacati) e degli spazi popolari (periferie «rosse»), l’allentamento dei quadri militanti. Contrariamente alle illusioni dello spontaneismo in politica, la cittadinanza ha dunque bisogno di essere «ri-istituita» in organizzazioni, se vuole poter essere rifondata grazie alle lotte elettorali e sociali.

Condividere un destino comune

Le conquiste sociali sono conquiste civiche. L’uso delle libertà politiche rimane vano senza le condizioni di vita materiali necessarie alla loro realizzazione: abitazione, scuola gratuita, reddito che permette di ricostituire la propria forza di lavoro, ma anche di divertirsi e accedere alla cultura, tempo libero per amare, riflettere e creare, assicurazioni [assistenziali] contro le vicissitudini dell’esistenza. La riduzione delle ineguaglianze sociali mediante le imposte, da parte sua, è un requisito preliminare alla formazione di una comunità di cittadini sufficientemente simili per condividere un destino comune. La distinzione marxista fra cittadinanza formale e cittadinanza reale sottolinea così che non può esistere cittadino sovrano nella città se non lo è anche nell’impresa. La cittadinanza reale implica l’abolizione dello sfruttamento.

Gettando nella povertà i salariati europei, l’austerità mette in pericolo la cittadinanza. Altrettanto fa nei confronti dello smantellamento degli Stati assistenziali, che essa provoca. Di tutti i servizi pubblici la scuola concorre specificatamente alla formazione dei cittadini. Non ve ne possono essere, se non sono istruiti. Ora, la privatizzazione e la precarizzazione di cui la scuola è vittima contribuiscono a ostacolare la sua funzione civile. Parallelamente sono scomparsi gli altri punti che contribuivano all’emancipazione popolare. Le scuole dei partiti politici costituivano luoghi di politicizzazione della classe operaia, come pure fortini eretti contro gli assalti del pensiero borghese.

Quali potrebbero essere oggi queste contro-strutture di massa suscettibili di opporsi a mezzi di comunicazione di massa che erodono le basi della deliberazione democratica? Il pensiero unico, dappertutto, corrompe la lingua, costruisce una società del consenso che spossessa i cittadini del potere di chiamare il mondo, di condividerne il significato, di trasformarlo.

Il termine di cittadino è di quelli che la «sensura» [ndt.: neologismo da “senso” e “censura”] – per riprendere il neologismo immaginato dallo scrittore Bernard Noël – ha disinnescato. Nel momento in cui la disoccupazione di massa imperversava è servito come parola-schermo dietro la quale i conservatori riponevano l’idea di repubblica sociale. Da allora nulla giustificava più il fatto che la classe operaia porta in sé l’interesse generale. Il termine di cittadino, strappato alla sua storia rivoluzionaria, è stato passato alla lisciva nel capitalismo: tutto divenne «cittadino», ivi compresi i prodotti di consumo. Così sprofondavano le due immagini del popolo. Jean-Jacques Rousseau ne aveva fatto il soggetto della sovranità, Karl Marx quello della lotta di classe. Il posto che quest’ultima occupava nei sistemi di rappresentazione ideologica fu molto presto conquistato da un popolo di altro tipo. L’ethnos sostituì il demos; la ricerca della diversità quella dell’eguaglianza.

Il peso dei territori

Il filo della storia era stato riannodato con la tradizione degli «anti-Lumi» (4) [ndt.: = gli avversari dell’Illuminismo], i quali sin dal XVIII secolo magnificavano un’ «altra modernità». Mentre Rousseau e Immanuel Kant «volevano liberare gli individui dalle costrizioni della storia», i nemici dei Lumi teorizzarono un altro concetto di società fondata sul «culto del particolare e il rifiuto dell’universale». Pertanto la Repubblica non ha mai considerato il cittadino astratto come un nemico dell’individuo concreto. Al contrario, si è applicata a proteggere l’uno dall’altro, separando il dominio pubblico del dominio privato. Non riconoscendo alcuna opzione spirituale, la laicità permette così a ogni individuo di scegliere nel suo animo e nella sua coscienza quella che meglio gli conviene. Ma essa costituisce anche uno strumento democratico che protegge le deliberazioni degli uomini dalle rivelazioni della religione.

