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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

Rebecca Crozier, 2 dicembre 2015 ǀ Open Democracy

Riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E che bombardare non è l’unica opzione.

I ripugnanti attacchi di Parigi hanno ridotto il dibattito pubblico e politico sul conflitto in corso in Siria all’alternativa “bombardare o non bombardare” l’ISIS. E quelli che sono contrari ai raid aerei in Siria vengono accusati di simpatizzare per i terroristi.

In se stessa, la decisione di bombardare l’ISIS in Siria in risposta agli attacchi è frettolosa e incauta, mossa dalla convinzione che soltanto un intervento militare possa soddisfare l’esigenza dell’opinione pubblica di un’azione risoluta da parte del governo. Scioccate dalle terribili tragedie, le persona sono guidate da una comprensibile percezione che “qualcosa bisogna fare”. E così si giunge troppo facilmente e troppo rapidamente alla conclusione dell’intervento militare, come se fosse la sola opzione, l’unico modo per fare qualcosa.
Possiamo davvero sconfiggere ciò che il primo ministro ha definito il “malvagio culto della morte” intensificando i raid aerei? I territori occupati dall’ISIS non sono popolati solo da estremisti e da jihadisti assetati di sangue – i quali d’altra parte sono anche a Parigi, Bruxelles, a Londra. I territori occupati dall’ISIS sono popolati per la maggior parte da normali civili.

I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente.

I bombardamenti aerei contro i territori occupati dall’ISIS sono pericolosi e prestano il fianco a ritorsioni. I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente. I bombardamenti aerei creeranno nuovi rifugiati, mettendo sotto pressione i fragili stati confinanti in una regione che già non può farvi fronte. Inoltre, i bombardamenti aerei e le loro sanguinose conseguenze alimenteranno la macchina propagandistica dell’ISIS, sia in Siria che all’interno delle nostre società. A tutti questi rischi si aggiunge il fatto che, anche qualora dovessimo avere successo, non sappiamo da chi sarà riempito lo spazio ora occupato dall’ISIS.

Dobbiamo, invece, riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E bombardare non è l’unica opzione.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra. Si troverà che queste ragioni non sono dappertutto le stesse: un giovane siriano che ha perso tutto a causa della guerra si unirà per ragioni diverse da una giovane donna britannica che compie il viaggio in Siria nel nome della jihad; e saranno ancora diverse le ragioni che portano un analfabeta dei sobborghi di Tunisi a decidere di combattere.

Intervenire su una realtà complessa

Il primo ministro ha affermato che la complessità non deve diventare una scusa per il non intervento. Ha ragione. Ma la complessità non è una scusa, è la realtà, e proprio conoscendo la complessità potremmo prendere in considerazione azioni diverse, in particolare quelle soluzioni locali che sarebbero decisive nella lotta contro l’ISIS.

Questo lavoro preparatorio è già in corso. Mentre i parlamenti erano impegnati a deliberare sui pro e i contro dell’azione militare, gruppi della società civile locale, governi e leader di comunità lavoravano duramente in prima linea. Organizzazioni come International Alert, insieme alle controparti locali, erano al lavoro per comprendere ed individuare i fattori che influenzano la vulnerabilità dei giovani al reclutamento di gruppi estremisti in modo da fornire riposte appropriate.

Per esempio: si stima che oltre tremila tunisini abbiano compiuto il viaggio in Siria per combattere al fianco dei miliziani. Grazie al nostro lavoro in Tunisia sappiamo che i giovani nei sobborghi poveri di Tunisi che hanno partecipato alla primavera araba perché credevano nella possibilità di una vita migliore, oggi si sentono presi in giro dalle elite politiche e ignorati dallo Stato. Sappiamo che la disillusione e il risentimento che ciò ha ingenerato hanno reso questi sobborghi permeabili al reclutamento dei gruppi estremisti e che il senso di appartenenza e di una causa offerto da questi gruppi ha convinto migliaia di tunisini a compiere il viaggio in Siria.

