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Il collasso della diversità intellettuale in Francia

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“Se avete sempre pensato che la Francia non sia uno Stato di polizia quanto lo sono Regno Unito e Stati Uniti, farete meglio a ricredervi.”

di ANDRE VLTCHEK | CounterPunch (Stati Uniti)

Ci sono parecchie mitragliere di fronte al palazzo di Charlie Hebdo, a Parigi. Ci sono poliziotti che indossano giubbotti antiproiettile, armati fino ai denti. Fissano i passanti in modo tipicamente intimidatorio, rivoltante. I redattori di Charlie Hedbo sono ben protetti, alcuni di loro post-mortem.

Se avete sempre pensato che la Francia non sia uno Stato di polizia quanto lo sono Regno Unito e Stati Uniti, farete meglio a ricredervi. Si vedono soldati e poliziotti armati di tutto punto in tutte le stazioni ferroviarie e in molti incroci, persino in alcuni vicoletti. I provider di Internet stanno apertamente spiando i clienti. I media si autocensurano. La propaganda di regime è al culmine dell’efficienza.

Ma i francesi, o almeno la grande maggioranza, sono convinti di vivere in una “società democratica e aperta”. Se chiedi loro di dimostrarlo, non sono in grado di farlo; non hanno argomenti. Semplicemente, è stato loro detto che sono liberi, e loro sono convinti che sia così.

Ogni tanto i dipendenti di Charlie Hebdo escono fuori per fumare una sigaretta. Allora cerco di coinvolgerli in una conversazione, ma rispondono a monosillabi. Fanno del loro meglio per ignorarmi. In qualche modo, devono aver intuito che non sono qui per confermare la versione ufficiale.

Chiedo loro perché non mettano mai in ridicolo il neocolonialismo occidentale, gli aspetti più grotteschi del sistema elettorale occidentale, o, ancora, gli alleati occidentali, che stanno commettendo genocidi in tutto il mondo: India, Israele, Indonesia, Ruanda, Uganda… Mi congedano sbrigativamente con il linguaggio del corpo. Simili domande non sono incoraggiate, o meglio, non sono consentite. Nella Francia di oggi, anche umoristi e clown sanno qual è il loro posto.

Presto mi fanno sapere che sto facendo troppo domande. Uno dei dipendenti si limita, molto significativamente, a guardare in direzione dei poliziotti armati. Il messaggio mi è chiaro. Non sono dell’umore di sostenere un lungo interrogatorio. Mi allontano.

Nelle vicinanze ci sono parecchi siti con esternazioni di compassione nei confronti delle vittime; le 12 persone che hanno perso la vita negli attacchi del gennaio 2015 alla redazione della rivista. Ci sono bandiere della Francia e un plastico che raffigura dei topi con Je Suis Charlie scritto sui corpi. Un grande manifesto proclama: Je suis humain. […]

In tutta la zona, sono molte le scritte che inneggiano alla libertà. “Libre comme Charlie”, “Liberi come Charlie”!

Una donna appare dal nulla. È molto ben vestita, ed elegante. Rimane ferma per alcuni secondi davanti a me. Mi accorgo che sta tremando. Piange.

“Lei… è una parente?” Le chiedo, con gentilezza.

“No, no”, risponde. “Siamo tutti loro parenti. Siamo tutti Charlie!”

All’improvviso mi abbraccia. Sento la sua faccia bagnata contro il mio petto. Mi sforzo di essere sensibile. La stringo forte, quell’estranea – quella donna sconosciuta. Non perché lo voglia, piuttosto perché penso di non avere altra scelta. Una volta assolto il mio obbligo civile, mi allontano da quel posto.

Quindici minuti a piedi dall’edificio di Charlie Hebdo si raggiungono il monumentale museo nazionale di Picasso e dozzine di gallerie d’arte. Mi accerto di visitarne almeno cinquanta.

Voglio sapere tutto su questa libertà di espressione che l’opinione pubblica francese così legittimamente desidera e “difende”!

Ma quello che vedo è pop art senza fine. Una galleria ha una finestra rotta con una scritta: “Avete infranto la mia arte”. Si suppone che ciò sia a sua volta un’opera d’arte.

Le gallerie mostrano senza sosta linee e quadrati, e tutte le forme e i colori immaginabili.
In parecchie gallerie, quella che vedo è arte astratta “in stile Pollock”.

Chiedo ai proprietari delle gallerie se sappiano di qualche mostra che si focalizzi sulla difficile situazione delle decine di migliaia di senzatetto che sopravvivono a stento all’inverno parigino. Ci sono pittori o fotografi che ritraggono i mostruosi slum al di sotto delle strade principali o dei ponti ferroviari? E le avventure militari e di intelligence della Francia in Africa, che stanno distruggendo milioni di vite umane? Ci sono artisti che si oppongono al fatto che la Francia stia diventando uno dei centri-guida dell’Impero?

In cambio ricevo sguardi indignati, o disgustati. Altri sguardi ancora sono palesemente allarmati. I proprietari delle gallerie non hanno la minima idea di ciò di cui sto parlando.

Al museo Picasso, l’atmosfera è percepibilmente “istituzionale”. Nessuno, in base a quello che si vede qui, potrebbe immaginare che Pablo Picasso sia stato comunista, nonché pittore e scultore profondamente impegnato . Uno dopo l’altro, gruppi di turisti tedeschi, prevalentemente anziani, passano attraverso sale ben contrassegnate, accompagnati dalle guide.

Qui non sento nulla. Questo museo non mi ispira, è castrante! Più a lungo ci rimango, più sento evaporare il mio zelo rivoluzionario

Allora mi precipito nell’ufficio e chiamo una curatrice junior.
Le dico tutto quello che penso del museo e di quelle gallerie commerciali che lo circondano.

“Quei milioni di persone che hanno marciato e scritto messaggi su Charlie Hedbo… cosa intendono per “libertà”? Sembra essere rimasto ben poco di “libero” in Francia. I media sono controllati, l’arte è diventata una specie di pop art senza cervello.”

Lei non ha nulla da dire. “Non saprei”, risponde infine. “I pittori dipingono quello che le persone vogliono comprare.”
“È così, dunque?” chiedo.

Le cito [il distretto artistico] “798”, a Pechino, dove centinaia di gallerie sono fortemente politiche.
“Nelle società oppresse l’arte tende ad essere più impegnata”, dice lei.

Le dico quello che penso. Le dico che per me, e per molte persone creative che ho conosciuto in Cina, Pechino è molto più libera, molto meno manipolata o oppressa di Parigi. Mi guarda inorridita, poi con quel classico sarcasmo europeo. Crede che io voglia solo provocare, che stia solo scherzando. Non posso dire sul serio. Non è forse evidente che gli artisti francesi sono superiori, che la cultura occidentale è la più grande. Chi potrebbe dubitarne?

Le mostro un mio documento, ma lei si rifiuta di dirmi il suo nome.
Me ne vado disgustato, così come, di recente, avevo lasciato disgustato la collezione Peggy Guggenheim, a Venezia.

Ad un certo punto entro in un locale per bere un caffè e un bicchiere d’acqua.
Entra un uomo con un cane enorme. Entrambi si fermano davanti al banco. Il cane mette le zampe anteriori sul tavolo. Entrambi prendono una birra: l’uomo nel bicchiere, il suo cane in un piattino. Pochi minuti dopo, pagano e se ne vanno.

Scribacchio nel mio taccuino: “In Francia, i cani sono liberi di bere una birra nei café.

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Link all’articolo originale:
http://www.counterpunch.org/2015/03/20/the-collapse-of-french-intellectual-diversity/

Written by pierpaolocaserta

marzo 30, 2015 at 5:36 pm

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Prigioni e radicalizzazione in Francia

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Per fare delle prigioni altro che un luogo di radicalizzazione, abbiamo bisogno di più ministri del culto musulmani, di diminuire il sovraffollamento, di più sorveglianti e di maggior rispetto per le legittime esigenze dei musulmani.