Per la Repubblica non esiste politica se non nell’universale e mediante l’universale. Ora, la decentralizzazione ha ugualmente rafforzato l’approccio culturale della cittadinanza. Avrebbe anche favorito – si dice – la cittadinanza locale. Se il peso dei territori locali si è effettivamente con essa rafforzato, gli esecutivi ne hanno approfittato ben più dei cittadini. Pertanto il Larzac (5) ieri o Notre-Dame-des-Landes oggi (6) [ndt.: famosi episodi di ribellione civile in Francia, a Larzac per impedire l’occupazione militare della terra – 1971-1981 – e a N.D. des Landes per opporsi a un aeroporto] dimostrano che certe forme di organizzazione e di lotta possono rivitalizzare la cittadinanza a livello locale. D’altra parte esse giungono talvolta, dalla Comune di Parigi [ndt.: La Comune, insurrezione del 1870] a Lorraine Coeur d’Acier (7) cent’anni dopo [ndt.: famosa emittente radio “ribelle” a Longwy, 1979 segg.], a rovesciare i rapporti sociali di classe. Ma come estendere poi alla comunità dei cittadini le conquiste di una lotta locale?

L’Unione Europea, da parte sua, ambisce a una cittadinanza senza fondamento. Mentre l’astensionismo alle elezioni europee prova che il deficit democratico dell’U.E. è strutturale, si moltiplicano i «colpi di Stato» dei quali essa è all’origine (8), metamorfosi di una lunga storia tecnocratica e burocratica (dal Trattato di Lisbona all’attuale Trattato sui bilanci). Senza strumenti con i quali esercitare la loro sovranità, i popoli europei non possono opporsi, nel quadro delle sue istituzioni, alla piega autoritaria che essa prende.

A condizione che i cittadini si riapproprino – con l’appoggio di partiti, sindacati, associazioni – della sovranità della quale sono stati spogliati, la storia non è ancora stata scritta. Disobbedire quando la legalità non è più legittima; conquistare l’apparato dello Stato; mettere insieme le condizioni per un’assemblea costituente, auto-costituire la comunità dei cittadini come lo fanno, per esempio, gli «indignati», ecco qualcuna delle vie svariate e non esclusive di una sovranità e di una cittadinanza rifondate. «Spazio al popolo», come scriveva Jules Vallès, perché, senza implicazione diretta, l’Europa democratica non esisterà.

(1) Expression du sociologue américain Charles Wright Mills (1916-1962).

(2) Jacques Rancière, La Haine de la démocratie, La Fabrique, Paris, 2005.

(3) Céline Braconnier et Jean-Yves Dormagen, La Démocratie de l’abstention. Aux origines de la démobilisation électorale en milieu populaire, Gallimard, Paris, 2007.

(4) Zeev Sternhell, Les Anti-Lumières. Du XVIII’ siècle à la guerre froide, Fayard, Paris, 2006. Les citations qui suivent sont tirées de l’introduction du livre.

(5) Zone rurale où furent menées, de 1971 1981, d’intenses mobilisations contre l’extension d’un camp militaire.

(6) Commune française où est prévue la construction d’un aéroport qui soulève une forte opposition.

(7) Radio «libre» fondée en 1979 pour lutter contre les fermetures d’usines sidérur-giques.

(8) Lire Raoul Marc Jennar, «Deux traités pour un coup d’Etat européen», Le Monde diplomatique, juin 2012.

Written by pierpaolocaserta

febbraio 1, 2013 at 2:49 pm

Come il Vaticano ha costruito un impero immobiliare segreto con i soldi di Mussolini

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Pope Benedict XVI

Pochi turisti di passaggio a Londra potrebbero mai immaginare che i locali di Bulgari, l’esclusiva gioielleria in New Bond Street, abbiano qualcosa a che fare con il papa. Né la sede, non distante, della prospera banca di investimenti Altium Capital, all’angolo tra St. James’s Square e Pall Mall.

Eppure, questi edifici per uffici situati in uno dei quartieri più prestigiosi di Londra fanno parte di un insospettabile impero segreto di immobili commerciali di proprietà del Vaticano.

Dietro a quella che appare come la struttura di una società offshore, nel corso degli anni è stato costruito il portfolio internazionale della chiesa, usando denaro originariamente concesso da Mussolini nel 1929, in cambio del riconoscimento pontificio del regime fascista italiano.

Da allora, il valore internazionale del gruzzolo di Mussolini è cresciuto fino a superare i 500 milioni di Sterline. Nel 2006, al culmine della recente bolla immobiliare, il Vaticano ha speso 15 milioni di sterline di tali fondi per acquistare i locali al numero 30 di St. James Square. Altre proprietà nel Regno Unito sono ubicate al n. 168 di New Bond Street, e a Coventry. Possiede inoltre interi edifici di appartamenti a Parigi e in Svizzera.

L’aspetto sorprendente, almeno per qualcuno, è fino a che punto il Vaticano si sia spinto per proteggere il segreto sui soldi di Mussolini. Gli uffici siti in St. James sono stati acquistati dalla società British Grolux Investments Ltd, che detiene anche le altre proprietà nel Regno Unito. I registri pubblicati presso la “Companies House” non rivelano la vera proprietà della società, né contengono alcun riferimento al Vaticano.

