pierpaolocaserta

Parigi e Berlino: l’intesa impossibile

InFrancia, Germania, Le Monde su dicembre 2, 2011 a 10:13 am

Questo articolo tradotto da Le Monde mi sembra utile anzi tutto perché mostra che l’asse franco-tedesco non è affatto granitico come non poca informazione in Italia si sforza di rappresentarlo (ppc).

 

Parigi e Berlino: l’intesa impossibile

Arnaud Leparmentier e Philippe Ricard  (da Bruxelles)

Traduzione di Francesca Gallo

Nessuna apertura decisiva tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel per salvare l’euro e riformare i trattati dell’Unione Europea prima del discorso di Tolone del Capo dello Stato di giovedì 1 dicembre e quello del cancelliere  l’indomani.  Questa è la previsione dell’Eliseo.

I due leader hanno parlato telefonicamente martedì pomeriggio, senza superare le loro divergenze.

La Merkel insiste sull’ortodossia fiscale, mentre Sarkozy invoca una solidarietà finanziaria tra i paesi europei.

Indipendentemente dal veicolo,  Banca Centrale Europea (BCE), euro-obbligazioni (per mutualizzare il debito europeo) o reale rafforzamento del fondo europeo di stabilità finanziaria. Questo disaccordo complica i preparativi del Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre a Bruxelles, quando invece Sarkozy e Merkel si sono impegnati a formulare proposte per allora.

“ è in gioco la sopravvivenza della zona euro. Non stiamo andando abbastanza in fretta, perché la crisi galoppa.  I tedeschi non vogliono mai colpire abbastanza forte e abbastanza presto!” ci si lamenta a Parigi.

A Berlino ci si rifiuta di cedere all’”isteria” dei mercati e di far pagare i contribuenti tedeschi senza clausola di controllo sui governi lassisti. Parigi è preoccupata di una Germania ossessionata dalle sue considerazioni di politica interna.

Una prima disputa riguarda il trasferimento di sovranità richiesta dalla Merkel per impostare una “unione di bilancio” . La Germania vuole irrobustire le sanzioni contro gli Stati poco virtuosi e mettere al centro del gioco la Commissione Europea , il cui presidente sarebbe eletto, dotandolo di poteri aggiuntivi.

Sarebbe ancora accettabile per la Francia, che però rifiuta di acconsentire ad un’altra richiesta tedesca: quella di trascinare uno Stato davanti alla Corte di giustizia europea se non ha rispettato il patto di stabilità. “ Delegare la gestione del bilancio alla Commissione o alla Corte di giustizia pone un problema per le nostre democrazie” afferma un consigliere di Sarkozy “La sfida è quella di introdurre delle sanzioni automatiche senza rompere le istituzioni democratiche nazionali e senza mandare le popolazioni in corto circuito “

Un’europa del diritto

Di fronte a questa Europa del diritto e delle regole, Sarkozy difende un’Europa politica, dove le decisioni sono prese dai capi di Stato e di governo dell’eurozona – che mantengono il loro potere di veto – e poi convalidate dai Parlamenti nazionali.  Parigi ha almeno un punto di accordo con Berlino: nessuno vuole far giocare al Parlamento Europeo il ruolo di controllore finanziario.

Di fronte a questa “super Maastricht” tedesca, Parigi vuole un meccanismo di solidarietà.  Sarkozy non ha rinunciato a fare della BCE  il prestatore di ultima istanza degli Stati in difficoltà.

Contro il parere di Berlino, che vede in questo una violazione dei trattati. Per consentire alla BCE di soccorrere gli Stati in difficoltà, senza essere accusata di dirimere le controversie tra Germania e partner politici, Sarkozy e Merkel hanno convenuto di non parlare più pubblicamente della BCE.

Anche la questione delle euro-obbligazioni divide le due capitali. Merkel rifiuta un’unione di trasferimenti finanziari versati dalla Germania. I francesi la considerano una soluzione a lungo termine, in cambio delle richieste finanziarie  tedesche.