Farhad Khosrokhavar è un sociologo e direttore di ricerca presso la École des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. Nell’articolo che propongo di seguito viene messo sotto la lente di ingrandimento il fenomeno della radicalizzazione islamica. Risulta evidente il nesso con marginalizzazione ed esclusione sociale, che rinforzano l’antagonismo verso la società e predispongono a recepire, dell’Islam, una versione distorta e violenta. Non è un caso che quelli che diventano jihadisti siano “musulmani rinati”, cioè quasi del tutto privi di nozioni dell’Islam anteriormente alla conversione. Mi sembra che testimonianze come questa, che poggia tra l’altro su un’estesa ricerca sul campo condotta dall’autore, mostrino, ancora una volta, come la via per sottrarre terreno al radicalismo di matrice islamica sia migliorare la qualità dell’integrazione. È rendendo il più possibile effettive integrazione ed inclusione e non solo potenziando la sorveglianza che si combatte il reclutamento jihadista. È questa la strada che si è seguita all’indomani degli attentati parigini? Eppure bisognerebbe aver imparato che tutte le volte che a prevalere è la lettura alla crociata, sono proprio i jihadisti a ringraziare fervidamente, e guerrafondai e fascisti occidentali insieme a loro. (ppc)

Prigioni e radicalizzazione in Francia

Farhad Khosrokhavar | openDemocracy
19/03/2015

(Traduzione di Pier Paolo Caserta)

I due attentati terroristici che hanno causato 17 vittime francesi sono stati il risultato di una radicalizzazione nella quale sono riconoscibili quattro elementi: le persone che li hanno commessi provenivano dalle periferie povere parigine, le cosiddette banlieue, con una concentrazione elevata di popolazione di prevalente origine nordafricana, con elevati tassi di disoccupazione e criminalità e con un atteggiamento profondamente antagonista della sua gioventù maschile nei confronti del resto della società.

Molti passano in prigione parte della loro giovinezza e quelli che diventano jihadisti sono “musulmani rinati” privi di qualsiasi cultura islamica anteriore, che hanno subito un profondo radicamento in termini di identità culturale prima di essere instradati all’Islam radicale da un guru, attraverso Internet o per influenza di compagni.

Ultimo ma non per importanza, una volta radicalizzati, devono compiere il viaggio di iniziazione nei Paesi musulmani nei quali la jihad assume la massima importanza: Afghanistan e Pakistan (è il caso di Mohamed Merah, che nel marzo del 2012 uccise sette persone, tre militari musulmani e 4 ebrei), Siria (Mehdi Nemmouch, che il 24 maggio del 2014 uccise quattro persone nel Museo ebraico di Bruxelles), Yemen (Cherif Kouachi, che ha ucciso 12 people nell’attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio del 2015, insieme a suo fratello), Iraq. Il viaggio conferma il jihadista nella sua identità, e la sua rottura con la società europea nella quale è cresciuto ed è stato educato. In alcuni casi, l’incontro con un personaggio carismatico come Jamel Beghal svolge la stessa funzione: è quello che è accaduto a Coulibaly, che l’8 e il 9 gennaio del 2015 ha ucciso una poliziotta e quattro ebrei.

Per i giovani disillusi delle periferie povere la prigione funziona in primo luogo come rito di passaggio all’età adulta. Alcuni vanno fieri di essere stati in prigione e, una volta usciti, cercano una legittimazione proprio per essere stati in prigione. Stabiliscono legami con criminali più navigati con la stessa origine e nelle grandi prigioni vicine alle città; incontrano persone dalle banlieue limitrofe.

I musulmani in Francia sono circa l’8% della popolazione, ma rappresentano quasi la metà della popolazione carceraria. Nei grandi centri di detenzione a breve termine (maisons d’arrêt), la percentuale è anche maggiore e nelle mie interviste molti “bianchi” (francesi di origine europea) hanno dichiarato di non sentirsi a casa in queste prigioni, abitate soprattutto da “arabi” (cioè da francesi di origini nordafricane).

I centri di detenzione a breve termine versano in condizioni disastrose: sovrappopolati e con carenza di personale, in molte celle di circa 9 metri quadrati ci sono due, a volte anche tre detenuti, e una guardia carceraria controlla qualcosa come 100 detenuti (nei centri di detenzione a lungo termine, le ‘Maisons centrales’, ogni guardia si occupa di circa 30 detenuti). La sorveglianza è per bene che vada approssimativa se il detenuto non mostra segni visibili di fondamentalismo, come la barba lunga, la tendenza a fare proselitismo, un comportamento aggressivo nei confronti delle guardie, o mancanza di rispetto nei confronti dei ministri del culto ufficiali dell’Islam.

Gli estremisti tra i detenuti hanno imparato ad evitare le trappole: non vanno nemmeno alle preghiere collettive del venerdì, evitano ogni tentativo plateale di fare proselitismo e normalmente abbassano i toni antagonistici nei confronti delle guardie per non attirare l’attenzione.

In Francia e in molte altre parti d’Europa le prigioni hanno in parte sostituito gli istituti psichiatrici. Dalla chiusura di questi ultimi, negli anni Settanta, molti di quelli che vi avrebbero trovato posto sono stati rinchiusi nelle prigioni: fino a un terzo della popolazione carceraria ha problemi psicologici, e circa il 10% ha seri disturbi mentali. Alcuni di loro diventano prede del radicalismo per coloro che sono alla ricerca di complici che possano essere manipolati una volta fuori di prigione. Gli psicopatici possono a loro volta svolgere un ruolo attivo nella radicalizzazione, e in alcuni casi nel mio campo di ricerca ho potuto riscontrare in prima persona come spingano al radicalismo i detenuti più fragile finiti in loro potere.

Molti jihadisti in Francia hanno avuto problemi familiari e psicologici. Merah fu dichiarato psicolabile dagli psicologici carcerari, essendo cronica la violenza tra i membri della sua famiglia. I fratelli Kouachi sono cresciuti in un istituto, non diversamente da Mehdi Nemmouche, che vi trascorse qualche tempo prima di andare a vivere con la nonna.

Le prigioni non sono un luogo che incuta loro timore. Qui, l’odio nei confronti della società mette radici nel loro animo.

Le guardie denunciano le continue aggressioni, l’inosservanza delle regole sociali elementari e l’atteggiamento di chi è costantemente sul piede di guerra. In prigione scoprono il proprio irredimibile destino di recidivi. L’odio (la haine) diventa la parola chiave per descrivere la loro disposizione nei confronti della società. Si sentono vittime e sono convinti che tutte le normali porte della promozione sociale siano chiuse per loro. Fanno loro il destino di una perpetua ricaduta nel crimine e vivono una parte non irrilevante della propria vita dietro le sbarre, per ricominciare a delinquere appena usciti.
L’islamizzazione radicale esprime soprattutto il trasferimento del loro odio nel regno spirituale di quella sacra sfera che chiamano Islam. Tuttavia, normalmente sono sprovvisti delle nozioni basilari dell’Islam, ignorano come eseguire le preghiere giornaliere e la loro preferenza si orienta verso quegli aspetti della religione di Allah che riguardano la guerra santa. Accade di frequente che dopo la radicalizzazione avvenuta in prigione si sforzino di porre rimedio all’inconsistenza della loro conoscenza dell’Islam, trascorrendo un lungo periodo a leggere la classica biografia del Profeta tradotta in francese e il Corano, sempre in francese. In pochissimi casi la loro motivazione si spinge al punto di imparare l’arabo, con l’aiuto di qualche altro detenuto.

I convertiti sono i più zelanti, ostentano la loro fede e superano gli “arabi” nella conoscenza dei versetti sacri, che imparano di tutto cuore e citano con lo scopo di stupire e spingere alla jihad. La prigione diviene il luogo in cui i novizi jihadisti entrano in competizione gli uni con gli altri e gareggiano nel dimostrare la loro conoscenza della parola di Dio, citando versi in arabo e offrendo in modo magistrale il loro punto di vista sulla jihad. Dal momento che esiste una drammatica carenza di ministri del culto musulmani (circa 160, laddove ne servirebbero almeno il triplo), questi autoproclamati “ulama” diventano dei punti di riferimento per altri prigionieri in cerca di una guida religiosa, in una impostazione per cui è la disperazione a farli avvicinare alla religione.
Come religione degli oppressi, l’Islam è certamente quella che esercita un’attrattiva maggiore: ha una faccia anti-imperialista (anti-americana, anti-occidentale)e una notevole capacità di dire cosa è vietato e cosa è permesso (haram contro halal), mentre il Cristianesimo ha perso la tendenza a fornir loro indicazioni dettagliate su cosa mangiare, su come lavarsi, su come organizzare la vita sessuale e come relazionarsi agli altri.

