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Francia, il razzismo alimenta la disoccupazione degli immigrati di seconda generazione

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francia razzismo

Francia, il razzismo alimenta la disoccupazione degli immigrati di seconda generazione

Secondo le conclusioni di una recente indagine, che ha incrociato i dati di numerosi studi, la discriminazione tiene i figli degli immigrati in fondo alla scala economica. La disoccupazione tra gli under-25 di origine africana supera il 40%.

Secondo quanto emerso dallo studio, sono i giovani di origine sub-sahariana ad incontrare gli ostacoli maggiori nel trovare lavoro. Commentando le conclusioni della ricerca, Jean Pisani-Ferry, dirigente di France Stratégie, organismo collegato alla carica del primo ministro, ha definito “enorme” il problema dell’integrazione per i discendenti degli immigrati.

Per il 2012 la disoccupazione tra gli under-25 di origine africana è risultata pari al 42% , a fronte del 22% registrato tra i discendenti di immigrati europei e tra quelli di famiglie residenti di lungo corso in Francia.
Tra i figli di immigrati da altri continenti il dato si attesta al 29%.

Sullo stesso registro anche le dichiarazioni di Bernadette Hétier, che organizzatrice della campagna antirazzista Mrap: “La barriera del colore della pelle esiste ancora e rappresenta la maggiore fonte di diseguaglianza.”

Hétier punta il dito sulle “fantasie, nell’accezione negativa del termine, che ingenerano la percezione che alcune persone siano “più pericolose”. Sicuramente esiste un fattore “legato alla paura”, aggiunge.

La relazione, comunque, individua anche altri fattori importanti, oltre alla discriminazione, quali la formazione, il background familiare e il luogo di residenza.

“Un quarto degli immigrati o discendenti di immigrati hanno dichiarato di essere stati oggetto di discriminazione negli ultimi cinque anni. Di questi, quasi la metà sono di origine sub-sahraiana e il colore della pella viene percepito come il principale criterio di discriminazione,”

La ricerca ha riscontrato diseguaglianze ai danni di figli degli immigrati in vari ambiti:

•Il 14% in aeree ufficialmente riconosciute come svantaggiate, contro il 4% della popolazione totale al 2008;
•Il 24% abbandona la scuola senza aver conseguito alcuna qualifica, contro il 16%;
•Il reddito medio annuo nel 2012 è stato pari a 13.360 Euro, contro i 20.310 del 2011;
• Nella fascia di età compresa tra i 18 e i 50 anni, il 33% vive in alloggi dei servizi sociali, contro il 13% delle persone originarie dell’Unione europea.

“All’interno delle associazioni francesi per la difesa dei diritti umani siamo del parere che la storia coloniale della Francia sia molto importante da questo punto di vista,” – ha fatto notare Hétier. “Ci sono stati otto anni di guerra molto cruda tra la Francia coloniale e l’Algeria e per molti anni abbiamo avuto un reale problema di razzismo nei confronti delle persone di origine nordafricana.”

Lo studio invita a prendere in considerazione misure per aiutare le aree svantaggiate e i discendenti degli immigrati respingendo la “differenziazione” in base all’origne.

Fonte: RFI

Foto: Reuters/Christian Hartmann

http://mobile.english.rfi.fr/economy/20150301-statistics-show-discrimination-against-second-generation-african-immigrants-france-report

Written by pierpaolocaserta

marzo 2, 2015 at 9:45 am

Pubblicato su Francia, Razismo

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Ecco perché la Germania deve ingoiare il “pasto gratis” di Keynes

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Nell’interesse non solo della Grecia, ma dell’intera eurozona, la Germania deve superare il suo storico terrore dell’inflazione ed abbracciare politiche finanziarie espansive

germania 1923

Andrew Graham | The Guardian

24/02/2015

(traduzione di Pier Paolo Caserta)

Nel film “Tutti gli uomini del Presidente”, Gola Profonda, la fonte del reporter, consigliava di “seguire i soldi” – un’ottima idea per tracciare la corruzione, ma priva di utilità se applicata alla macroeconomia globale. Nella crisi greca tutti si stanno concentrando sui soldi, ma è il commercio quello che conta. Finché la Grecia non sarà in grado di generare un surplus di esportazioni non potrà ripagare i debiti, d’altra parte non può conseguire una bilancia commerciale attiva senza che altri incorrano in un deficit. Ma è esattamente questo che le politiche della Germania stanno impedendo alla Grecia (e tutti gli altri Paesi con un disavanzo) di conseguire. L’ OCSE ha stimato che nel 2015 l’avanzo delle partite correnti della Germania ammonterà ad oltre il 7% del PIL.