Naturalmente è difficile dire quale sia il modo migliore per rispondere alla terribile situazione in Siria, e nessuno può proclamare di avere tutte le risposte. Ma troppo spesso siamo messi di fronte ad una scelta secca: bombardare o non bombardare, come se non esistessero altre opzioni a disposizione.
Di sicuro, l’unico modo per il Regno Unito di affrontare la situazione è continuare con pazienza a lavorare con i partner internazionali, regionali e locali allo scopo di assicurare un adeguato sostegno umanitario a tutti quelli che ne hanno bisogno, riducendo nel contempo incentivi ed opportunità per i nuovi combattenti di unirsi all’ISIS. E sviluppare una strategia di lungo termine percorribile e graduale per riportare la stabilità e – auspicabilmente – la pace in Siria.

Ci vorrà tempo per questo, ma difficilmente continuare a bombardare migliorerà le cose, anzi, non farà che peggiorarle.

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Link all’articolo originale: https://www.opendemocracy.net/rebecca-crozier/syria-to-bomb-or-not-to-bomb-that-is-not-question

Written by pierpaolocaserta

dicembre 7, 2015 at 2:11 pm

Pubblicato su Daesh, Iraq, Open Democracy, Siria

Pari opportunità per i Rom d’Europa: un imperativo economico in un’Europa che invecchia

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L’inclusione dei Rom non è solo un diritto umano ma anche un imperativo economico. Lo sostiene una recente relazione della Banca mondiale.

I Paesi dell’Europa centrale spiccano nell’Unione europea per una popolazione che sta invecchiando ed arretrando più rapidamente e si sta riducendo in modo differente rispetto ai loro vicini. Diversamente dall’Europa occidentale, dove l’invecchiamento è da ricondursi principalmente all’aumento della longevità, i Paesi dell’Europa centrale (e i Paesi baltici) stanno invecchiando soprattutto a causa della bassa fertilità e dell’emigrazione. Il cambiamento demografico è notevole: per esempio, la Bulgaria ha visto la sua popolazione ridursi di oltre il 15% dal 1990, Romania e Ungheria di oltre il 5%. Le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite evidenziano che la tendenza dovrebbe proseguire e persino intensificarsi. La diminuzione della forza lavoro mette a rischio la crescita economica e contribuisce ad innalzare la pressione fiscale.

Secondo una recente relazione della Banca Mondiale, i Paesi dell’Europa centrale possono rispondere a queste criticità promuovendo un invecchiamento attivo, in buona salute e produttivo. Il cuore della risposta politica è investire nelle persone per far sì che i gruppi presenti e futuri abbiano competenze adeguate e siano in buona salute, in modo che un numero maggiore di persone sia al lavoro e sia in grado di lavorare più a lungo.

I Paesi dell’Europa centrale la cui popolazione invecchia o si riduce possono far meglio sulle attività occupazionali, sulla salute e sulle competenze delle loro popolazioni.

Ciò è ancor più vero per i cittadini Rom, che sono tra gli europei più poveri e vulnerabili, esposti a povertà, esclusione e discriminazione. I Rom della Bulgaria, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Romania e della Slovacchia in media sperimentano una disoccupazione più elevata e più lavoro informale e precario rispetto ai non-Rom. Inoltre, i loro figli imparano meno e abbandonano la scuola prima; vivono in condizioni di salute peggiori e hanno condizioni di accesso peggiori ai servizi sanitari. L’indagine della Banca Mondiale dimostra che questa disparità non è il risultato di una mancanza di impegno [nell’integrazione]: dalle dichiarazioni dei Rom emergono infatti aspirazioni analoghe a quelle dei loro concittadini non-Rom. La differenza è che non hanno le stesse opportunità.

L’invecchiamento e il declino demografico comportano che garantire pari opportunità ai Rom non rappresenti soltanto un imperativo sociale e morale, fortemente radicato nei valori europei, ma anche una necessità economica: in parole povere, con il declino della popolazione in età lavorativa, nessun Paese si può permettere il lusso di lasciare inattive o marginali parti estese della sua popolazione. Ciò è ancor più vero ove si consideri che la popolazione Rom è in aumento, diversamente dalla corrispondente popolazione aggregata del Paese in questione, e rappresenta una quota crescente di coloro che si immettono nel mercato del lavoro.

Venticinque anni e più di analisi hanno mostrato che le diseguaglianze tra Rom e non-Rom iniziano presto. In alcuni casi sono il riflesso delle situazioni familiari. Per esempio, un bambino Rom ha probabilità molto maggiori di crescere in un nucleo familiare che si trova al fondo della distribuzione del reddito, o che abbia genitori con scarsa o nessuna scolarizzazione. Altre fonti di diseguaglianza sono la conseguenza di scarse opportunità, per esempio l’accesso a beni e servizi primari quali l’istruzione o adeguate condizioni di vita, indispensabili non solo per realizzare le proprie potenzialità, ma anche per vivere in modo dignitoso. Ed è altrettanto significativa la conclusione che circostanze insorte nei primi anni di vita riconfermino lo svantaggio lungo l’intero arco della vita.