Queste giovani generazioni sono in cerca di principi morali che riscattino la loro opposizione alla società e l’Islam jihadista soddisfa alla perfezione questa esigenza. È più che il puro eroismo, è un modo di vivere che conferisce un significato alla loro identità scissa, e offre loro uno scopo sacro, esaltandone al contempo il narcisismo mettendo a disposizione un ideale da imitare che li trasformerà in delle celebrità: Merah è diventato un simbolo in prigione, durante la mia ricerca svolta nel periodo 2011-2013. I fratelli Kouachi si accingono a sostituirlo allo stesso modo in cui Merah rimpiazzò Khaled Kelkal nella memoria delle successive generazioni – nel 1995 Kelkal uccise 8 persone nella metro di Parigi, a Saint Michel, divenendo per loro un idolo, come riscontrai nella mia ricerca condotta nel periodo 2000-2003.

Il jihadismo offre la possibilità di essere temuti in cambio del disprezzo di cui ci si sente vittime, dando, prima della morte, un’ultima chance di vendicarsi di coloro che hanno mostrato quel disprezzo. Dall’infima situazione del condannato, il giovane uomo diventa il giudice onnipotente che condanna altri a morte e trovano consolazione nel sentimento di distruzione.

Per fare delle prigioni altro che un luogo di radicalizzazione, abbiamo bisogno di più ministri del culto musulmani, di diminuire il sovraffollamento, di più sorveglianti e di maggior rispetto per le legittime esigenze dei musulmani (in molte prigioni non si svolgono le preghiere collettive del venerdì per mancanza di ministri del culto musulmani). E, oltre a tutto ciò, servono opportunità di lavoro che diano un senso concreto di cittadinanza ad una generazione che sia sente in mezzo alla strada, inutile e vituperata.

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Immagine: No More Repression. Enara Echart Muñoz.
Link all’articolo originale:
https://www.opendemocracy.net/farhad-khosrokhavar/prisons-and-radicalization-in-france

Written by pierpaolocaserta

marzo 26, 2015 at 8:08 am

Pubblicato su Open Democracy

“Il Quarto Reich”

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surplus-tedesco-247x300Negli ultimi mesi nei rapporti fra europei sembra siano scomparsi il buon senso e la capacità di riconoscere i propri errori. I toni poi sono saliti oltre il tollerabile. Così ecco riproporsi la “questione tedesca”: come sono percepiti i tedeschi dagli altri cittadini europei? Perché nei commenti tornano parole come “danni di guerra”, SS, potenza occupante, Terzo Reich, ecc.? Der Spiegel, nella corrispondenza che accludo tradotta, e che in Germania ha suscitato scandalo, cerca di capire come i tedeschi vedano loro stessi e qual’è (o dovrebbe essere) il posto della Germania in Europa e nel mondo.

Josè F. Padova, 25-03-2015.

„Il Quarto Reich“

Der Spiegel online, n° 13/2015, 21 marzo 2015 (Traduzione dal tedesco di José F. Padova)

Europa – Angela Merkel con i baffetti alla Hitler, i panzer sulla strada per Atene. In alcuni Paesi-partner imperversano i paragoni con i nazisti. I tedeschi sono considerati ancora una volta come superpotenza. In questo essi sono egemone, più debole che forte, del Continente.

Il 30 maggio 1941 era il giorno in cui Manolis Glezos prese Hitler per il naso. Quattro settimane prima i tedeschi avevano issato una gigantesca bandiera con la croce uncinata sull’Acropoli di Atene. Glezos e un compagno si avvicinarono strisciando al pennone, ammainarono l’odiata bandiera e la stracciarono. La loro impresa ne fece due eroi. A quel tempo Glezos era combattente della Resistenza, oggi è deputato europeo del partito di governo Syriza e presto compirà 93 anni. Ha il suo ufficio a Bruxelles, nel Palazzo Willy Brandt, al terzo piano, e racconta della sua lotta contro i nazisti e contro i tedeschi di oggi. Glezos porta i suoi bianchi capelli alla selvatica e alla temeraria come un vecchio Che Guevara, sul suo viso grinzoso si disegnano le tracce di un secolo europeo.

All’inizio egli combatté contro i fascisti italiani, poi contro la Wermacht tedesca, e infine contro la dittatura militare greca [ndt.: il regime dei Colonnelli, 1967-1974]. Venne spesso imprigionato, in tutto durante quasi dodici anni, scrisse poesie, fu liberato, tornò a combattere. “Questa era in me è ancora molto viva”, egli dice.

Glezos ha conosciuto ciò che significa quando i tedeschi aspirano al predominio in Europa. Egli afferma che si è di nuovo a questo punto. Questa volta non i soldati, ma gli imprenditori e i politici [tedeschi] stringono alla gola i greci. “Il capitale tedesco domina l’Europa e approfitta della miseria in Grecia”, dice Glezos. “Ma noi non abbiamo bisogno del vostro denaro”.
Nei suoi occhi la Germania contemporanea si collega senza soluzione di continuità al terribile passato. Egli sottolinea che con questo non pensa al popolo tedesco, ma agli strati sociali dominanti. La Germania per lui è ancor sempre oggi l’aggressore, “il rapporto con la Grecia equivale a quello fra il tiranno e lo schiavo”.

In testa egli ha un testo di Joseph Goebbels, nel quale il Ministro della Propaganda del Reich riflette sul futuro dell’Europa sottoposta alla guida tedesca. “Nell’anno 2000, dice il testo, e Goebbels ha sbagliato i calcoli soltanto di dieci anni”, dice Glezos. Nel 2010, durante la crisi finanziaria, è iniziato il predominio tedesco.

Finora erano soprattutto i tedeschi che volgevano instancabilmente lo sguardo indietro, al passato nazista. Da poco tempo fanno questo in Europa anche altri popoli. Angela Merkel con i baffetti alla Hitler, i panzer tedeschi sulla strada per il Sud – vi è una marea di caricature su questo tema, in Grecia, Spagna, Inghilterra, Polonia, Italia, Portogallo. Se si fanno dimostrazioni contro l’Europa è garantito che salta fuori un simbolo nazi.

Si parla di un “Quarto Reich”, sul modello del “Terzo Reich” di Adolf Hitler. Questo suona assurdo, perché la Repubblica Federale è una democrazia ben riuscita, senza alcun profumo di nazionalsocialismo, e Merkel è senza dubbio superiore a ogni sospetto. Eppure si potrebbe riflettere sulla parola Reich. Essa intende più di uno Stato nazionale, esprime l’idea di un’area sotto dominazione con un potere centrale, che domina molti popoli. Secondo questa definizione sarebbe falso parlare di un Reich [Regno] tedesco nel campo dell’economia?

Il premier greco Alexis Tsipras non avrà in ogni caso l’impressione di poter liberamente determinare la politica del suo Paese. Lunedì egli si incontrerà con la Cancelliera federale, in un appuntamento un tema delle cui discussioni sarà la storia nazionalsocialista della Germania. I grechi richiedono le riparazioni per ciò che i tedeschi hanno loro fatto nella Seconda guerra mondiale. In questa circostanza si tratta naturalmente anche molto della disperazione di un governo che finora ha agito da dilettante. Ma sarebbe un errore ritenere la storia come ormai chiusa. Essa è sempre attuale.

Vi è una grande accusa alla Germania, che giunge dalla Grecia, dalla Spagna, dall’Italia, dalla Francia, ma anche dalla Gran Bretagna e dagli USA: che mediante l’euro la Germania domina economicamente il Sud dell’Europa, nella crisi gli toglie l’aria vitale per imporre i suoi principi, ma approfittando alla grande dell’euro per la sua politica di esportazione. La Germania come potenza economica occupante, egoista, fiancheggiata dai piccoli Paesi nordeuropei con il medesimo profilo.