Menzionano, invece, due azionisti intestatari, entrambi importanti banchieri cattolici: John Varley, nuovo amministratore delegato della Barclays Bank, e Robin Herbert, precedentemente in forza alla banca d’affari Leopold Jospeh. Il Guardian ha scritto ad entrambi chiedendo loro per conto di chi agiscono. Le lettere sono rimaste senza risposta. Il diritto societario britannico consente in effetti di occultare la reale proprietà delle aziende dietro nominati.

Il segretario della società, John Jenkins è stato altrettanto evasivo. Ci ha detto che l’azienda è di proprietà di un gruppo industriale, rifiutandosi tuttavia di identificarlo per motivi di riservatezza. Dopo aver ricevuto istruzioni ha aggiunto: “Confermo di non essere autorizzato dal mio cliente a fornire informazioni.”

La ricerca nei vecchi archivi, tuttavia, ha rivelato uno spettro molto più ampio della verità. Gli archivi della “Companies House” rivelano che la British Grolux Investments ha ereditato il suo intero portfolio di proprietà, a seguito di una riorganizzazione avvenuta nel 1999, da due società di nome British Grolux Ltd e Cheylesmore Estates. Le azioni di queste società erano a loro volta detenute da una compagnia con sede presso l’indirizzo della banca JP Morgan a New York. Risulta dalla documentazione che il controllo effettivo era esercitato da una società svizzera, la Profima SA.

Gli archivi inglesi del periodo bellico, dal National Archives di Kew, completano il quadro, confermando che la Profima SA  era una holding del Vaticano, accusata all’epoca di  ”impegnarsi in attività contrarie agli interessi degli Alleati”. Documenti di funzionari del “Ministry of Economic Warfare” , alla fine della guerra, si esprimono in modo critico nei confronti del finanziere del papa, Bernardino Nogara, che gestì l’investimento di oltre 50 milioni di sterline proveniente dall’elargizione di Mussolini.

Le “ambigue attività ” di Nogara  sono state ricostruite in dettaglio grazie ad intercettazioni del 1945 tra il Vaticano a un contatto a Ginevra; secondo gli inglesi, che di conseguenza discussero se inserire Profima nella balcklist, “Nogara, un avvocato romano, è l’agente finanziario del Vaticano e Profima SA di Losanna è la  holding svizzera che cura determinati interessi del Vaticano.” Credevano che Nogara stesse cercando di trasferire le azioni di due società francesi di proprietà del Vaticano alla compagnia svizzera, per evitare che il governo francese le classificasse come “beni nemici”.

All’inizio della guerra, nel 1943, gli inglesi avevano accusato Nogara di fare un analogo “lavoro sporco”, trasferendo titoli bancari italiani nelle mani di Profima, allo scopo di “ripulirli” e porre la banca sotto la protezione della neutralità svizzera. Fu descritta come una “manipolazione” delle finanze vaticane per servire “fini politici estranei”.

Il denaro di Mussolini fu di enorme importanza per le finanze del Vaticano. John Pollard, uno storico di Cambridge, nel suo “Money and the Rise of the Modern Papacy”, scrive: “Il Vaticano era ormai al sicuro da un punto di vista economico. Non sarebbe mai più stato povero.»

Fin dall’inizio, Nogara è stato ingegnoso nell’investire il denaro. I documenti mostrano che nel 1931 fondò una società offshore in Lussemburgo per gestire le attività immobiliari europee  continentali in corso di acquisizione. Prese il nome di Groupement Financier Luxembourgeois, quindi di Grolux. Il Lussemburgo è stato uno dei primi paesi a creare paradisi fiscali per le aziende, nel 1929. L’anno successivo è stata fondata la filiale inglese, la British Grolux.

Allo scoppio della guerra, con la prospettiva di una invasione tedesca, le attività lussemburghesi e il controllo apparente delle attività della British Grolux furono trasferiti negli Stati Uniti e nella neutrale Svizzera.

Gli investimenti di Mussolini in Gran Bretagna sono attualmente controllati, unitamente alle altre società europee e un ufficio commerciale valutario, da un funzionario vaticano a Roma, Paolo Mennini, di fatto il banchiere del papa. Mennini guida un’unità speciale all’interno del Vaticano, la divisione speciale APSA – Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica – che gestisce il cosiddetto “patrimonio della Santa Sede”.

Secondo un rapporto dello scorso anno del Consiglio d’Europa, le attività dell’unità speciale di Mennini superano attualmente i 680 milioni di Euro.