Qualunque macroeconomista internazionale sa bene che tale avanzo può essere corretto soltanto con una combinazione di espansione della spesa, attraverso le politiche fiscali, e di riorientamento della spesa, attraverso la modifica nel tasso di cambio reale. La Germania non acconsentirà a nulla del genere. Non lascerà crescere l’inflazione per ridurre la competitività; e nemmeno con un saldo attivo nel bilancio interno pari all’ 8% del PIL allenterà le sue politiche fiscali. Ciò su cui si è discusso fin troppo poco è: “Perché no?”. La risposta si trova in larga parte nella storia della Germania e nella narrazione che ha finito con il dominare la sua legislazione. L’iperinflazione della Germania tra il 1919 e il 1923 fu talmente devastante, in particolare per i risparmi della classe media, che rimane ancor oggi impressa nella psicologia tedesca. E non importa se il quadro attuale è dominato da disoccupazione e dalle prime avvisaglie di deflazione dei prezzi: la paura dell’inflazione, rimane.

Negli anni Trenta la Germania aveva una disoccupazione elevata, ma il ricordo di ciò, e soprattutto del modo in cui ne uscì – attraverso una classica espansione finanziaria keynesiana – è stato largamente rimosso, dal momento che l’iniezione finanziaria fu dovuta al riarmo hitleriano. La Teoria generale di John Maynard Keynes fu pubblicata nel 1936 e le sue idee sbancarono negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma con il nazismo al potere ebbero in Germania uno scarso impatto. Il dopoguerra non riservò molto di meglio. Nella prefazione di Keynes all’edizione tedesca della Teoria generale si definisce la politica fiscale come particolarmente facile da attuare da parte di Stati “totalitari” – non esattamente musica per le orecchie dei tedeschi, dopo Hitler. Una delle conseguenze è che il mondo accademico tedesco ha prestato poca attenzione agli aspetti “macroeconomici” e che l’economia keynesiana vi è ancor meno rappresentata.

La conferenza di Bretton Woods del 1944, dominata da Stati Uniti e Gran Bretagna (con Keynes nella veste di principale rappresentante di quest’ultima), definì l’assetto economico del mondo del dopoguerra. E la Germania non era seduta al tavolo. Sul finire degli anni Quaranta, la Germania ricevette gli aiuti del piano Marshall ed altre forme di sostegno. Questo supporto fu fondamentale per il rapido recupero della Germania nel dopoguerra. Furono aiuti generosi e consentirono delle potenti iniezioni finanziarie, ma furono pensati per la Germania, non furono scelti dalla Germania. Dal 1950 in poi, il successo dell’economia tedesca ridusse ulteriormente l’interesse nelle politiche fiscali keynesiane. Con le esportazioni come elemento trainante, non esisteva alcuna necessità di stimoli di tipo keynesiano. Occasionalmente, si è reso necessario rallentare l’economia, ma le politiche monetarie si sono rivelate sufficienti ed efficaci allo scopo.

C’è stata una quasi-eccezione. Durante il rallentamento dovuto alla crisi petrolifera del 1973, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt era propenso all’ idea, ventilata dall’OCSE, che la Germania e la Francia potessero essere le “locomotive” della ripresa. Tuttavia, tale politica non fu né accuratamente pianificata né attuata con convinzione, e, in definitiva, non fu vista come un gran successo. Quegli eventi non fecero che consolidare nella testa dei decisori politici la convinzione che la politica fiscale sia, nella migliore delle ipotesi, ininfluente.

La Merkel ha fatto notare: ‘Non suona molto bene in Germania’. Perché no? Perché la parola tedesca per debito significa anche “colpa”.

La massiccia spesa della Germania a sostegno della Germania dell’Est a seguito della riunificazione non è mai stata riconosciuta come politica fiscale. In realtà è esattamente ciò che è stata, ma i tedeschi preferivano parlare di politiche “infrastrutturali”, “orientate all’offerta” o “riformistiche ”, ma in nessun caso “keynesiane”.