L’accusa arriva da Paesi nei quali da anni imperversa la disoccupazione di massa, viene formulata con grande rabbia e per questo ritornano con essa anche i terribili spettri della storia tedesca. Non c’è da meravigliarsi che chi oggi si sente umiliato presenti il conto di quello che è accaduto. La storica colpa tedesca è usata dalle vittime dell’euro-crisi contro la Germania e Angela Merkel, da parte di chi è impotente, viene usata per fare rumore ed essere ascoltati. Certamente secondo sondaggi i tedeschi sono considerati all’estero come il popolo più rispettato al mondo, eppure quando la politica tedesca diventa sgradevole si arriva subito ai nazi.

L’accusa contro la RFT ha una dialettica singolare: la Germania domina, ma la Germania non guida. È egemone, ma anche debole. Anche questo porta all’indietro nella Storia. Nel suo libro “Da Bismarck a Hitler” il pubblicista e storico Sebastian Haffner nel 1987 ha analizzato come la Germania in quel periodo abbia avuto una “dimensione inetta”. Era diventata allo stesso tempo troppo piccola e troppo grande. Questo potrebbe valere nuovamente adesso.

Come appare dunque il ruolo dei tedeschi in Europa in questo tempo, visto da fuori e da dentro?

Accanto alla Borsa di Milano, dove una scultura da undici metri di altezza con il dito medio rizzato illustra beffarda il decadimento dell’alta finanza, ha la sua sede il quotidiano “Il Giornale”. Lì, esattamente nell’ufficio dove una volta lavorava il corrispondente [di guerra], scrittore e cittadino del mondo Indro Montanelli, siede ora Vittorio Feltri. Giornalista da più di mezzo secolo, il 71enne Feltri ha fatto carriera presso il “Corriere della Sera” e altri fogli. L’anno scorso, insieme a un altro rinomato giornalista, Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del notiziario di Rai 1, ha pubblicato un libro degno di nota. Il suo titolo: “Il Quarto Reich – Come la Germania ha sottomesso l’Europa”.

Non sono soltanto dimostranti disperati e radicalizzati, che fanno paragoni con il passato. Sono spesso apprezzati intellettuali, cittadini dall’esistenza assicurata, come Feltri e Sangiuliano.

L’euro? Uno strumento per i fini germanici, scrivono i due autori, la moneta unica ricorda “a torto o a ragione” le ”Panzerdivisionen di un tempo”. Il denaro garantisce ai tedeschi zone di supremazia. La Corte costituzionale federale? “Suona come un tipo di arma della Wehrmacht”. “Merkiavelli”, la Cancelliera, nella sua pomposa sede governativa, progettata dal suo predecessore Kohl, il “Kohlosseo”, porta a termine esattamente là dove Hitler ha fallito. Il tutto, dice Feltri, dovrebbe essere inteso come un pamphlet, come “indicazione della inadeguatezza di questa moneta unica, della quale approfitta soltanto la Germania”.

In Italia ampi settori della classe politica sono della medesima opinione. L’anno scorso il socialdemocratico Romano Prodi, pur sempre ex Presidente della Commissione Europea, ha suscitato scalpore con un’analisi sul settimanale “L’Espresso”: “In Germania lo spettro del populismo e del nazionalismo è coperto mediante la Merkel”, ha scritto: “A Bruxelles negli ultimi anni, e di nuovo, soltanto un Paese ha dettato la linea; la Germania si è perfino permessa di impartire agli altri lezioni inaccettabili di moralità”.

Mentre all’esterno il Presidente del Consiglio Matteo Renzi pone per lo più l’accento sulla vicinanza alla Germania, ai margini della destra si ascoltano toni radicali. Il germanista Luigi Reitani in una conferenza tenuta alla fine dello scorso anno ha detto che “una linea d’invasione di barbari è tracciata attraverso Bismarck e Hitler fino a Merkel”.

In Francia le voci suonano in modo simile. L’ex ministro dell’Economia Arnaud Montebourg nel 2011 ha detto: “Bismarck ha unificato i Principati tedeschi per dominare l’Europa e in modo particolare la Francia. Angela Merkel vuole risolvere i suoi problemi interni in modo sorprendentemente simile, costringendo il resto dell’Europa ad accettare l’ordinamento economico e finanziario dei conservatori tedeschi”. L’antica politica di espansione ritorna, ma sul terreno economico.

Probabilmente la paura di un predominio tedesco in Europa da nessuna parte è tanto grande quanto in Francia, che in 80 anni è stata occupata in parti del suo territorio dal germanico Paese confinante. Negli anni passati la “germanofobia” è aumentata massicciamente, dal Front National [ndt.: il partito della Le Pen] fino ai socialisti, ciò che in parte serve a distrarre dalle proprie manchevolezze in tema di riforme. Ciononostante sono questi gli stati d’animo che devono essere presi sul serio.

L’intellettuale di sinistra Emmanuel Todd avverte che la Germania pratica “sempre più una politica di potenza e di espansione occultata”. L’Europa viene dominata dalla Germania, egli dice, che nella sua storia sempre ha oscillato fra ragionevolezza e megalomania. Dalla riunificazione in poi, dice Todd, la Germania ha portato quasi tutto l’ambito di dominio ex sovietico sotto il suo controllo, per servirsene ai suoi scopi economici.

Ad Atene, in un immobile del ministero per la Cultura, Nikos Xydakis, vicesegretario del governo Syryza, prende parte alle rimostranze. “È come se il mio Paese subisse le conseguenze di una guerra”, egli dice. La politica europea di austerità ha mandato in rovina la Grecia. “Abbiamo perso un quarto del nostro PIL, un quarto del nostro popolo è senza lavoro”. Per tutto questo i greci non hanno implorato crediti, essi sono stati loro intimati assieme al programma di tagli. “Adesso li restituiamo con il sangue della nostra gente”.

In Europa la Germania è diventata troppo potente, egli dice. Essa è il capo, per quanto riguarda politica ed economia. “Ma se uno vuole essere il capo deve anche comportarsi come un capo”, la Germania deve essere di larghe vedute e non deve considerare i Paesi più deboli in Europa come sottoposti.

Xydakis dice di dover pagare l’affitto per il suo ufficio, perché l’immobile è stato venduto a un Fondo d’investimento per poter saldare i debiti di Atene. “Mi sento come fossimo a Lipsia o Dresda e grandinassero le bombe”. La sola differenza sta nel fatto che oggi le bombe arrivano sotto le spoglie della politica dei tagli.

Per lui – come per tutti i critici della politica tedesca – al centro dell’accusa c’è una parola, che fino a poco tempo fa in Germania era ben poco usata: Austerità. Essa allude alla politica del risparmio, un termine che nel Paese della casalinga sveva [ndt.: =casalinga di Voghera] ha connotati positivi e che nei Paesi dell’Europa in crisi sta per una triste politica di privazioni imposte da fuori. La Germania non esporta più soltanto le sue merci, ma anche le sue regole.

D’altra parte le merci sono vendute senza dover forzare. L’Europa ama i prodotti della Germania. Il surplus commerciale all’export nel 2014 ammontava a più del 7 % del PIL. Un surplus commerciale significa: nel commercio con gli altri Paesi la Germania incassa più denaro di quanto ne spenda per le merci altrui. La differenza se ne ritorna in gran parte all’estero, come cosiddetta esportazione di capitali. Detto in parole semplici: le banche tedesche prestano alle imprese straniere denaro col quale queste possono pagare i prodotti tedeschi.

Dalla fine del secolo scorso l’eccedenza di esportazioni tedesca si è quasi quadruplicata, fino a circa 217 miliardi di euro – soltanto nei confronti della Francia l’importo ammontò nel 2014 a 30 miliardi di euro. Anche se in conseguenza della crisi le esportazioni verso gli altri Paesi della zona euro sono diminuite, in nessun Paese del mondo l’eccedenza è tanto grande quanto in Germania. Il motivo? Una politica commerciale aggressiva?