Infine, la Merkel vuole lanciare una riforma dei trattati a 27, all’inizio di gennaio. In caso di impasse, Sarkozy è favorevole ad un trattato ad hoc tra gli Stati dell’eurozona. Questa opzione spaventa il Regno Unito, fuori dall’euro, ma anche la Germania e il Benelux, i quali vogliono mettere le istituzioni europee al centro del governo economico. Nella peggiore delle ipotesi, Sarkozy sta considerando un accordo franco-tedesco, aperto ai Paesi disponibili, per organizzare la convergenza tra i due pesi massimi dell’eurozona.

Berlusconi: Basta non è sufficiente

InDie Zeit su novembre 15, 2011 a 2:04 pm

Le dimissioni di Berlusconi, annunciate [e nel frattempo avvenute avvenute NdR] sono già la liberazione dallo spirito berlusconiano?

Die Zeit – 9 novembre 2011: editoriale.

di Giovanni Di Lorenzo (direttore di Die Zeit, Hamburg)

Nella traduzione dal tedesco di José F. Padova.

http://www.zeit.de/2011/46/01-Italien-Berlusconi

L’altra Italia quanto a lungo ha aspettato con ansia questo messaggio! Quanto a lungo lo hanno atteso i vicini europei, che da anni non riescono a comprendere che in un Paese apprezzato e anche amato ci possa essere un Berlusconi che può fare e disfare ciò che vuole: Berlusconi, piantala! Con i suoi modi inconfondibili, e precisamente con una riserva delle sue dimissioni piena di trucchi, rimarrebbe al suo posto fino all’approvazione di una «Legge di stabilità» (per quanto ci possa ancora essere qualcosa di stabile); ma dopo il suo colloquio col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stabilito: la fine di Berlusconi come presidente del Consiglio è suggellata. Ed è anche difficilmente immaginabile che mai egli torni a calpestare la scena politica. Qui sta il messaggio autenticamente positivo.

In Italia, dopo anni di disperazione per la situazione politica, una notizia più amara è: le dimissioni annunciate di Berlusconi in un primo momento suscitano sollievo – ma non sono una spinta di liberazione per il Paese. L’Italia non è stata capace di scuotersi di dosso con le proprie forze questo più arrogante e più terrificante di tutti i presidenti del Consiglio italiani per la sua lunga permanenza al governo,. Vi sono state proteste, ma nessuna rivolta. E soprattutto non vi è stata alcuna opposizione che sia stata in grado di rovesciare Berlusconi.

 

Il disastro italiano – un drammatico insegnamento per l’Europa democratica.

Al contrario, si deve dirlo: quest’uomo non ha ammainato le vele nel proprio Paese a causa dei suoi avversari, bensì a causa di un’opposizione fiacca e litigiosa. Alla fine sono stati piuttosto gli opportunisti del campo governativo che hanno cercato, allontanandosi, di sottrarsi alla incombente perdita del potere. E sicuramente Berlusconi stesso ha rinunciato ancora a un pezzo [del potere], questo vecchio, che da tempo non è più nelle condizioni psichiche e fisiche necessarie per evitare l’incombente bancarotta dello Stato.
Eppure Berlusconi sa benissimo che cosa lascia adesso ai suoi successori. E questo nuovo governo, perfino se, ciò che molti sperano, dovesse essere composto da cosiddetti tecnici sotto la guida di Mario Monti, altamente apprezzato ex commissario dell’Unione Europea, si troverebbe davanti la gestione di un incubo, che non è stato causato soltanto da Berlusconi e dai suoi, ma che dalla loro incapacità e dal loro tirare in lungo per anni è stato decisamente rafforzato.

Adesso non c’è assolutamente più tempo per fermarsi – la lotta italiana per il potere è troppo frenetica, troppo forte dovrebbe essere la pressione da parte dell’Unione Europea e dei mercati finanziari mondiali. Sicuramente i grovigli italiani, dall’ascesa di Berlusconi e del suo partito, venuto fuori dal suo impero [aziendale] in poi, sono una materia d’insegnamento che merita attento esame a posteriori. Come ha potuto accadere un peccato originale politico e culturale di tale fatta?

Non soltanto in Germania, ma qui da noi in particolare si è adottato un tipo di lettura che osserva specificamente il dominio di un Berlusconi come un folklore certamente sconcertante, eppure in un certo modo tipicamente italiano, paragonabile ad altre singolarità dell’Italia, come la caccia agli uccelli di passo, i bengala accesi negli stadi o lo scarico di rifiuti e carcasse di auto sui pendii e nei letti dei fiumi.