L’ultimo chiodo sulla bara lo mette la lingua tedesca. Parlando dell’alleggerimento del debito greco con Antonis Samaras, l’allora primo ministro greco, Angela Merkel fece notare: ‘Non suona molto bene in Germania’. Perché no? Perché la parola tedesca per debito significa anche “colpa”! Fintanto che la Germania non ripercorrerà la sua storia, rendendosi conto di quanto le proprie circostanze siano state eccezionali, non capirà mai per quali ragioni non ritenga necessarie politiche fiscali espansive (oltre ad un aumento una tantum dei salari ); e perché senza che questo avvenga la Grecia non potrà mai ripagare i suoi debiti. Ovviamente, nella realtà non esistono soltanto la Germania e la Grecia, ma qui il richiamo alla complessità equivale a gettarci polvere negli occhi affinché non vediamo le incoerenze della posizione della Germania. L’importante attivo di bilancio della Germania implica un deficit di bilancio altrove, e per la cui occorrenza castiga altri. Analogamente, una crescita basata sulle esportazioni non può essere la soluzione per tutti. L’attaccamento della Germania al proprio saldo attivo basato sulle esportazioni lo rende più difficile per chiunque altro.

La Germania può adattarsi? Le politiche richieste incrementerebbero i salari reali tedeschi, il che non è davvero una delle idee più difficili da vendere per un politico. […]. Questo è davvero il caso in cui persino gli economisti possono convenire che a volte esistono pasti gratis. Se la Germania non si adeguerà, la tragedia non riguarderà solo la Grecia. È in gioco il futuro dell’eurozona.

Link all’articolo originale:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/24/germany-keynesian-free-lunch-greece-eurozone-inflation-fiscal-expansionk

Written by pierpaolocaserta

febbraio 28, 2015 at 4:21 pm

Stati Uniti e curdi siriani, offensiva militare congiunta. Uccisi “numerosi” leader dell’Isis

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Secondo una televisione satellitare araba, che cita fonti della coalizione guidata dagli Stati Uniti, i bombardamenti aerei della coalizione avrebbero causato nelle ultime ore l’uccisione di “numerosi” leader dell’Isis

Coadiuvati da attacchi aerei statunitensi, i curdi siriani stanno tagliando le linee di rifornimento dell’Isis che collegano la Siria e l’Iraq. Si tratta della prima evidenza che la cooperazione militare tra i curdi siriani e gli Stati Uniti si sia concretizzata in iniziative di attacco.

L’azione dei curdi estende l’offensiva lanciata lo scorso fine settimana nel nord-est della Siria e sta beneficiando dell’ingente sostegno degli attacchi aerei americani. Il rapimento, da parte dell’Isis, di almeno 90 cristiani dai villaggi assiri potrebbe essere stato effettuato in risposta all’offensiva curda. Alcune fonti riferiscono di un numero molto maggiore di cristiani rapiti, compreso tra 220 e 400.

Gli Stati Uniti stanno dunque cooperando militarmente con la YPG, l’unità di protezione del popolo, che una volta consideravano parte integrante del movimento terroristico e nella quale vedono oggi il principale alleato nella guerra contro lo Stato Islamico in Siria.

Secondo il canale satellitare Al Arabiya, nei bombardamenti aerei sferrati oggi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti sul confine tra Siria ed Iraq sarebbero rimasti uccisi “numerosi” leader dell’Isis. Al momento non è ancora chiaro se tra questi vi sia anche Abu Bakr al-Baghdadi.

(Fonti: The Independent, The Jerusalem Post, agenzie internazionali)

Written by pierpaolocaserta

febbraio 26, 2015 at 3:39 pm

Pubblicato su Iraq, The Independent

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È la politica, sciocco: perché la saga della Grecia e dell’eurozona ha poco a che vedere con l’economia

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Grecia ed UE

Opinioni – L’austerità ha precipitato la Grecia in una catastrofe in stile Grande Depressione, che ne ha inficiato la capacità di svolgere tutte quelle funzioni che ad un governo si richiede di svolgere. In questo modo, ha avuto bisogno di ancor piu soldi dall’eurozona, in cambio di altra austerità. E via a rincorrere fantasmi.