Mentre il segreto sulle origini fasciste della ricchezza del Vaticano poteva essere comprensibile in tempo di guerra, ciò che appare meno chiaro è per quale ragione il Vaticano abbia continuato a mantenere il segreto sulle sue holding in Gran Bretagna, persino dopo la riorganizzazione della struttura finanziaria avvenuta nel 1999.

Il Guardian ha chiesto al rappresentante del Vaticano a Londra, il nunzio papale arcivescovo Antonio Mennini, perché il papato abbia seguitato a mantenere così tanta segretezza sull’identità dei suoi investimenti immobiliari a Londra. Abbiamo anche chiesto in che modo siano stati spesi i proventi. Fedele alla sua tradizionale linea di silenzio sull’argomento, il portavoce della chiesa cattolica romana ha dichiarato che il nunzio non ha voluto commentare.

David Leigh su “The Guardian”, 21/01/2013

Link all’articolo originale: http://www.guardian.co.uk/world/2013/jan/21/vatican-secret-property-empire-mussolini

 

Written by pierpaolocaserta

febbraio 1, 2013 at 11:57 am

Grecia La prima vittima

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Die Zeit, Hamburg, ediz. online, 14 maggio 2012

Grecia La prima vittima

Tutti hanno colpa per il disastro greco – Berlino, Bruxelles e Atene. Come Eurolandia ha trascinato un suo membro fino allo stato di bisogno, ciò che mai si sarebbe potuto veramente accettare.

http://www.zeit.de/2012/21/Griechenland-Krise

Traduzione dal tedesco di José F. Padova

Si tratta di una grande onorificenza, ma arriva in un momento singolare. Giovedì 17 maggio Wolfgang Schäuble riceverà il Premio Internazionale Carlomagno nella Sala dell’Incoronazione presso il Municipio di Aquisgrana. Si faranno grandi discorsi e ci sarà una cerimonia importante, e sempre l’argomento saranno il ministro delle Finanze e le sue benemerenze per l’unità europea e la tenuta dell’euro. Tuttavia, esattamente 1.990 chilometri in linea d’aria, a sud-est, ad Atene, si mostra precisamente quanto sia disunita questa Europa e compromessa l’intera unione monetaria. E proprio Wolfgang Schäuble, destinatario del Premio Carlomagno per il 2012, in tutto questo ha la sua parte [di responsabilità]. L’Europa non si unisce crescendo. Crolla. Adesso tutto si concentra sulla Grecia. Come attraverso una lente di focalizzazione si evidenziano le conseguenze della politica di salvataggio fin qui condotta: agitazione sociale, instabilità politica, decadenza economica. Da due anni si tratta di mantenere questo Paese nell’Unione monetaria europea. Eppure innumerevoli vertici sul salvataggio e promesse di crediti miliardari non hanno migliorato la situazione, al contrario. Perciò i greci non ne vogliono più sapere. E sempre più membri dell’Unione Europea non vogliono più sapere di questi greci. I litigiosi partiti politici ad Atene non ce l’hanno fatta a formare un governo. Dopo le fallite consultazioni tutto corre verso nuove elezioni a metà giugno. Comunque queste vadano a sboccare, il risultato alla fine dovrebbe suonare così: la Grecia abbandona l’Unione monetaria. Sarebbe una decisione le cui conseguenze nessuno potrebbe calcolare. La fine che tutti volevano evitare. Anche Wolfgang Schäuble. Tutto ciò che il ministro delle Finanze e la Cancelliera hanno fatto negli ultimi due anni seguiva il filo di una logica politica: aiutare i greci senza per questo perdere i tedeschi. Eppure proprio questa logica ha peggiorato molte cose. Le crisi della politica sono sempre un succedersi di momenti “o… oppure…”: si decide per l’una o l’altra alternativa, sovente vi sono motivi buoni e perfino coercitivi – che tuttavia possono condurre al punto di prendere una direzione al cui capolinea non si voleva proprio arrivare. Wolfgang Schäuble adesso parla della Grecia in modo diverso da quello di un tempo: non esclude più l’uscita di Atene dall’euro a breve termine. Questo serve ancora come scenario di minacce per mantenere i greci in qualche modo sulla giusta rotta, ma indica anche che il Governo federale da tempo si prepara in caso di emergenza.

 

L’aiuto deve essere allo stesso tempo punizione

E così è questa la storia di come l’Europa perse uno Stato.