Qual è la possibile risposta politica? La promozione delle pari opportunità per i Rom deve iniziare mettendo l’accento sui bambini, sulla loro salute e sul loro sviluppo cognitivo. Affrontare il divario evolutivo fin dalla prima infanzia, promuovendo le adeguate competenze genitoriali e migliorando disponibilità ed accesso a servizi di qualità nei primi 1000 giorni di vita, può contribuire in modo significativo ad accrescere le opportunità dei Rom di inserirsi nella vita adulta. Inoltre, il ripensamento dei sistemi educativi secondo una struttura più inclusiva—ritardando il rilevamento, promuovendo la desegregazione, aumentando gli incentivi per gli insegnanti che accettano di lavorare in aree svantaggiate e fornendo corsi di recupero e consulenza—permetterebbe di mantenere le pari opportunità in sistemi che, invece, continuano a remare contro i bambini svantaggiati a causa del background socio-economico, tra i quali vi sono molti Rom.
Ma l’attenzione ai bambini non basta – la risposta politica deve andare oltre. Creare un terreno uniforme nella prima infanzia potrebbe non bastare per garantire le pari opportunità: i Rom continuano a trovarsi di fronte ad opportunità sfavorevoli in momenti chiave della loro vita, per esempio quando cercano un lavoro. Una gamma più ampia di politiche dovrebbe affrontare anche alcune delle situazioni di svantaggio nelle quali cresce una larga parte dei bambini Rom: accesso al lavoro, condizioni di vita dignitose ed accesso a servizi di qualità, per esempio in ambito sanitario.

Se i Paesi dell’Europa centrale vogliono prepararsi per l’invecchiamento e il declino demografico, devono iniziare dai loro cittadini più poveri e più vulnerabili. Contrariamente a quanto spesso si sente dire, affrontate la discriminazione e l’esclusione sociale ed economica della maggioranza dei cittadini Rom nell’Unione europea non è una missione impossibile. Esistono numerosi e incoraggianti esempi in tutta Europa che mostrano come politiche incisive ed inclusive negli ambiti educativo, occupazionale e dei servizi socio-sanitari, possano fare la differenza.

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Link all’articolo originale:
http://www.worldbank.org/en/news/opinion/2015/04/09/equal-opportunities-for-roma-an-economic-imperative-in-an-ageing-europe

Written by pierpaolocaserta

aprile 12, 2015 at 7:24 pm

Syriza può ancora farcela – malgrado i funzionari europei che mirano al suo fallimento

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“I funzionari europei che non vedono l’ora di sbarazzarsi di Syriza dovrebbero rendersi conto che alternative ben peggiori attendono dietro le quinte.”

Maria Margaronis | The Nation

7 aprile 2015

Il primo ministro greco Alexis Tsipras è oggi [8 aprile] a Mosca per discutere del prezzo del gas, di commercio e di investimenti con Vladimir Putin; il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, nel frattempo, è appena ripartito da Washington, dove ha rassicurato Christine Lagarde (FMI) sul fatto che la Grecia effettuerà domani il rimborso previsto e le ha illustrato le riforme proposte dal governo guidato da Syriza. Una compensazione equilibrata, si sarebbe tentati di dire al di fuori dei confini dell’UE: un ragionevole bilanciamento del rischio in un momento critico per la Grecia. Eppure, a dar retta alla stampa anglofona si sarebbe dovuto credere che il governo greco fosse sull’orlo del default per il prestito del FMI, pronto a stampare dracme ed indire elezioni anticipate, infischiandosene dell’Europa e vendendo l’anima a Putin per un pugno di rubli.