L’economista tedesco Enrik Enderlein non è un dogmatico, non osserva il mondo con ottica nazionalista. Professore di Economia politica alla Berliner Hertie School of Governance ha studiato in Francia e negli USA, ha lavorato alla BCE e insegnato a Harvard, suo padre era un politico ed egli stesso è consigliere del Partito Socialdemocratico tedesco. Egli dice: “Se la Germania presenta oggi il più grande eccesso di esportazioni di tutti gli Stati il semplice motivo è questo: dalla fondazione dell’Europa in poi noi tedeschi non avemmo altra scelta se non diventare più competitivi. Tuttavia è assurdo credere che la Germania lo abbia fatto intenzionalmente, per danneggiare gli altri Paesi”.

La Germania non ha perseguito il suo ruolo apposta, ma esso si è concretizzato durante la costruzione della zona euro. La BCE avrebbe una corresponsabilità in questa situazione, afferma Enderlein. Infatti negli anni successivi alla fondazione dell’euro nel 1999 i tassi d’interesse della nuova moneta oscillavano per lo più fra il tre e il quattro percento. Per i Paesi del Sud questi tassi troppo bassi hanno alimentato il boom, salari e prezzi sono aumentati fortemente. Al contrario per la Germania il tasso era troppo alto, ai lavoratori restava soltanto l’opzione della rinuncia agli aumenti salariali, per mantenere bassi i prezzi dei prodotti tedeschi. Questo non sembra essere aggressivo a un primo sguardo, ma i Paesi meridionali si lamentarono: la Germania pratica il dumping salariale.

Quella rinuncia procurò ai tedeschi crescita e autocoscienza e mediante questi il potere. Quando entra a Bruxelles, Angela Merkel agisce come capo dell’economia di gran lunga più forte della zona euro. Gli altri non prendono decisioni contro di lei. Il potere non è brutto, se i potenti ne fanno buon uso. Ma poi lo fanno?

C’è un’altra musica in Germania. Non gliene importa delle nobili abitudini della diplomazia. Non ci sono più bisbigli e mormorii, niente più accenni e allusioni. Solo urla e invettive. Oltre i limiti.

Qui c’è il sound di Wolfgang Schäuble, ministro federale delle Finanze, il leitmotiv è la Grecia: “Un Paese che da decenni per il fallimento delle sue élite, e non a causa dell’Europa e di Bruxelles o di Berlino, esclusivamente per il fallimento delle sue élite soffre e ha vissuto ampiamente al di sopra delle sue possibilità e deve gradatamente riavvicinarsi alla realtà. E se i responsabili in quel Paese mentono al popolo, non c’è da meravigliarsi se il popolo reagisce così”. Schäuble ha detto questo lunedì a una manifestazione della Fondazione Konrad Adenauer.

Il giorno prima Markus Söder, ministro delle Finanze della Baviera, in modo simile e in presenza del suo collega Yanis Varoufakis, ha cantato la stessa musica durante il talkshow di Günther Jauch: rumoroso e prepotente. Non ha tralasciato alcuna occasione per confrontare la forza economica e finanziaria della Baviera con quella della Grecia, per rinfacciare a Varoufakis la superiorità di un Land tedesco. Anche l’accento della Franconia non ha reso più morbide le parole. Söder è uomo di politica interna e così si fa anche sentire. Come una zuffa fra governo e opposizione in un Parlamento regionale.

Una frase particolarmente trionfale nel nuovo sound ha pronunciato già nel 2011 Volker Kauder, il capo del gruppo Unione nel Parlamento federale. Congresso del partito CDU a Lipsia, Kauder come al solito tiene in suo discorso in tono libero, e poi gli cadono fuori queste parole: “Di colpo in Europa si parla tedesco”. La sala si scatena. La frase ha suscitato troppi malintesi, dice oggi Kauder, che non la ripeterebbe.

Merkel non parlerebbe così, in ogni caso non pubblicamente. Il suo linguaggio è più prudente, talvolta anche così fumoso che non si riesce al primo colpo a riconoscere ciò che lei pensa. Martedì ha detto davanti al gruppo parlamentare della CDU: “La Germania deve essere un Paese che nulla lascia intentato per conseguire progressi”. Intendeva progressi altrove, in Grecia.

La Cancelliera federale ha un progetto espansivo, che in un certo senso dovrebbe sfociare in un Merkel-Reich. Ella non pensa così europeo come il suo predecessore Helmuth Kohl, il quale voleva fare integrare la Germania nell’Unione Europea. Merkel la pensa più nazionalisticamente. Sa che la Germania da sola non avrà alcuna influenza nel mondo. Chi vuole dire la propria deve avere molti abitanti e un’economia forte. La Germania ha un’economia forte, ma rispetto alla Cina e agli USA è un Paese piccolo. Per questo la Germania ha bisogno dell’Europa. Per il gran numero degli abitanti. Ma dev’essere un’Europa economicamente forte, un’Europa concorrenziale. Per questo lavora Merkel. Ben presto nella crisi Merkel ha sviluppato idee per il cosiddetto benchmarking. I Paesi europei devono orientarsi al meglio in tutti i campi. Di solito lo è la Germania. Su questa via si formerebbe un’Europa tedesca.

Nella lotta contro la crisi debitoria in Irlanda, Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia l’Europa ha discusso su due concetti. I Paesi del Sud volevano finanziare la crescita con maggiori spese, nella speranza che a medio termine le entrate dello Stato aumentassero. La Germania e gli Stati nordici si sono fissati sulla sobrietà e sulle riforme strutturali, che pretendono qualcosa dai cittadini.

La grande potenza economica Germania si è imposta. Per portare i Paesi in crisi sulla giusta rotta, sulla rotta tedesca, Merkel è andata a prendere il FMI come rigoroso sorvegliante – libero da ogni aspetto estraneo – per l’esclusivo controllo tedesco sull’Europa. Ciononostante gli altri lo hanno notato. Sanno di vivere in un matriarcato.

All’inizio della crisi dell’eurozona altri capi di Stato e di governo si sono azzardati a protestare apertamente. L’allora capo del governo polacco Donald Tusk redarguì dicendo di avere “fondati dubbi sul metodo” e chiese alla Merkel un incontro al vertice: “Perché dovete creare una spaccatura?” Nove mesi dopo la Cancelliera si era imposta: tutti i Paesi di Eurolandia erano d’accordo per l’idea tedesca di un “patto fiscale”, per inserire freni alle spese nelle Costituzioni nazionali, per pene più severe contro i peccatori di deficit, per maggiori riforme, naturalmente sul modello dell’”Agenda” tedesca del 2010. Il sociologo ormai scomparso Ulrich Beck definì il modo di Merkel, di fare sentire agli altri la pressione tedesca, con il nome perfido di “Merkiavellismo”.

Qualcosa era accaduto nella politica tedesca per l’Europa. Helmuth Kohl aveva cercato in tutti i modi di evitare di essere isolato in occasione di trattative importanti. Angela Merkel si è staccata da questa ombra. “Io sto piuttosto sola nell’Unione Europea. Ma per me è lo stesso, io ho ragione”, ha detto in un circolo di persone ristretto, quando si è trattato del ruolo del FMI. E più tardi: “Noi siamo in Europa ciò che gli americani sono nel mondo, la sgradita potenza-guida”.

Martin Schulz, nel 2014 candidato di punta dei socialisti, della sua contesa elettorale europea racconta questa storia: “Come potete candidarvi per la funzione di capo della Commissione europea?”, questa la domanda rivoltagli dai giovani, “in fin dei conti siete tedesco”. E questo è capitato a un Martin Schulz, che parla fluentemente quattro lingue, che ha trascorso quasi tutta la sua vita di politico in Europa, a Bruxelles, che si batte per l’amicizia franco-tedesca come nessun altro fa. “Io sono stato percepito come parte del dominio tedesco”, egli dice. “C’è una sensazione di strapotenza superiore tedesca, ma se chiedete più precisamente non si arriva a nulla di concreto”.