I. Aiutare e punire

Il 26 febbraio 2010 Josef Ackermann aveva un appuntamento alla Cancelleria. I mercati finanziari sono nervosi, poche settimane prima il governo greco aveva dovuto ammettere che il suo debito di bilancio appariva essere molto più alto di quanto si era supposto fino ad allora. Ackermann, capo della Deutsche Bank e presidente dell’Associazione delle Banche mondiali, in quel venerdì porta con sé una proposta: banche e Stati dovrebbero a breve termine portare aiuti. A questo scopo la Deutsche Bank vuole raccogliere 15 miliardi sul mercato dei capitali, i governi dell’eurozona dovrebbero partecipare con altri 15 miliardi. Atene e Parigi hanno già segnalato il loro consenso e così anche rinomati investitori internazionali. Ma l’allora consigliere economico di Angela Merkel, Jens Weidmann, non accetta. Così, semplicemente, i greci non debbono arrivare al denaro dei contribuenti tedeschi. Il governo greco rivede verso l’alto la valutazione del deficit statale per il 2009– dal sei a più del dodici percento del PIL. Già in precedenza la statistica del debito greco conteneva gravi errori: nel 2004 fu reso noto che il nuovo indebitamento degli anni 1998 e 1999 – quindi poco prima dell’introduzione dell’euro – si situava nettamente al disopra del 3% del PIL, prescritto nel Trattato di Maastricht. Alla fine del 2010 i debiti della Grecia avrebbero raggiunto più del 140 percento del prodotto interno lordo. Fitch, prima fra le agenzie di rating, ha declassato l’affidabilità creditizia della Grecia; le altre agenzie l’hanno seguita. I provvedimenti di austerità della Grecia non sono stati sufficienti a ridurre durevolmente il deficit, così ha motivato Standard & Poor’s la sua decisione. Nell’Unione Europea cresce la paura di una bancarotta di Stato, che potrebbe contagiare gli altri Paesi, mentre in Grecia si è arrivati al primo sciopero contro la politica di austerità del governo. Alcune settimane più tardi la situazione della Grecia si è aggravata a tal punto che i capi degli Stato e dei governi europei hanno dovuto mettere insieme il primo grande pacchetto di salvataggio. Soltanto che adesso non si tratta più di 30 miliardi di euro, ma di 110 miliardi. E per dare ai greci una cura da cavallo: le pensioni vengono decurtate, i salari degli impiegati statali abbassati, le imposte aumentate. Già solamente nel primo anno il governo di Atene deve risparmiare 16 miliardi di euro. E i greci devono restituire ogni centesimo ricevuto da Bruxelles – più il 4,5 % di interessi. L’Europa prescrive ai greci uno dei più duri programmi di consolidamento della storia dell’economia. «Atene capitola», scrive il britannico Financial Times. Il programma dovrebbe comprimere i debiti della Grecia – e ottiene il risultato contrario: la congiuntura si avvita e i debiti aumentano ulteriormente, perché allo Stato vengono meno le entrate. Pochi mesi dopo gli europei preparano il successivo pacchetto di aiuti. Gli esperti del Fondo Monetario Internazionale coinvolti nelle trattative avevano paventato proprio questo. Essi hanno risanato innumerevoli Stati indebitati in tutto il mondo – e nel fare questo maturato l’esperienza che talvolta meno equivale a più. Essi sono tutti d’accordo sul fatto che i greci hanno vissuto al disopra delle loro possibilità e che adesso devono risparmiare e riformare. La questione è solamente: quanto velocemente. Per Merkel e Schäuble le cose non vanno mai abbastanza in fretta. Se la si mette sul troppo facile i greci non fanno le riforme. E poi, domani, i portoghesi vogliono altrettanto denaro e dopodomani gli spagnoli. Quindi nessuno si dà più da fare, perché tutti affidano i problemi finanziari ai tedeschi. E le cose vanno avanti così, a scopo intimidatorio dei potenziali imitatori. L’aiuto dovrebbe essere contemporaneamente punizione – questo è il dilemma della politica tedesca di salvataggio. La storia avrebbe forse preso un altro corso se i tedeschi avessero deciso o di aiutare o di punire. In questo caso la Grecia avrebbe ottenuto una chance realistica per mettere in riga la sua economia all’interno dell’unione monetaria. Oppure avrebbe già allora rinunciato all’euro e dovuto abbandonare l’unione monetaria – oppure nel frattempo si sarebbe messa sulla strada del miglioramento. Ma oggi l’economia greca si restringe drammaticamente e allo stesso tempo i greci potrebbero veramente perdere l’euro.