Effettivamente il disastro italiano è un tema d’insegnamento molto moderno per l’Europa democratica, una parabola per ciò che anche in altri luoghi può accadere, quando partiti populisti già andati in fallimento per la loro cattiva amministrazione (o che anche soltanto così operano) fanno nascere un vuoto di potere. Dalla passione dell’antipolitica (partitica) può uscire antidemocrazia, dalla brama di innovazione istituzionale la graduale eliminazione delle più elementari conquiste democratiche.

Sotto Berlusconi ultimamente l’Italia ha messo in pratica più un regime autoritario che una democrazia parlamentare. Leggi e decreti sono sempre serviti al suo tornaconto economico o alla sua difesa dalle azioni penali, le televisioni statali sono state ripulite dai commentatori critici e ampiamente uniformate a scopi di propaganda, la legge elettorale è stata pervertita così da assicurare a Berlusconi e ai suoi partner di coalizione una schiacciante maggioranza in Parlamento, benché essi mai avessero ottenuto la maggioranza dei voti (perciò è da sempre un’assurdità ritenere che gli italiani trovino Berlusconi positivo).
Tutto questo può presumibilmente essere annullato. Ciò che al contrario svilupperà ancora per lungo tempo il suo effetto tossico è lo spirito del berlusconismo. Esso consiste nell’abbandono anche degli ultimi resti del senso civico, nella negazione delle irregolarità più palesi, ma soprattutto: nella incultura della menzogna. Berlusconi è incriminato di un numero a due cifre di azioni penali, fra cui corruzione, falso in bilancio, falsa testimonianza {con spergiuro] ed evasione fiscale [ndt.: l’A. tralascia la corruzione di minorenni e altro ancora]. Tutto ciò sarebbe opera, così dice, di giudici comunisti ispirati politicamente. Il Paese si trova davanti al baratro per il peso dei suoi debiti? È chiaro, si tratta di panico creato dai media di sinistra e dagli oscuri poteri finanziari stranieri.

Agli italiani si può soltanto augurare di liberarsi da questo peso. Essi sono noti per essere adatti a nulla e quindi capaci di tutto – probabilmente anche di salvare il loro Paese dalla rovina economica. I loro amici e partner europei dovrebbero fare tutto il possibile per aiutarli. Ma soltanto quando Berlusconi e i suoi complici avranno sgomberato il campo.

 Giovanni Di Lorenzo (direttore di Die Zeit, Hamburg), 09-11-2011

L’Islam in Germania

Indiritti umani, Germania su maggio 26, 2011 a 9:00 pm

di Hamideh Mohagheghi (giurista, iraniana, vive da 25 anni in Germania. Dopo una formazione islamica ad Amburgo lavora in diverse organizzazioni attive nel campo del dialogo interculturale e interreligioso. È inoltre membro del Consiglio di amministrazione di “HUDA, Rete per le relazioni fra donne musulmane e.V. [=associazione registrata]”)

http://www.al-sakina.de/inhalt/artikel/amg/mohagh/mohagh.html

(traduzione dal tedesco di José F. Padova)

 Attualmente in Germania vivono circa 3 milioni di musulmani, gran parte dei quali da oltre 50 anni. La presenza di musulmani in Germania e la considerazione del loro modo religioso di vivere ha una tradizione ancora più antica, una tradizione poco conosciuta e argomento più che altro di alcuni libri di storia che interessano ben poche persone. L’attuazione di possibili sviluppi sulle questioni religiose, che più di un secolo fa era cosa ovvia, oggi sembra talvolta trovarsi di fronte a grandi problemi.

1. Evoluzione storica

Nella storia l’incontro con i musulmani risale a molto tempo addietro. Già Carlo Magno (nell’ottavo secolo) intrattenne buoni contatti con Bagdad, allora centro del califfato islamico. Erano soprattutto rapporti commerciali l’occasione per scambi amichevoli di doni e di inviati straordinari. Il fatto che Carlo Magno facesse allo stesso tempo guerra contro gli arabi in Spagna non pregiudicò le buone relazioni col califfato islamico di Bagdad.