Le negoziazioni della Grecia con i suoi creditori, finalizzate a sbloccare prestiti per 7,2 miliardi di Euro, sono avvolte da una cappa di disinformazione. Se non otterrà tale credito, il governo resterà probabilmente a corto di liquidità nel giro di qualche settimana (mesi al più tardi—nemmeno questo è chiaro). Un articolo sul Financial Times del 5 aprile, basandosi quasi interamente su citazioni anonime di “importanti funzionari” e ministri delle Finanze dell’Eurozona, suggeriva che si potrà raggiungere un’intesa solo se Syriza scaricherà i suoi deputati di sinistra, che sono stati eletti, per formare un governo di coalizione con due partiti di centro-sinistra: lo screditato Pasok e la nuova formazione Potami. Tre giorni prima, sul Daily Telegraph il giornalista euroscettico Ambrose Evans-Pritchard citava fonti generiche “vicine a Syriza” per sostenere che la Grecia fosse sul punto di nazionalizzare il sistema bancario e introdurre una valuta parallela. Questa disinformazione è digerita e rilanciata dalle televisioni private greche, da scribacchini e da politicanti, con il risultato di diffondere confusione e sfiducia, minacciando le già traballanti negoziazioni, il governo guidato da Syriza e quel che rimane della coesione dell’Europa.

Della proposta presentata da Syriza all’Eurogruppo, un documento di 26 pagine fatto trapelare dal Financial Times, sì e no se ne parla. Eppure il testo merita di essere letto. La sezione più ampia, sulla tassazione, illustra in che modo il governo intenda incrementare i suoi introiti ed intervenire contro l’evasione fiscale; sebbene i dati possano essere ottimistici, il documento rappresenta un buon inizio. Nel capitolo relativo alla riforma del mercato del lavoro le tesi economiche sono formulate pacatamente contro l’austerità, argomentando che la crescita richiede retribuzioni eque e la tutela dei diritti dei lavoratori […].

I non meglio precisati funzionari europei che non vedono l’ora di sbarazzarsi di Syriza dovrebbero rendersi conto che alternative ben peggiori attendono dietro le quinte.

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Link all’articolo originale:
http://m.thenation.com/blog/203793-syriza-still-has-chance-succeed-if-eu-doesnt-sabotage-it-first

Written by pierpaolocaserta

aprile 9, 2015 at 8:40 am

La petizione pro-Venezuela raggiunge quota 8 milioni di firme

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Redazione | Axis of Logic
6 aprile 2015

In Venezuela, una petizione contro le recenti sanzioni del presidente Barack Obama e la classificazione del Venezuela come minaccia per la sicurezza nazionale ha raggiunto quota 8 milioni di firme.

Il 9 marzo scorso, il presidente Obama aveva emesso un ordine esecutivo nel quale si annunciava “un’emergenza nazionale con riguardo all’insolita ed eccezionale minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti posta dalla situazione in Venezuela.”

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha ringraziato tramite il suo account Twitter i sostenitori che hanno chiesto ad Obama di “ritirare il decreto”. Le firme saranno consegnate durante il Summit delle Americhe che si aprirà a Panama alla fine di questa settimana e al quale parteciperanno tutte le nazioni dell’emisfero.

La crescente ostilità degli USA nei confronti del Venezuela sarà con ogni probabilità uno dei temi più caldi del Summit, al quale dovrebbe partecipate anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Milioni di persone si sono inoltre riversate su Twitter per esprimere la propria opposizione all’aggressione degli Stati Uniti. Secondo quanto reso noto la scorsa settimana, almeno cinque milioni di tweet in 105 Paesi avrebbero richiesto la revoca delle misure.

Il governo ha inoltre trovato un ampio supporto nell’arena internazionale. Molti latino-americani di primo piano hanno espresso sostegno al governo, democraticamente eletto, del presidente Maduro, compreso l’ex presidente uruguaiano Jose Mujica e il Nobel per la pace Rigoberta Menchu.

A marzo, tutti e 33 i Paesi membri della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) hanno espresso la loro contrarietà all’iniziativa del governo degli Stati Uniti, ed altri organismi regionali, compresa l’UNASUR (Unione delle nazioni sudamericane) hanno fatto lo stesso.

Non bastasse ciò, anche il gruppo G77+Cina, comprendente 134 Paesi, ha formulato un pronunciamento che respinge l’ordine esecutivo del presidente Obama contro il Venezuela.
La scorsa settimana, in tutta risposta, Roberta Jacobson, sotto-segretario statunitense per l’America Latina si è detta “amareggiata” per le dimensioni del sostegno manifestato al Venezuela a seguito delle recenti sanzioni.