II. Che cosa accadde prima di tutto questo?

Naturalmente non ci sarebbe tutto questo pasticcio se la Grecia non fosse diventata membro dell’eurozona. Proprio questo è stato il punto di partenza del dramma, l’errore originario, che nessuno può rinfacciare alle attuali parti in causa. L’adesione della Grecia era un progetto politico, nel quale la realtà economica non ebbe alcun ruolo. Per entrare nell’unione monetaria il Paese aveva rimaneggiato i suoi conti abbellendoli. E per fare entrare la Grecia nell’eurozona né gli altri Stati né la Commissione europea avevano troppo approfondito i controlli. Il taglio del debito avrebbe dovuto alleggerire la Grecia – in realtà ha gravato su tutti È importante tenere ancora sotto osservazione l’errore originario, perché è totalmente decisivo per il management dell’attuale crisi. Infatti proprio per un Paese che dà, come lo è la Germania, si tratta ora di ristabilire la propria credibilità. «Riflesso condizionato della credibilità» lo chiama il pubblicista Wolfgang Münchau. Ci sono stati governi propensi a decidere «misure ultradure», anche se dubbie sotto l’aspetto politico ed economico: «Così è stato durante la Grande Depressione. È accaduto durante la crisi del meccanismo europeo di definizione dei cambi nell’anno 1992, in Argentina nel 2001 e adesso nuovamente». Il riflesso condizionato della credibilità, afferma Münchau, è «il più grande pericolo nella crisi».

III. Tagliare e mettere

All’inizio di dicembre del 2011 Angela Merkel incontra a Parigi il presidente francese Nikolas Sarkozy. I due sono nel frattempo diventati un team affiatato. Nella crisi hanno strappato per sé stessi il ruolo di guida e dettano agli altri le condizioni. Appena un anno prima, durante una passeggiata sulla spiaggia nella località balneare di Deauville, i due si erano accordati, a proposito di salvataggio di Stati, di battere cassa anche ai creditori privati le banche e gli altri possessori di obbligazioni statali avrebbero dovuto rinunciare a una parte dei loro investimenti. Per il governo federale questo era a quel tempo molto importante. Ma adesso, dopo l’incontro a Parigi, si svolge una conferenza stampa. Sarkozy dice che ciò che in Grecia è accaduto non sarebbe mai dovuto succedere. Merkel afferma che in Europa gli investitori non dovrebbero essere posti in condizioni peggiori di quelle di altre parti del mondo. In altre parole: la partecipazione dei creditori privati è un errore. Nel mondo della diplomazia una simile virata a 180 gradi è rara. In quell’occasione l’idea originaria suonava bene. Se i debiti greci sono troppo elevati – che cosa le si avvicinava di più, se non prendere il denaro mediante una riduzione del debito a carico di coloro che lo avevano prestato ai greci? Chi accetta rischi finanziari deve in caso di emergenza esserne anche responsabile. Su questo principio si basa in fondo l’economia di mercato. Purtroppo succede che con i principi astratti è tutt’altra faccenda, non appena si scontrano con la concreta realtà. Quando gli investitori capirono di essere minacciati da perdite, subito tirarono via il loro denaro. Dapprima dal debito greco, poi da quello portoghese, spagnolo e italiano. Per il governo ad Atene divenne ancora una volta più difficile coprire il suo debito con i prestiti esterni. Ma anche banche, imprese e famiglie non ebbero più accesso al credito. Fino a oggi gran parte della Grecia è tagliata fuori dalla circolazione dei capitali. E la crisi morde sempre più in profondità nell’economia greca. Il taglio del debito avrebbe dovuto alleggerire la Grecia – in realtà gravò su tutti. A causa di ciò gli europei dovettero mettere insieme sempre nuovi aiuti di miliardi. Giorgos Papakonstantinou era ministro greco delle Finanze quando Merkel e Sarkozy si accordarono a Deauville sul taglio del debito. Oggi dirige la Divisione per l’Ambiente ad Atene. Papakonstantinou conosce le discussioni che si svolgono negli altri Paesi europei, ha studiato a Londra e lavorato a Parigi. «Non ho nulla contro il principio di coinvolgere le banche», dice. «Ma il metodo era errato». Vi erano alternative. Come l’idea che gli europei assumessero a loro carico una parte del debito greco e ricuperassero il loro denaro mediante imposte [greche] più elevate sulle attività finanziarie. Si sarebbero dovuti modificare i contratti europei che vietano la socializzazione dei debiti. Suona come difficile, ma avrebbe probabilmente salvato i greci – e per i tedeschi sarebbe eventualmente stata una soluzione perfino più a buon mercato.