Negli anni 1713-1740 furono messi a disposizione del re di Prussia, Federico Guglielmo I, venti soldati turchi. Per loro il re fece edificare a Potsdam, nelle vicinanze della Nuova Chiesa Militare (la chiesa della guarnigione), una sala che servisse come moschea. Per il re era importante che i “suoi mohammadaner [=maomettani], come li chiamava, potessero adempiere i loro obblighi religiosi.

Quando a Federico II, nel 1740, venne chiesto se nella città protestante fosse possibile a un cattolico ottenere i diritti di cittadinanza, la risposta fu: «Tutte le religioni sono uguali e buone soltanto se le persone, che vi si riconoscono, sono persone oneste; e se venissero i turchi e volessero vivere qui nel nostro Paese, allora costruiremo per loro le moschee».

Questa asserzione di 250 anni fa dimostra l’accettazione e il rispetto verso i seguaci di altre religioni. Ci si impegnava a rendere possibili le loro consuetudini di vita religiosa anche se essi si fossero fermati qui soltanto per un tempo limitato. L’affermazione «Tutte le religioni sono uguali e buone» contiene un importante riconoscimento, che ci aiuterebbe tutti ad aprire al dialogo.

Nel 1807 vi furono musulmani tedesco-prussiani che servirono nelle campagne militari di Federico il Grande. Commercianti, diplomatici, ricercatori, scrittori e scienziati tedesco-prussiani, che avevano contatti con musulmani, consideravano loro stessi come «ponte fra Occidente e Oriente».

 A Damasco, nel 1898, il kaiser Guglielmo II spiegava al sultano che in tutti i tempi il kaiser tedesco sarebbe stato il re degli amici del sultano e dei maomettani. E mantenne la sua promessa nel 1914, facendo erigere una moschea per i prigionieri musulmani a Wunsdorf presso Zossen (Brandeburgo), con un minareto alto 23 metri e a un’ora circa di strada un cimitero militare musulmano. Dopo la Prima guerra mondiale questa moschea servì ai musulmani berlinesi come primo luogo di preghiera (nel 1924 fu chiusa per il pericolo di crollo e abbattuta nel 1925/26).

La prima proprietà terriera islamica sul suolo tedesco fu un cimitero. Quando il 29 ottobre 1798 morì l’inviato e ambasciatore turco alla Corte berlinese, Ali-Aziz effendi, il re Federico Guglielmo III acquistò un terreno ad Hasenheide in Blucherstrasse, destinato ad accoglierne la tomba. Proprietario di questo terreno fu fin dal principio l’Impero osmanico (nel 1866 il cimitero fu trasferito al Demewitz-Friedhof).

Le iniziative prima ricordate erano quasi sempre avviate da un re, che si sentiva responsabile del benessere dei suoi sudditi. È degno di nota che i sovrani si ponessero così ampiamente nella situazione personale dei credenti di altre fedi e rendessero loro possibile la pratica delle loro consuetudini religiose. Questioni la cui gestione al giorno d’oggi è in parte presentata come molto problematica, si pensi a esempio alla costruzione di moschee o all’apertura di cimiteri musulmani, che allora erano considerate evidentemente cosa ovvia, nonostante il numero dei musulmani fosse così limitato.

Nel 1922 fu fondata a Berlino da Maulana Sadruddin, un imam indiano, la prima comunità islamica organizzata. Due anni dopo la comunità fu in grado di aprire una moschea a Berlino Wilmersdorf, la prima che i musulmani abbiano costruito da soli. Fino al 1945 fu il centro della vita islamica in Germania. Qualche anno dopo, nel 1927, fu fondato sempre a Berlino l’Istituto Centrale Archivio Islam, ancor oggi attivo nella sua sede.

Nel 1932 sessanta musulmani, profughi dall’Unione sovietica, insieme ad altri loro correligionari tedeschi, fondarono a Berlino una sezione germanica del Congresso mondiale islamico, sotto il cui tetto si riunirono nel 1933 tutte le associazioni musulmane. Questa sezione costituì, con un Simposio islamico, la prima istituzione per la formazione musulmana, alla quale fu affidato l’insegnamento religioso per i bambini musulmani. Il Simposio islamico fa oggi parte dell’Istituto Centrale Archivio Islam per la Germania.