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Link all’articolo originale:
http://axisoflogic.com/artman/publish/Article_69922.shtml

Written by pierpaolocaserta

aprile 7, 2015 at 7:41 pm

Pubblicato su America Latina, Venezuela

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El Pais: il Parlamento uruguaiano ricorderà il genocidio degli Armeni nel suo centenario

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uruguay
Il parlamento uruguaiano si riunirà in una sessione speciale dedicata al centesimo anniversario del genocidio degli Armeni. L’iniziativa è stata avanzata dal Partito Nazionale dell’Uruguay ed appoggiata da tutte le altre forze parlamentari.

Il deputato Jorge Guekdjian pronuncerà un discorso sulla tragedia della nazione armena e il supporto che i rifugiati hanno ricevuto in Uruguay – il primo Paese al mondo ad aver riconosciuto il genocidio degli Armeni, nel 1965.

Secondo quanto riferisce il quotidiano spagnolo El Pais, a Montevideo sono previsti vari eventi nella giornata del 24 aprile. L’orchestra sinfonica diretta dal Maestro Alvaro Hagopian si esibirà nella sala concerti Adela Reta. Il 23 aprile, quasi 14.000 uruguaiani di origine armena sfileranno lungo la 18 de Julio Avenue – la via più importante di Montevideo.

“La comunità armena non ha dimenticato le tradizioni, la fede e la lunga sofferenza dei suoi antenati. Per altro – si legge ancora su El Pais – sembra essere cresciuta negli anni la volontà della comunità armena di richiedere al governo turco – erede del governo di Abdul Hamid e Kemal Ataturk – di il riconoscimenti del crimine commesso”.
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Fonte:
http://news.am/eng/news/260450.html

Written by pierpaolocaserta

aprile 7, 2015 at 6:25 am

La vera bomba a orologeria dell’Europa

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“La vera bomba a orologeria dell’Europa”, secondo Samuel Gregg su “The Spectator” (Stati Uniti): non è della Grecia che si sta parlando. Se propongo questo articolo non è perché ne condivida ogni passaggio. Al contrario, non sono certamente in sintonia con la forte impronta neoliberista che vi è chiaramente leggibile; e, di conseguenza, ho non poche riserve sull’individuazione, da parte dell’autore, delle cause specifiche alla base della fragilità dell’economia francese. La ragione per cui ne riporto ugualmente il ragionamento risiede nel fatto che, al pari del precedente articolo tradotto e pubblicato su questo blog (da The Wall Street Journal: l’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro), ritengo sia utile per spostare l’attenzione dalla martoriata Grecia ai problemi strutturali di altre importanti economie nazionali di Stati membri e dell’Europa nel suo insieme. Se, poi, sono ambienti della finanza internazionale, se non vicini al conservatorismo neoliberista ( sia The Spectator che il Wall Street Journal sono di orientamento conservatore), e non giornali con simpatie di sinistra ad essere sempre più convinti che l’accanimento contro la Grecia sia non solo ingiusto, ma anche fuorviante e profondamente miope, allora mi sembra di tutta evidenza che ne risultino potentemente rafforzate proprio tali conclusioni. (ppc)

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La vera bomba a orologeria dell’Europa

Samuel Gregg | The Spectator (Stati Uniti)

2 marzo 2015

Mentre i governi e i mercati finanziari europei si sono concentrati, negli ultimi mesi, su quel disastro, politico e fiscale in corso, altrimenti noto come Grecia, le criticità che sta attraversando uno dei membri più piccoli dell’UE appaiono, francamente, abbastanza marginali rispetto a quello che potrebbe essere tranquillamente il maggiore tra i problemi interni che incombono sull’Europa.

Il nome di questo problema? In una sola parola: Francia.

Non è esagerato dire che la Francia sta vivendo una delle sue peggiori crisi sistemiche dal collasso della Quarta Repubblica, avvenuto nel 1958. Questa volta, però, non c’è alcun uomo della provvidenza—nessun Charles de Gaulle—ad aspettare dietro le quinte per salvare la Francia da se stessa. In effetti, proprio questo è un aspetto del problema della Francia: una classe politica che, indipendentemente da appartenenze partitiche, è priva di pensiero creativo, specialmente sul delicato fronte dell’economia francese.