Nella Cancelleria si riflette sul nuovo ruolo? Si, per esempio su fin dove potrebbe arrivare. In primo luogo vi si dice che la crisi dell’euro ha rafforzato il peso degli Stati nazionali, perché soltanto governi nazionali hanno potuto mobilitare in fretta sufficiente denaro per i salvataggi. E, in secondo luogo, la Germania è apparsa tanto più potente quanto più la Francia, Paese tradizionalmente partner, è retrocessa economicamente.

La Cancelliera è talvolta chiamata “Madame No”. Quando negli incontri al vertice a Bruxelles uno dei capi di Stato o di governo degli altri Paesi termina il suo discorso, si racconta che subito gli sguardi degli altri si rivolgono per prima cosa a lei, la tedesca.

Ma i baffetti alla Hitler? Il “Quarto Reich”?

I nazisti chiamarono la Germania “Terzo Reich”, per nobilitarsi con la tradizione dei due altri Reich tedeschi. Nel Medioevo sorse il Sacro Romano Impero, che non era uno Stato nazionale, ma un campo di dominazione di imperatori per lo più di origine tedesca, che governavano grandi parti dell’Europa, fino alla Sicilia. Tramontò nel 1806, dopo che Napoleone ne aveva assoggettato molti territori.

Seguendo questa numerazione il secondo Reich fu il Reich imperiale tedesco, , che Bismarck aveva fondato dopo le vittorie su Danimarca, Austria e Francia. Gli Staterelli tedeschi si unirono sotto la direzione della Prussia, motivo per il quale Bismarck gode fama di antesignano dell’attuale Germania. Il 1. Aprile si festeggia il suo duecentesimo compleanno.

Nel Reich imperiale si formò presto un’atmosfera pericolosa. Una hybris tedesca, la sensazione di essere superiori, di sapere tutto molto meglio, di potere meglio. Ciò si mescolava con un avvilimento, una incessante eccessiva pretesa.

Il Reich di Bismarck, che dal 1888 era diretto anche da Guglielmo II, aveva inoltre una dimensione infelice. Era troppo grande e troppo piccolo. Troppo grande: era lo Stato più potente in Europa, e perciò Francia, Gran Bretagna e Russia si sentivano minacciate e sfidate. Esse strinsero temporaneamente alleanze. Troppo piccolo: il Reich imperiale non era in grado di dominare o governare l’Europa. Per questo anche i tedeschi si cercavano partner. La logica interna ed esterna di queste alleanze fu una delle più importanti cause per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Dopo la sconfitta alla fine del 1918 il Reich imperiale crollò.

Hitler credette che la sua “Grande Germania [Großdeutschland] fosse grande abbastanza per dominare l’Europa, ma si sbagliò di grosso. Anche con una condotta di guerra estremamente brutale e con l’oppressione non ebbe ragione dell’alleanza delle democrazie e dell’Unione Sovietica.

Dopo la fine del “Terzo Reich” sembrò che una predominanza tedesca sul Continente fosse esclusa per sempre. La Repubblica Federale e la RDT [ndt.: DDR, cosiddetta Germania-Est] furono all’inizio Stati timidi, che più o meno spontaneamente si appoggiavano ai loro Grandi Fratelli, gli USA e l’URSS. Non dominavano, ma erano dominati.

La Repubblica Federale però sviluppò presto un nuovo strumento di dominanza, non politico, bensì economico: il Marco tedesco [D-Mark]. Poiché l’economia della Germania occidentale cresceva fortemente e quindi il debito pubblico rimaneva comparativamente moderato, nell’Europa degli anni ’70 e ’80 la Bundesbank dominava l’economia e la finanza. Di fronte alle decisioni di Francoforte tremavano i governi in Francia, Italia o Gran Bretagna. Poco prima della riunificazione tedesca un commento uscì dal palazzo dell’Eliseo a Parigi: “Ciò che per noi è la bomba atomica per i tedeschi è il D-Mark”. François Mitterand non era per niente favorevole alla riunificazione. Temeva che presto un colosso tedesco nel bel mezzo dell’Europa potesse di nuovo aspirare al dominio politico. Così pensava anche il Primo ministro britannico Margaret Thatcher, così pensavano anche molti tedeschi, specialmente all’ala sinistra dello scenario politico, prima di tutti lo scrittore Günter Grass, che una ricaduta nell’antica hybris, nella follia tedesca della propria superiorità faceva tremare.

Sembrò che il centravanti Franz Beckenbauer nel 1990 lo confermasse, quando dopo la vittoria in Italia al Campionato mondiale disse: “Noi siamo adesso il numero uno del mondo, da molto tempo siamo il numero uno in Europa. Per di più i calciatori adesso arrivano dalla Germania orientale. Mi dispiace per il resto del mondo, ma la squadra tedesca per anni ancora a venire non sarà sconfitta”.

Soltanto due politici di governo della Repubblica federale hanno manifestato una simile mania di grandezza. Il cancelliere Helmut Schmidt alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ‘80 credeva di essere il più grande economista del mondo. Quando si incontrò con il Presidente americano Jimmy Carter, non si incontrò la piccola Repubblica federale con i grandi Stati Uniti, ma il grande Schmidt con il piccolo Carter; non si arrivò a misurare la statura. Il primo tentativo di ristrutturare l’Europa secondo l’idea tedesca lo fece nel 1998 il ministro delle Finanze Oskar Lafontaine, allora nella SPD, oggi nella Linke. Poiché voleva armonizzare il mercato finanziario europeo e creare una moneta unica, il britannico “Sun” si chiese se non fosse “il più pericoloso uomo in Europa”.

Lafontaine fece fiasco e la squadra nazionale di calcio ha perso abbastanza sovente, prima di diventare effettivamente campione del mondo nel 2014. La Germania riunificata all’inizio non ostentò politicamente la propria superiorità, rimase sottotono. Eppure venne l’euro, poi, che secondo la fantasia di Mitterrand avrebbe dovuto sottrarre alla Germania la “bomba atomica”. L’euro era stato pensato per rompere il predominio economico dei tedeschi, ma ha prodotto il risultato contrario. Attraverso la valuta comune il destino dei Paesi membri è strettamente connesso e adesso la Germania ha potere sugli altri.

Perciò la “questione tedesca” è nuovamente sul tavolo. La nuova Germania è troppo grande e troppo potente per gli altri Stati europei, o è troppo piccola e titubante?

Hans Kundnani è Direttore della ricerca presso l’European Council on Foreign Relations, un think-tank paneuropeo con sede principale a Londra; il suo campo di specializzazione è la politica estera tedesca e ha scritto un libro, molto apprezzato, sul potere tedesco: „The Paradox of German Power“ (Il paradosso del potere tedesco). Kundnani collega la vecchia questione tedesca con il nuovo dibattito sul ruolo della Germania nella zona euro. La forza dell’economia tedesca e la reciproca dipendenza degli Stati dà origine in Europa a un’instabilità economica che è paragonabile a quella politica dei tempi di Bismarck.

Il problema, afferma Kundnani, è meno il fatto che la Germania esercita in Europa un potere egemonico, ma invece che lo esercita a metà – è concentrata su sé stessa e probabilmente troppo piccola per il ruolo che dovrebbe svolgere.

“La Germania è di nuovo un paradosso: è potente e debole allo stesso tempo – come nel XIX secolo dopo la fondazione del Reich sembra essere potente vista dall’esterno, ma molti tedeschi la percepiscono ancora come vulnerabile”, scrive Kundnani. Non vuole guidare e si oppone a una socializzazione dei debiti, ma allo stesso tempo vuole formare l’Europasecondo il proprio modello, per farla più competitiva”.

In questo contesto “Führen“ [guidare] significa spesso pagare. Così la vede anche Varoufakis, che dalla Merkel desidera una sorta di Piano Marshall, come quello con cui gli Stati Uniti rimisero in forze l’Europa distrutta dalla guerra.

Un vero e proprio egemone come gli USA, scrive Kundnani, si distingue perché da un lato detta norme, ma dall’altro crea incentivi per coloro che esso domina, perché rimangano a far parte del sistema. A questo scopo esso deve fare compromessi a breve termine, per rendere sicuri i suoi interessi a lungo termine.