Il Consiglio islamico per la Repubblica federale tedesca, un’associazione registrata nel 1986, si distingue oggi come il successore giuridico del Congresso mondiale islamico in Germania.

Secondo le statistiche, all’inizio del XX secolo(nel 1924) vivevano in Germania 3.000 musulmani, dei quali 260-300 erano di origine tedesca. Questo piccolo numero di musulmani aveva a disposizione considerevoli organizzazioni, anche parzialmente attive nel campo del dialogo e del reciproco scambio culturale fra intellettuali, filosofi e scienziati. I musulmani che vivevano in Germania erano in gran parte commercianti, membri di accademie, ricercatori e scrittori. Naturalmente a questo livello avevano luogo incontri con appartenenti a fedi diverse, mentre per la vasta massa della popolazione tedesca essi erano persone esotiche, conosciute dai racconti delle Mille e una notte. Le loro moschee e organizzazioni erano qualcosa di particolare, poste com’erano sotto la personale protezione del kaiser, privilegi compresi. Erano certamente di un’altra religione, ma non rappresentavano alcuna minaccia per la società locale.

 2. I musulmani in Germania dal 1960 in poi

Questo quadro si modificò dopo la Seconda guerra mondiale, quando dalla Turchia, improntata dall’Islam, furono fatti arrivare i primi «Gastarbeiter», i lavoratori stranieri, per la ricostruzione della devastata Germania del dopoguerra. Persone che all’inizio erano state ingaggiate come forza lavoro, persone che certamente erano viste soltanto come lavoratori e stranieri. Questa idea potrebbe così essere intesa: il datore di lavoro era contento di essersi assicurato questa forza lavoro per la ricostruzione, ma si rallegrava anche nell’intimo perché presto o tardi il Gast, l’ospite, sarebbe tornato a casa sua! Il Gast si sentiva qui come una forza, che sarebbe funzionata bene e altrettanto bene avrebbe potuto guadagnare, per avere in seguito nel suo Paese una vita migliore. Questo inespresso pensiero rese possibile una vita “l’uno accanto all’altro, senza mostrare molto interesse per il rispettivo modo di vita.

 I tedeschi presero atto del fatto che queste persone non mangiavano carne di maiale e non bevevano alcol, un’informazione più approfondita rendeva noto che esse pregavano cinque volte al giorno e una volta all’anno digiunavano. I lavoratori stranieri musulmani si sforzavano per trovare cibo che non comprendesse carne suina e alcol. Dopo il lavoro si ritiravano se possibile soltanto con i loro connazionali in luoghi comuni di riunione, per non cadere nella tentazione di perdere le loro consuetudini tradizionali. Così il loro interesse per il Paese che li ospitava, per la sua gente e la sua lingua era molto ridotto. Qui essi potevano continuare a vivere nella tradizione e nel modo di vita che avevano portato con loro, senza dare troppo nell’occhio. Negli spazi dedicati alla preghiera, inizialmente negli angoli più nascosti dei cortili della Germania, questi lavoratori-ospiti avevano costruito un pezzo della loro patria in terra straniera. Poiché avevano poco o nessun contatto con i loro colleghi di lavoro, questi spazi di preghiera e i loro negozi di alimentari, che sempre più si aprivano, rimasero a lungo invisibili per la società tedesca.

 Le prime immagini appariscenti furono quelle portate con loro dalle mogli dei lavoratori stranieri. Le donne munite di foulard e sovente vestite di colori inconsueti cambiarono l’immagine familiare delle strade tedesche. Donne, il cui modo di vivere e la cui posizione sono ancor oggi fra gli argomenti più discussi… La vita di queste persone suscitò improvvisamente curiosità e soprattutto compassione, cosa che dapprima si espresse in sguardi meravigliati. Nell’economia privata queste donne poterono assumere soprattutto quei lavori per i quali era difficile trova mano d’opera, come per esempio i lavori di pulizia.