Per soppesare la gravità dei problemi economici della Francia, e la ragione per cui molti europei sono estremamente nervosi per quello che sta succedendo—o meglio, che non sta succedendo— a quella che ancora nel 2013 era la quinta maggiore economia al mondo, basterebbe dare un’occhiata all’ “Index of Economic Freedom” 2015, appena pubblicato. La Francia vi figura al 73esimo posto tra le economie più libere al mondo, su un totale di 178. L’Italia—l’altro caso disperato per l’economia dell’UE—è l’unico Paese sviluppato con una classifica peggiore. L’economia francese ha in effetti traballato sull’orlo della classifica di “mostly unfree” [per lo più non libera] per oltre 20 anni.

In prospettiva, il FMI prevede per la Francia una crescita anemica per il 2015: appena uno 0,8%, cioè ben al di sotto dei valori medi europei e mondiali. Tra le economie avanzate, soltanto per l’Italia le previsioni sono peggiori. A partire dal 2000, la crescita della Francia ha superato a stento il 2% annuo, per attestarsi più frequentemente pochi punti decimali al di sotto di tale quota. Per altro, il rallentamento della crescita ha ricadute negative sull’occupazione. Nel caso della Francia, a dicembre dello scorso anno il numero di persone in cerca di occupazione ha fatto registrare un nuovo picco.

Alcuni dei fattori alla base di questa situazione non sono nemmeno difficili da identificare. Tanto per cominciare, la spesa pubblica ammonta ad un pesante 57% del PIL annuo della Francia. Per avere un termine di paragone, la spesa pubblica degli Stati Uniti è all’incirca il 33% del PIL. Per la gran parte, tale ingente spesa è destinata al welfare state. Sostenerlo impone un carico enorme in termini di imposizione fiscale e di limitazione del potenziale di creazione di ricchezza.

Non che i leader politici francesi siano ignari della fosca situazione economica del loro Paese. L’ultimo tentativo di liberalizzare parti dell’economia, avviato nel 2014 dal primo ministro Manuel Valls, ha fatto seguito a numerosi altri tentativi di attuazione delle riforme compiuti fin dal 2000 da governi di destra e di sinistra e di norma completamente falliti o annacquati al punto da divenire privi di significato. In tutti i casi, il copione è stato piu o meno lo stesso:
1) il governo ammette la gravità della crisi economica e si dichiara determinato ad attuare dure riforme; (2) sindacati, studenti e pensionati protestano contro la profonda ingiustizia dei cambiamenti proposti; (3) le massicce proteste e le marce per le strade si oppongono alla grave violazione della solidarietà; (4) il governo annuncia la decisione di riesaminare le proposte; (5) manifestazioni e marce proseguono senza sosta; (6) il governo inizia a precipitare nei sondaggi; (7) il governo capitola.
Arrivati a questo punto, non esiste alcuna valida ragione per credere che l’agenda di Valls debba andare incontro ad un destino diverso.

L’indisponibilità della Francia a cambiare evidenzia che, a dispetto dei migliori proclami di apertura mentale, la società francese è per lo più monolitica quando si tratta di ragionare di economia.

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Link all’articolo originale:
http://spectator.org/articles/61916/europe%E2%80%99s-real-time-bomb

Written by pierpaolocaserta

aprile 5, 2015 at 8:08 am

Pubblicato su Francia

L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

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Mentre Renzi continua tenacemente a perseguire, senza incontrare significativi ostacoli, i suoi principali obiettivi – rimodulazione delle istituzioni finalizzata all’abnorme rafforzamento del potere dell’Esecutivo, marginalizzazione di opposizioni e dissenso, conculcazione dei diritti – può sorprendere che sulla stampa internazionale si trovino così poche analisi critiche di Renzi e del renzismo. Questo articolo del Wall Street Journal riflette, dunque, una percezione diffusa, allorché si legge: “Il tentativo [di Matteo Renzi] di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro.” Si dirà: non è certamente su un giornale di chiaro orientamento conservatore che si troverà un punto di vista diverso sul nostro. L’osservazione, del tutto condivisibile, rivela senza possibilità di dubbio, quale sia la collocazione ideologica del renzismo. Eppure, proprio i dati, tutt’altro che incoraggianti, per il resto snocciolati dal WSJ su produzione industriale, disoccupazione, basso potenziale di crescita, potrebbero servire a decostruire le rassicuranti bugie del governo. E, al netto di quella che mi sembra una diffusa incomprensione del fenomeno Renzi (del resto abilissimo a propinare le più rovinose ricette del neoliberismo deteriore mentre recita il ruolo del temerario innovatore), l’analisi del WSJ, proprio perché non proviene da un think-tank della sinistra radicale, mostra una volta in più che potrebbero bastare lungimiranza e buonsenso per capire che non la Grecia è il problema dell’Euro e, aggiungo, dell’Europa. E, a scanso di equivoci, non è nemmeno solo l’Italia. (ppc)
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L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