Certamente la Germania ha già confezionato due pacchetti di aiuti per i greci, ma a questi non bastano, vogliono modificare l’eurozona dalle fondamenta, più debiti comuni e meno prescrizioni tedesche. Altri la vedono anche così: “Questa non è una unione valutaria”, ha scritto il Financial Times nel maggio 2012, “è piuttosto un impero”.

Il grande finanziere George Soros ha avvertito che l’Europa potrebbe essere durevolmente suddivisa in Stati con eccedenze di bilancio e Stati con deficit – “un impero tedesco in mezzo all’Europa con quelli periferici come retroterra”. Impero è un altro termine per Reich.

In questo mondo dominato economicamente si tratterebbe meno di dominatori e dominati e piuttosto di creditori e debitori. Il più grande creditore in Europa è la Germania.

I creditori hanno potere sui debitori. Essi si aspettano gratitudine e spesso hanno idee abbastanza chiare su ciò che il debitore deve fare perché un giorno i soldi tornino indietro. I creditori non sono amati.

Un creditore vuole avere il controllo su chi gli deve danaro, infatti egli ha anche paura, paura per i suoi soldi. I tedeschi potrebbero farsi garanti per i debiti greci, ma non anche per quelli di Italia e Spagna.

La Germania è davvero abbastanza grande, scrive Kundnani, per imporre all’Europa le sue regole, ma troppo piccola per essere un vero e proprio egemone. Come accadde prima della Prima Guerra Mondiale la Germania teme nuovamente di venire accerchiata da Paesi più piccoli – e inoltre si aggiunge la paura che la BCE venga occupata dai Paesi latini e così se ne vada il suo potere sulle nazioni debitrici.

La Germania agirebbe non come un egemone, ma come un “semi-egemone”. Così lo storico tedesco Ludwig Dehio ha già descritto la posizione della Germania in Europa dopo il 1871. Anche l’ex ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski disse – benché in altre circostanze – di temere meno il potere tedesco della inoperosità tedesca e sollecitò la Germania a guidare l’Europa.

Egli osservava, dice Kundnani, una percezione di sé tedesca di essere la vera vittima della crisi dell’euro, ciò che sta in netto contrasto con l’auto-percezione dei Paesi debitori. Da questo si sviluppa l’aggressività, che si mostra nei nuovi toni della politica o si scarica nel giornale “Bild”, quando insulta tutti i greci come “avidi”.

Mentre dominava economicamente nel corso dell’euro-crisi, la Germania sul piano della politica estera restava un nano. Il punto saliente di questo rifiuto di essere una potenza politica fu l’astensione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quando nel marzo 2011 si trattò dell’impegno militare della NATO in Libia. Questo fu visto anche dai partner europei, in primo luogo la Francia, come un passo indietro – eppure agli attacchi aerei in Kosovo nel 1999 e più tardi nell’intervento in Afghanistan i tedeschi avevano ancora preso parte.

La chiamata a una maggior guida tedesca, che negli anni scorsi è partita dall’Europa orientale, vista superficialmente è in contrasto con le lagnanze per l’eccessivo dominio tedesco nelle questioni economiche. Ma entrambe le cose sono in relazione fra loro. La Germania vuole essere una potenza economica, non militare. Il suo nazionalismo si fonda su forza commerciale ed esportazioni, non sulla volontà di diventare una potenza geopolitica. Il medesimo dilemma si mostra nel ruolo tedesco verso la Russia nella crisi ucraina.

La Germania, così dice Kundnani, “è incomparabile nella sua combinazione fra forza impositiva in campo economico e astinenza militare”. Già per questo i riferimenti ai tempi nazisti sono fuori fase. Non si tratta di violenza, di razzismo. Si tratta di soldi. E questa è una differenza immensa, anche quando questioni di denaro potrebbero essere sgradevoli.

Circa un Reich si tratta d’altronde già di campo economico. L’eurozona è territorio di dominio tedesco. Berlino qui non governa incontrastata, ma determina pur sempre il destino di milioni di persone delle altre nazionalità. Un simile potere crea una quantità di responsabilità, ma tuttavia governo e politica si comportano talvolta come fossero un piccolo Stato.

La Germania non è effettivamente grande a sufficienza per risolvere i problemi degli altri con il denaro, ciononostante talvolta è importante mostrare grandezza, anche mediante generosità. E senza il fracasso da Berlino o Monaco sarebbe sicuramente più facile ottenere qualcosa. Anche questo è grandezza, ricambiare il confronto o sopportarlo.

Written by pierpaolocaserta

marzo 26, 2015 at 5:25 am

Front National: dal voto di protesta a ‘primo partito in Francia’?

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FN_Guardian

Domani in Francia si vota per il primo turno delle elezioni dipartimentali (il secondo si svolgerà il 29 marzo). I sondaggi danno in testa il Front National di Marine Le Pen. Tra gli altri, “The Guardian” dedica alle elezioni un lungo articolo. Ne ho tradotti alcuni passaggi che mi sono sembrati particolarmente significativi degli umori alla base del sensibile spostamento a destra, del resto in atto da tempo, della società francese e del crescente consenso al Front National nella Francia del dopo-Charlie Hebdo, che va di pari passo con la sua “normalizzazione”. Le virgolette sono d’obbligo, visto che parliamo di un partito dell’estrema destra che, sotto la guida di Marine Le Pen, si è sforzato di mettersi l’abito pulito ma senza cambiare il nucleo delle sue posizioni: un accesso nazionalismo, le violente posizioni anti-immigrazione, il radicale antieuropeismo. Senza dimenticare, ad ulteriore e più esatta qualifica dell’indole del FN, la volontà di ripristinare la pena di morte recentemente agitata da Marine Le Pen, che ha così prontamente colto la palla al balzo dei tragici attentati di Parigi. (ppc)

Front National: dal voto di protesta a ‘primo partito in Francia’?

Angelique Chrisafis | The Guardian
19/03/2015

Nella pittoresca cittadina di Villers-Cotterêts, nella Piccardia, Sylvie Delpierre, titolare di un’agenzia immobiliare, se la ride di gusto. Da quando, lo scorso anno, è stato eletto un sindaco del Front National, formazione di estrema destra, ha la sensazione che molti acquirenti stiano abbandonando i tesi sobborghi parigini in cerca di una tranquillità semi-rurale; e, spesso, si sentono “contenti e sollevati” nel sapere chi sta guidando la città. “Sembra un clima più sereno: c’è meno tensione, vediamo in giro più pattuglie di polizia e le tasse locali sono state abbassate”.

Per Delpierre, 50 anni, c’è stato un tempo in cui votare il Front National era “un tabù, qualcosa che faceva decisamente storcere la bocca”. Sarebbe stato “impensabile” confessare ai genitori che aveva sempre votato Jean-Marie Le Pen, il rude ex-paracadutista fondatore del partito, che, a suo dire, è stato “attaccato da ogni parte” – il partito è stato criticato per le affiliazioni neonaziste e per l’antisemitismo, e lui stesso fu trovato colpevole di aver negato crimini contro l’umanità quando dichiarò che l’occupazione nazista della Francia non fu “particolarmente inumana”.

Oggi, però, ritiene che Marine Le Pen, figlia del fondatore e nuovo leader dell’estrema destra, abbia raggiunto un consenso di massa. “Soltanto il Front National può aggiustare la situazione economica e risollevare l’immagine della Francia nel mondo”, sono le sue parole. “Marine Le Pen ha classe – è la nostra Angela Merkel, una donna capace di imporsi.”

Mentre la Francia si accinge a votare, questo fine settimana, per il primo turno delle elezioni dipartimentali, il governo ha espresso preoccupazione per la crescita apparentemente inarrestabile del FN, il partito nazionalista, anti-immigrazione ed antieuropeo – che vuole uscire dall’euro, ripristinare la pena di morte, mettere un freno all’immigrazione e favorire i francesi a svantaggio degli immigrati quando si tratta di concedere benefici – accreditato del 30% circa delle preferenze al primo turno, risultando in tal caso primo partito a livello nazionale, davanti all’UMP (destra) e distaccando nettamente i socialisti attualmente al governo.