 Sotto l’ala protettrice di queste donne crebbe la nuova generazione, che qui non si sentiva più come ospite. I giovani erano nati qui e attraverso la scuola, lo studio e la formazione avevano maggiori contatti, anche se ancora a distanza, con la società tedesca. L’educazione tradizionale e le paure, che i loro genitori provavano verso un ambiente ancor sempre sconosciuto, condussero a particolari modi di comportarsi, che in parte erano incomprensibili. Regole di comportamento basate sulle specifiche sensibilità religiose, come per esempio esclusione dei ragazzi [musulmani] dalle gite scolastiche, esonero dalle lezioni di educazione fisica e scarsi contatti con i compagni al di fuori del tempo passato insieme a scuola, erano e sono ancora oggi vistosi segni distintivi delle persone che si chiamano musulmani. I problemi, che emergono relativamente a questi temi, hanno portato i musulmani in una posizione difensiva della loro propria fede. Dialoghi pervasi da emozioni sono stati di poco aiuto per una maggiore comprensione reciproca, ma furono l’inizio di un nuovo tipo di contatti e di vita in comune.

 In Germania il dialogo fra religioni ha una lunga tradizione, tuttavia, svolgendosi per lo più fra teologi e filosofi, aveva limitato effetto sulla vita quotidiana e sui rapporti interpersonali. Così l’Islam rimase per la maggior parte dei tedeschi una religione sconosciuta, della quale si inizia ora a fare conoscenza attraverso il modo di vivere dei musulmani che qui abitano.

 Nel frattempo vivono qui oltre 3 milioni di musulmani, dei quali oltre il 70% sono “Gastarbeiter” venuti dalla Turchia. Perciò in Germania è l’immagine impressa dall’Islam praticante che caratterizza il modo di vivere di queste persone. Un modo di vivere che per i tedeschi appare spesso incomprensibile, estraneo e arretrato.

3. L’Islam politico

La rivoluzione in Iran alla fine degli anni 70 e le immagini sui media, che rappresentavano per lo più un Islam terribile e fanatico, fornirono un nuovo quadro dell’Islam e dei musulmani, un quadro politico. Le corrispondenze giornalistiche e le generalizzazioni, fatte proclamando che tutti i musulmani pensano e agiscono così, e la diffusione dell’idea che i musulmani avrebbero di creare nel mondo uno “Stato di Dio”, fomentò preoccupazioni e paure. Queste rappresentazioni e le pubblicazioni, che improvvisamente inondarono il mercato, soprattutto libri di scrittori noti che si presentavano come conoscitori dell’Islam e dell’Oriente, posero le basi delle paure.

Si divenne attenti e scettici verso i musulmani che qui vivevano e le loro organizzazioni, che per l’aumento del numero di musulmani erano diventate naturalmente più numerose e visibili. Si vide in ogni musulmano un potenziale fondamentalista in senso negativo e ci si sentì minacciati dal pericolo che anche qui in Germania sorgesse un cosiddetto Stato teocratico come in Iran o Afghanistan!.

4. I musulmani in Germania oggi

I musulmani che vivono qui non danno di sé un’immagine uniforme. Essi sono individui, che hanno differenti modi di vedere secondo la loro educazione, formazione e Paese d’origine. La giovane generazione, che pratica consapevolmente la propria religione, se ne dà pensiero e approfitta della chance di trovare la propria strada al di fuori dei confini di tendenze tradizionali. Per essi la Germania è diventata la patria, sia per la cittadinanza tedesca, sia per la pluriennale permanenza qui.

Dei circa 3 milioni di musulmani, che vivono attualmente in Germania, sempre più numerosi saranno coloro che diverranno cittadini di questo Paese, dove già oggi si contano circa 250.000 musulmani di discendenza tedesca. Essi sono cittadini tedeschi e secondo le norme della Costituzione hanno il diritto di vivere secondo il loro credo religioso. Secondo l’art. 4.1 della Costituzione Federale,  la libertà delle professioni di fede religiose e di visione del mondo sono inviolabili.” E nel medesimo articolo si aggiunge:  Viene garantita la pratica religiosa inviolabile. In questo senso avevano agito già i re e i kaiser. Vi è da riflettere sul perché nel nostro tempo, nonostante l’avvicinamento fisico di persone di culture e religioni differenti e del profluvio di informazioni su altri popoli, sorgono sempre difficoltà quando le persone vogliono vivere secondo la loro fede.