Richard Barley | The Wall Street Journal

2 aprile 2015

Come ha dichiarato recentemente il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, perché l’eurozona prosperi i suoi membri devono trovarsi in condizioni migliori stando dentro piuttosto che restandone fuori.

L’esempio più ovvio è fornito dalla Grecia. Il nuovo governo greco ha presentato all’eurozona un pacchetto di proposte nel tentativo di sbloccare finanziamenti per 7,2 miliardi di Euro, mentre si avvicinano le scadenze dei rimborsi e roll-over del debito al Fondo Monetario Internazionale. Le ultime idee poggiano strettamente sulla generazione di nuove entrate fiscali, ma appaiono ottimistiche. Molti investitori continuano a pensare che l’Europa possa raggiungere un qualche accordo che permetta alla Grecia di restare nell’Euro, anche se finora la mancanza di progressi ha messo a dura prova i nervi.

Ma un problema di lungo termine e probabilmente più importante è quello che interessa l’Italia, la terza maggiore economia dell’eurozona. Se la crisi della Grecia è nella sua fase acuta, l’Italia soffre della variante cronica: da quando è entrata nell’Euro è cresciuta a stento.

In effetti, l’economia dell’Italia è da decenni in frenata: Secondo i dati del FMI, negli anni Ottanta il tasso annuo medio di crescita del PIL reale era del 2,1%. Negli anni Novanta è scivolato all’1,4% e allo 0,6% nella prima decade di questo secolo, per attestarsi su un valore medio di -0,5% a partire dal 2010. La produzione rimane di circa il 9% al di sotto del picco del 2008.

La speranza, comunque, sgorga sempre inesauribile per l’Italia, aiutata dall'”alleggerimento quantitativo” (quantitative easing) della BCE, da prezzi del petrolio più bassi e dalla debolezza dell’euro. Secondo le ultime indagini, gli indicatori sono positivi: l’indice Markit è salito al 53,3, il valore più alto negli ultimi 11 mesi. La fiducia dei consumatori e delle imprese è in ripresa. Il primo trimestre potrebbe essere il primo dal 2011 in cui l’Italia fa registrare una crescita positiva. UniCredit si aspetta per il trimestre un’espansione dello 0,2%.

Ma segnali più impietosi sono stati sottovalutati. La produzione industriale ha fatto registrare a gennaio una contrazione dello 0,7%, nonostante le previsioni di incremento. A febbraio, la disoccupazione ha toccato quota 12,7%; la disoccupazione giovanile è al 42.6%. Gli economisti hanno la tendenza a considerare dati come questi spiacevoli, ma passeggeri: con la situazione dell’Eurozona nel suo insieme tornata favorevole, anche l’Italia dovrebbe beneficiarne. E, davvero, se l’Italia non riesce a crescere adesso, allora quando?

Eppure, il potenziale di crescita dell’Italia rimane basso al punto da destare preoccupazione. Nelle previsioni degli analisti di J.P. Morgan è bloccata vicino allo zero per parecchi anni. L’impegno del primo ministro Matteo Renzi nel riformare il Paese è essenziale. Il suo tentativo di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro. Ma, nel frattempo, l’Italia ha urgente bisogno di dimostrare che può generare almeno una crescita ciclica.

Sul futuro dell’Eurozona incombono molte date importanti. La restituzione, il 9 di aprile, di 450 milioni di euro al FMI è un ostacolo cruciale che l’eurozona è chiamata a superare. Il 13 maggio si dovrebbero avere notizie sull’uscita dell’Italia da una recessione triennale; se questo non accadrà, ci possiamo aspettare ulteriori interrogativi sugli effetti della moneta unica sui suoi membri.

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Link all’articolo originale:
http://www.wsj.com/articles/italy-not-greece-at-heart-of-euro-questionheard-on-the-street-1427986756

Written by pierpaolocaserta

aprile 4, 2015 at 8:51 am

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