Si tratterebbe di un cambiamento notevole. Tradizionalmente, il FN ha sempre raccolto un voto di protesta che non aveva preso piede al livello dell’amministrazione locale. Ora sta mettendo radici nel Paese. E la sua nuova base territoriale spiana la strada alla candidatura della Le Pen per le presidenziali del 2017.

Link all’articolo originale:
http://www.theguardian.com/world/2015/mar/19/front-national-secret-welcome-provincial-france-elections

Written by pierpaolocaserta

marzo 20, 2015 at 9:17 pm

Coppia tedesca versa alla Grecia 875 euro a titolo di “riparazioni di guerra”

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A Nauplia, una cittadina portuale del Peloponneso, una coppia di turisti tedeschi si è presentata in municipio e ha consegnato l’assegno dicendo di voler rimediare all’atteggiamento del proprio governo
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Una coppia di tedeschi in visita in Grecia si è presentata in municipio e ha consegnato un assegno di 875 euro affermando che stavano versando la somma a titolo di riparazioni per la seconda guerra mondiale.
Dimitris Kotsouros, sindaco di Nauplia, cittadina portuale del Peloponneso, ha dichiarato: “Sono venuti nel mio ufficio ieri mattina, dicendo di voler rimediare all’atteggiamento del governo tedesco. Secondo i loro calcoli, ciascun tedesco è in debito di 875 euro per le spese che la Grecia ha dovuto sostenere nella seconda guerra mondiale.”

Il sindaco della cittadina storica alla quale i due turisti hanno destinato l’assegno ha fatto sapere che la somma è stata donata ad un’organizzazione di beneficienza locale e ha aggiunto che la scelta della coppia è ricaduta su Nauplia “perché è stata, nel 19esimo secolo, la prima capitale della Grecia”.

Via “The Guardian”:
http://www.theguardian.com/world/2015/mar/19/german-couple-pay-greece-war-reparation-nafplio-tourists

Written by pierpaolocaserta

marzo 19, 2015 at 12:02 pm

Pubblicato su Grecia, The Guardian

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Farage: le leggi contro la discriminazione razziale vanno abolite… perché non ci sono più razzisti!

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In un’intervistata a Trevor Phillips, di Channel Four, Nigel Farage ha dichiarato che la Gran Bretagna dovrebbe smantellare la legislazione contro la discriminazione, con la motivazione che le persone a suo dire, non farebbero (più) distinzioni sulla base del colore della pelle. Il leader dell’Ukip ha affermato che i datori di lavoro dovrebbero avere facoltà di discriminare, invece, in base alla nazionalità, preferendo un lavoratore britannico ad uno polacco. Alla domanda se, con l’Ukip al governo, esisterebbe una legge contro la discriminazione su base etnica o razziale, Farage ha risposto: “No … perché non facciamo alcuna distinzione in base al colore della pelle. Noi, come partito, non facciamo distinzioni in base al colore della pelle.”

(Channel Four, Via “The Guardian”)

Morale: le leggi contro la discriminazione razziale vanno abolite perché ormai obsolete, e anche inutili, visto che non ci sono più razzisti in giro (se lo dice lui!). E, quel che è peggio, fanno sì che un povero datore di lavoro che preferisca un lavoratore britannico, in quanto britannico, ad uno straniero, si veda accusato di discriminazione.

Una vera ingiustizia…

Written by pierpaolocaserta

marzo 15, 2015 at 7:01 pm

Pubblicato su Gran Bretagna, xenofobia

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Tre motivi per cui Syriza non si alleerà con il M5S

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Pubblico, nella mia traduzione, un articolo di Jamie Mackay, scrittore, giornalista e redattore fisso per OpenDemocracy, che condivido in pieno. L’articolo è stato pubblicato alla vigilia delle elezioni generali greche dello scorso 25 gennaio, e tuttavia presenta, a mio parere, un’analisi di notevole interesse ed attualità. L’autore nega decisamente ogni accostamento tra Syriza e il M5S e richiama l’attenzione sulla centralità delle categorie politiche fondamentali, a cominciare dalla distinzione tra destra e sinistra, che induce a tenere distinti movimenti che si potrebbe avere la tentazione di accostare, per esempio, all’insegna di un generico euro-scetticismo. A questo proposito, l’autore, centrando il punto con buona chiarezza, scrive: “il presunto euroscetticismo di Syriza deve essere tenuto distinto da quello di Grillo e Farage perché rappresenta una sfida all’Unione Europea nella sua forma attuale, non all’Europa in quanto tale.” (ppc)

Tre motivi per cui Syriza non si alleerà con il M5S

di Jamie Mackay

14/01/2015

Le ipotesi circa una possibile alleanza tra Syriza e il Movimento Cinque Stelle sono superficiali e radicalmente sbagliate.

Alcuni giornalisti, negli ultimi mesi, si sono sforzati di mettere in relazione Syriza e il Movimento 5 Stelle sulla base del comune euroscetticismo. Tale generico accostamento è, nella migliore delle ipotesi, superficiale, e si basa sul mancato riconoscimento delle notevoli incompatibilità tra le due forze. Di seguito sono elencati tre motivi in virtù dei quali difficilmente Tsipras potrà trovare un terreno comune con il movimento populista guidato da Beppe Grillo.

1. Grillo è impegnato nel tentativo di distruggere la moneta unica. Tra tutti i partiti “euroscettici”, il Movimento 5 Stelle è quello che si oppone all’Euro in modo più esplicito. In Italia, Grillo sta organizzando un “referendum popolare” nella speranza di forzare un’uscita dell’Italia, mentre a Bruxelles [i cinque stelle] si sono posti alla guida di un attacco frontale alla moneta unica. Syriza, d’altra parte, è stata altalenante sulla questione, ma non più tardi della scorsa settimana ha sottolineato di “sostenere l’Euro”. Anche nella sfortunata circostanza di un Grexit è evidente che le rispettive idee in tema di relazioni internazionali sono inconciliabili.

2. I sostenitori di Grillo vedono Syriza come espressione della “classe politica”. Dal punto di vista dei rappresentanti, notoriamente chiassosi, del M5S in Europa, Syriza è solo l’ennesima manifestazione della “classe politica” con una burocrazia e una struttura gerarchica “vecchia maniera” che contrasta nettamente con la loro utopia cyber-democratica. Analogamente, il keynesismo di Tsipras è incompatibile con l’ “alter-liberismo” del M5S […]

•3. Grillo ha alcune cattive compagnie. Al di fuori dell’Italia esiste ancora una preoccupante tendenza ad equivocare il movimento di Grillo vedendolo come una forza della sinistra radicale. Ciò è del tutto fuori luogo. Come ha brillantemente argomentato il noto collettivo letterario italiano Wu Ming durante le ultime elezioni generali [2013], il movimento deve essere considerato un difensore del sistema piuttosto che un suo oppositore. Nel frattempo, a Bruxelles, i più importanti alleati di Grillo sono stati fino a questo momento Nigel Farage, leader dell’UKIP, e Marine Le Pen del Front National: l’estrema destra. L’idea che Syriza possa trovare un’intesa con questi partiti è assurda.Considerati nell’insieme, i punti di cui sopra dimostrano i rischi insiti nell’usare il termine-ombrello “euroscetticismo”. Non diversamente da “anti-sistema” o “antipolitica”, il termine non ha significato univoco, e il suo uso dovrebbe sempre essere subordinato a più fondamentali distinzioni politiche, compresa quella tra destra e sinistra. Mente il dibattito prosegue, il presunto euroscetticismo di Syriza deve essere tenuto distinto da quello di Grillo e Farage perché rappresenta una sfida all’Unione Europea nella sua forma attuale, non all’Europa in quanto tale.

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Link all’articolo originale:

http://www.precariouseurope.com/blog/three-reasons-syriza-wont-ally-with-m5s

Written by pierpaolocaserta

marzo 14, 2015 at 11:15 am

Pubblicato su Unione Europea

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