Per i molti musulmani che vivono in Germania è evidente il dover riconsiderare la loro religione indipendentemente dalle tradizioni, riscoprendola.

Da alcuni anni è aumentato da tutte le parti l’interesse di aprirsi reciprocamente e sapere maggiormente dell’altro. Tutto ciò si manifesta negli incontri personali e nei diversi settori lavorativi, ma anche nel rispetto delle pratiche, dei rituali e delle festività delle altre religioni. Uffici divini comuni e multireligiosi e festività in diverse occasioni sono importanti passi per l’avvicinamento e rendono possibile la partecipazione di musulmani in svariati settori della società civile. Tuttavia non è ancora diventata normalità una vita senza problemi e libera da pregiudizi. Gli avvenimenti devastanti dell’11 settembre e le relative conseguenze hanno portato in questo sviluppo un cambiamento che deve essere visto nei suoi lati sia negativi che positivi.

In questa evoluzione è negativo che, come spesso si sente esprimere, la situazione dei musulmani in Occidente sia mutata drasticamente. Sono numerose le notizie di dichiarazioni sprezzanti sui musulmani e anche i soprusi sono fino a oggi numerosi. Nonostante questi atti siano diminuiti, i musulmani avvertono di essere visti e osservati con altri occhi. Nel nostro tempo gli innumerevoli mezzi di comunicazione svolgono un ruolo decisivo nella formazione delle opinioni, delle valutazioni e dei pregiudizi. Influisce sulla nostra percezione l’accettazione acritica delle notizie e il fascino di filmati e fotografie. Per questo motivo è apprezzato che accanto alle numerose rappresentazioni negative comincino a essere visti anche resoconti e film documentari imparziali e obiettivi, pur se in quantità molto modesta.

Con riferimento ai fatti dell’11 settembre le parole “islamico” e “musulmano” sono usate tanto sovente che il termine “terrorismo” e “terroristi” senza quell’aggettivo appare inimmaginabile. Questo, insieme alle notizie [come vengono presentate] conduce a che i musulmani (le donne coperte dal velo o gli uomini barbuti con la pelle scura) non raramente siano visti come persone sospette e terroristi potenziali, che aspettano soltanto l’occasione buona! Per i musulmani ciò significa: dover dimostrare continuamente di essere invece leali cittadini di questo Paese, e anche coloro che vivono in Germania da lungo tempo e hanno dimostrato nella pratica quotidiana la loro lealtà civica vengono tutti insieme marchiati a fuoco come potenziali «persone sospette». Questo porta a insicurezza e impedisce non raramente una costruttiva e confidente vita gli uni con gli altri.

Il lato positivo è che durante questo tempo il numero dei convegni sull’Islam è aumentato all’improvviso. Questi convegni sono importanti pietre miliari per la reciproca conoscenza e per saperne vicendevolmente di più. Si spera da questa evoluzione positiva che si faciliti e si favorisca una vita nella pace reciproca, nonostante le diversità esistenti.

Non è nell’interesse del dialogo mettere fra parentesi le diversità o praticare il livellamento. La religiosità e la convinzione nel proprio credo sono un importante fondamento per il dialogo interreligioso. La convinzione che la propria via sia l’unica giusta e l’unica verità, appaiata alla mancanza di disponibilità ad accettare persone di altre fedi con e nella loro religione, purtroppo blocca spesso la disposizione ad ascoltare gli altri e con ciò la possibilità di comprendersi vicendevolmente. Per il momento le persone sono curiose e assetate d’informazione, è da desiderare e sperare che anche gli scambi di idee proseguano concreti e utili!

Le pratiche religiose quotidiane dei musulmani in Germania, che appaiono esteriormente e pubblicamente, costituiscono il tema principale delle discussioni. Per molti musulmani però è importante discutere anche su altri temi, che riguardano tutte le persone. La problematica dell’ambiente, i valori etici nella scienza e nella ricerca, la giustizia sociale e la politica sono tra l’altro argomenti sui quali i musulmani vogliono scambiare idee, insieme con chi professa altre fedi e vive qui con loro,.