IV. Crisi debitoria?

Fallimento di Stato? Quando vuole spiegare la situazione nel suo Paese, Mikalis Chrisokoides racconta una storia. Egli proviene da una regione agricola. Si lavorava molto e si mangiava bene. Poi è arrivato l’euro. Improvvisamente tutti guidavano auto costose di fabbricazione tedesca e trascuravano i loro campi. «Non si produce più niente», dice Chrisokoides. «Noi importiamo addirittura il 70 % dei pomodori che vi si vendono». Il denaro è al sicuro, il Paese è perduto Mikalis Chrisokoides era stato ministro dell’Economia ad Atene, adesso lo è per gli Interni. È un politico di professione, entrato a 19 anni nel Partito socialdemocratico Pasok e divenuto poco dopo governatore della sua provincia natale. Fa parte dell’establishment politico che i greci hanno punito alle recenti elezioni. La storia di come l’Europa ha perduto uno Stato non è solamente la storia di una crisi per debiti, ma anche quella di uno Stato che come tale non funziona. Un’unione monetaria esige importanti impegni dai propri membri, poiché gli errori politici non possono più essere riparati mediante una svalutazione della moneta. In Grecia si sono commessi errori, uno dopo l’altro. Il danaro a basso costo [d’interessi passivi], che con l’introduzione dell’euro si è messo in circolazione nel Paese, non è fluito in investimenti produttivi, ma è stato impiegato nei consumi e in prestigiosi progetti. Non ha quindi reso ricco il Paese nel suo insieme, ma solamente alcuni, pochi, suoi cittadini. Fallimenti di Stati ve ne sono dappertutto nel mondo, ma in Grecia il caso è particolarmente eclatante. Lo Stato greco è un gigante illusorio: grande, ma debole. L’apparato amministrativo è gonfiato, ma il governo non è in condizioni anche solo di imporre le sue decisioni. Una boscaglia di regole e prescrizioni paralizza le imprese, ma la proprietà terriera non viene toccata. Le spese dello Stato sono fra le più elevate dell’Unione Monetaria Europea, ma le entrate pubbliche sono fra le più basse. A tutt’oggi non si è riusciti a far partecipare i greci benestanti ai costi della crisi. Anche questo ha fatto diminuire la disponibilità dei Paesi datori [di aiuti] ad aiutare i greci. Quando l’anno scorso gli esperti dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) si recarono in Grecia per esaminare la qualità dell’Amministrazione pubblica ne furono inorriditi. Economia ondivaga, strutture organizzative inafferrabili, insufficiente trasparenza. L’apparato di governo non ha «né la capacità né l’attitudine per grandi riforme», questa la loro conclusione finale. Per questa situazione finora nulla si è fatto, ma molto invece per l’autoarricchimento delle elite. Nel frattempo coloro che ne erano in grado hanno portato all’estero i loro risparmi, che si trovano ora su conti presso le banche svizzere o nascosti in immobili di proprietà a Londra. Il denaro è al sicuro, il Paese è perso.

 

V. La forza delle parole

È il bad guy della corrispondenza giornalistica tedesca sulla Grecia: Paul Ronzheimer, 26 anni, reporter della Bild-Zeitung. Ronzheimer è stato uno dei tre autori che sulla Bild hanno incitato i «Greci bancarottieri» a vendere una buona volta le loro isole. Ha scritto sugli impiegati delle imprese statali greche, che ricevono «un bonus per la puntualità, le mani ben lavate e per lavori con temperature fra 0 e 8 gradi» (vedi Darum kriechen die Griechen nie aus der Krise – Perché i greci non strisciano mai fuori dalla crisi). Nell’aprile 2010 si è messo in mezzo alla strada nel quartiere governativo di Atene e ha distribuito vecchie banconote fra la gente (Bild gibt den Pleite-Griechen die Drachmen zurück – Bild restituisce ai greci bancarottieri le vecchie dracme). Qualcosa nei due ultimi anni è caduto, scivolando, in Grecia allo stesso modo di qui. Ecco la copertina di Focus edizione tedesca: Afrodite col dito medio alzato e vicino la riga del titolo Truffatori nella famiglia dell’Euro. E poi vi è stata un’immagine diffusa sui media greci: la Cancelliera tedesca in uniforme nazista. O anche un rapporto sui mancati pagamenti da parte tedesca delle riparazioni per i danni di guerra. O il consiglio: i tedeschi non dovrebbero mettersi per favore così contro di noi, li abbiamo pur aiutati a suo tempo nella ricostruzione postbellica. Guerra. Riparazioni. Uniforme nazi. Quando il dibattito affonda così profondamente non si può più veramente parlare di una unione monetaria comune. Se si parla al telefono con Paul Ronzheimer si conosce una persona tranquilla, obiettiva, bene informata. Quando scrive, Paul Ronzheimer acuisce, esagera, mette in rilievo. Così funziona in strada. Egli dice di riprodurre semplicemente la realtà: «Io annoto quello che vedo e sento. Osservo e racconto. Tutto questo non deve avere alcun influsso sulle decisioni della politica». Naturalmente potrebbe anche essere che questo giornalista avesse avuto buon fiuto, quando consigliò ai greci di vendere le loro isole. Nel frattempo le cose stanno veramente andando in questa direzione, perché il Paese deve mettere insieme soldi anche con la vendita delle proprietà dello Stato. E è possibile che Ronzheimer avesse avuto tempestivamente la giusta percezione, quando offerse ai greci per strada le vecchie dracme. Oggi il ritorno alla vecchia valuta è proprio vicino. Ma è molto più verosimile che le sue corrispondenze non soltanto nei due Paesi [Grecia e Germania] abbiano descritto lo stato d’animo esistente, ma che l’abbiano anche cambiato. E quindi che il giornalista Paul Ronzheimer non abbia solo semplicemente osservato e riferito, ma che abbia anche contribuito a decidere ciò che realmente è avvenuto. Quando tutto va bene, i muri tagliafuoco reggono In fondo con i giornalisti non è diverso che con i commercianti sul mercato dei capitali. Anche questi dicono di volere vendere soltanto titoli – e provocano poi quei fallimenti che presumibilmente temevano. Per il governo federale [tedesco], conservatore-liberale, in ogni caso nei due anni appena trascorsi ha costituito una difformità il fatto che proprio la stampa conservatrice vedeva con occhio molto critico l’intera politica di salvataggio dell’euro. Il ministro delle Finanze CDU [Christliche Demokratische Union, il partito della Merkel] può non essere indifferente, se la Frankfurter Allgemeine Zeitung [giornale dell’establishment conservatore] lo chiama «un anti-europeo». E del tutto certamente qualcosa tocca anche Angela Merkel, se Bild [il quotidiano più diffuso in Germania, di livello popolare] scrive: Siamo ancora una volta i gonzi dell’Europa! 750 miliardi per i vicini di casa in bancarotta, ma la riduzione delle imposte qui da noi: annullata.