La maggior parte dei musulmani cerca di integrarsi in questa società, nella quale considerano di trovarsi a casa loro e in cui tuttavia appartengono a una minoranza. Integrazione non può né deve significare assimilazione e in nessun caso condurre alla rinuncia della propria identità. Il fine comune di noi tutti è di poter vivere gli uni con gli altri in pace e letizia. In questo le molteplici religioni e culture, con i loro contenuti di saggezza accumulati nei millenni passati, possono dare un grande aiuto. Negli ultimi anni si sono raggiunti alcuni successi, ma io vedo alcuni punti che rendono difficile la nostra strada verso l’avvicinamento.

Un’affermazione, che mi ha sconcertato durante una delle mie conferenze in questa materia, è stata la dichiarazione di un Pastore: “Non possiamo condurre alcun dialogo con i musulmani, perché il loro dio è altro dal nostro. È un dio punitivo e crudele, che non prova alcun amore per le sue creature”. Similmente a questa presa di posizione vi sono purtroppo anche musulmani che dicono: “I cristiani non sono monoteisti, perché credono in tre dei, con loro non possiamo avere alcun dialogo”. Le due affermazioni portate a esempio fanno capire perché nessun auspicabile avvicinamento è stato raggiunto, nonostante contatti durati anni. Il motivo di questa mancata disponibilità all’accettazione sta forse in pregiudizi profondamente radicati? Sono forse i conflitti bellici nel corso della storia che ci tengono staccati gli uni dagli altri? O è forse la strumentalizzazione della religione che ci fa dimenticare le cose umane e ideali?

Senza dubbio vi sono motivi sociali, politici, personali e anche teologici che ci dividono, nonostante la nostra affinità. Spetta a noi, che viviamo assieme in questo Paese, esaminare gli elementi che dividono e uniscono, se vogliamo essere leali e sinceri – nella nostra religione, nei confronti del Creatore e delle sue creature – e anche e in primo luogo giusti, se siamo diversi e di altra religione. Con il desiderio di dialogo e d’integrazione sono aumentate anche la disponibilità all’organizzazione e al collegamento in rete dei musulmani e all’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione. Così è sorto nel 1994 il “Consiglio centrale dei musulmani in Germania”, sul cui sito Internet – come anche su quelli di altre associazioni e istituzioni – si possono leggere le seguenti introduzioni.

Il “Consiglio centrale dei musulmani in Germania” e un’unione di vertice delle organizzazioni centrali islamiche in Germania. Si pone come base di discussione e operatività dei suoi membri e assume il compito di partner per un dialogo e come interlocutore dello Stato tedesco, dell’Amministrazione e degli altri settori della società. Vuole rappresentare gli interessi comuni dei suoi membri nei confronti delle Autorità e in loro nome chiedere il rispetto dei diritti che spettano loro come comunità religiosa.

Anche le donne musulmane da qualche anno sono attive e cercano la loro via. Così sono sorte organizzazioni di donne che si adoperano in diversi campi. Come cofondatrice di una di queste associazioni vorrei qui, prima di chiudere, riferire brevemente. La rete HUDA per le donne islamiche è un’associazione regolarmente registrata. I membri sono soprattutto donne tedesche islamiche. Abbiamo cominciato con la pubblicazione di una rivista in lingua tedesca, che esce 5 volte l’anno. Essa ha il compito di essere un forum per donne musulmane e di fornire loro la possibilità di raccontare le loro esperienze e i loro interessi. All’inizio lo scopo era di motivare le donne musulmane a parlare di argomenti importanti per loro in questa società, scambiare idee fra loro e informarsi.

L’associazione lavora al momento con altre organizzazioni femminili, sia musulmane che di altro genere, che agiscono per i diritti della donna in tutto il mondo, per esempio Terre des femmes, che si occupa fra l’altro dell’abolizione delle mutilazioni femminili. Da un anno abbiamo creato in collaborazione con l’Istituto per la pedagogia e la didattica internazionali una “officina coranica”, in cui i bambini apprendono come poter lavorare con il Corano. Oggi la rivista non è più esclusivamente una ribalta per lo scambio di esperienze ma racchiude anche temi attuali, importanti per tutte le persone e visti dal punto di vista islamico.

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