VI. Crepuscolo degli eroi

Quando i ministri delle Finanze dell’eurozona lunedì sera di in questa settimana si incontrano a Bruxelles, gli attori principali non siedono al tavolo insieme agli altri. Infatti, contemporaneamente, ad Atene si lotta per un nuovo governo – e con ciò anche per il futuro dell’euro. Fondamentalmente i ministri non tengono più in pugno lo sbocco della storia. Si tratta della mescolanza fra la crisi di Stato greca e il riflesso tedesco di credibilità, fra durezza finanziaria e risentimento nazionale, che ha portato l’Europa a questo punto. Se tutto va bene, allora i muri spartifuoco anche dopo l’uscita della Grecia tengono – e gli Stati che restano nell’unione monetaria si accostano l’un l’altro più strettamente. Se tutto va storto, i risparmiatori più spaventati portano al sicuro i loro capitali, le banche crollano e tutta l’eurozona. Alla consegna del Premio Carlomagno, giovedì, non si ascolterà nulla di questo scenario da incubo. Ma soltanto per non danneggiare il premiato. Fa parte della personale tragicità di Wolfgang Schäuble che egli riceva questo onore un paio d’anni troppo tardi. Schäuble ha fatto precoce propaganda per l’Europa, nel suo partito aveva sempre un ruolo di precursore. E in questa crisi ha talvolta lasciato trasparire di voler procedere volentieri in modo diverso da quello della Cancelliera. Solamente: quando si arrivava veramente alle decisioni, Schäuble ha condiviso tutto. Anch’egli voleva seguire la direzione che questo governo seguiva. Che cosa dunque dirà Schäuble giovedì prossimo? Nell’anno 1919 un ambizioso economista inglese pubblicò un libretto sulla sue esperienze alla Conferenza per la pace di Versailles, dopo la Prima guerra mondiale. Il suo nome: John Maynard Keynes. Trattare duramente e spremere finanziariamente un Paese avrebbe portato tutti gli altri Stati al disastro, scriveva Keynes nella sua opera polemica The Economic Consequences of Peace [Le conseguenze economiche della pace]. Forse è questo il titolo adatto per il discorso di ringraziamento di Schäuble ad Aquisgrana: The Economic Consequences of Greece [Le conseguenze economiche della Grecia]. Segue una lunga, precisa cronologia delle misure, politiche e finanziarie, prese successivamente negli ultimi due anni – e dei relativi, disastrosi errori. Potrei tradurla a richiesta da almeno 10 interessati: emilpad@teletu.it. Interessanti i commenti dei lettori tedeschi alla notizia della premiazione di Schäuble sui principali fogli della Germania: ne ho letti una trentina, dal Bild al Tagesspiegel e non ne ho trovato uno positivo sulla parte avuta da S. nell’esacerbare la crisi.

Written by pierpaolocaserta

maggio 30, 2012 at 10:01 am

Pubblicato su Die Zeit, economia, Grecia

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