Jeff Spross | THE WEEK
25/02/2015

Si direbbe che i commentatori non riescano a mettersi d’accordo su chi sia il reale vincitore dell’ultimo accordo concluso per mantenere la Grecia solvibile — se la Grecia, la Germania, o l’Eurozona. Ma l’ambiguità è significativa, perché mostra come la crisi abbia oltrepassato l’ambito economico per entrare in quello politico.

L’ultimo accordo — concluso venerdì e rinsaldato all’inizio di questa settimana — concede alla Grecia quattro mesi prima di tornare a sedersi al tavolo negoziale con le autorità dell’eurozona per decidere se queste ultime le estenderanno gli aiuti. Nel frattempo, la Grecia potrà scegliere quali pacchetti di riforme attuare, previa approvazione dell’eurozona, ma al prezzo di fare marcia indietro su non poche promesse fatte ai greci.

Il linguaggio sotteso al nuovo accordo è piuttosto vago. Come ha osservato Paul Krugman, la Grecia, la Germania e l’Eurozona potrebbero tutte verosimilmente finire con il dissentire su quanto hanno appena concordato.
[…]
La Grecia e già fortemente indebitata con l’eurozona. Ma uno dei segreti di Pulcinella dell’economia è che i debiti non vengono mai ripagati. Gli Stati Uniti stanno ancora ripagando i debiti della prima guerra mondiale e la Gran Bretagna sta ancora ripagando un salvataggio del 1720. Come ha fatto notare il blogger Steve Randy Waldman, esperto di economia “Il debito va coperto, non ripagato.”

La questione chiave è in che modo il debito venga coperto. Il vero problema della Grecia è la sua capacità di funzionare come un tutto — coprendo il debito, garantendo i servizi pubblici, fornendo assistenza agli indigenti, e facendo quant’altro un governo è chiamato a fare — senza restare a corto di soldi. E, quindi, ha bisogno che l’Eurozona non chiuda i rubinetti, e che continui a permetterle di assumersi il debito. Grazie a precedenti negoziazioni, gli obblighi di servizio del debito della Grecia sono già così permissivi che potrebbe proseguirli all’infinito senza troppi problemi.

Il punto è stato anzi tutto convincere l’eurozona (e in particolare la Germania) a concedere ancora credito. In effetti, come contropartita non chiedono che una dose massiccia di austerità. Tenere aperti i rubinetti del credito, dunque, non era una questione economica o tecnocratica, ma palesemente politica. La Grecia chiede all’eurozona un comportamento specifico e l’eurozona chiede in cambio alla Grecia un comportamento specifico.

È qui che l’intera vicenda è sfociata in tragedia — o, per dirla meglio, in farsa. L’austerità ha precipitato la Grecia in una catastrofe in stile Grande Depressione, che ne ha inficiato la capacità di svolgere tutte quelle funzioni che si suppone i governi svolgano. In questo modo, ha avuto bisogno di ancor più soldi dall’eurozona, in cambio di altra austerità. E via a rincorrere fantasmi.

Ecco per quale ragione, che la Grecia semplicemente esca dall’Euro è diventata una possibilità concreta dopo la vittoria di Syriza alle ultime elezioni generali. Nel breve termine, il cambiamento sarebbe fonte di ulteriore subbuglio, ma sta davvero diventato sempre più difficile immaginare come potrebbe andare peggio di così.

Ebbene, se tutto questo sta accadendo in forza di una necessità politica percepita, potranno, la Grecia, la Germania e l’eurozona tirarsi fuori dalle richieste che hanno affibbiato l’una alle altre?

Link all’articolo originale:

http://theweek.com/articles/540974/politics-stupid-greeces-eurozone-saga-little-economy

Written by pierpaolocaserta

febbraio 26, 2015 at 6:32 am

Pubblicato su Germania, Grecia

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Un tedesco su cinque vuole la rivoluzione

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Un tedesco su cinque vuole la rivoluzione

di Matty Edwards | The Local
23/02/2015

Secondo i risultati di una ricerca diffusi lunedì dalla Libera Università di Berlino, un tedesco su cinque è convinto che una rivoluzione sarebbe il solo modo per riformare veramente la società.
Anticapitalismo, antifascismo e antirazzismo sono i temi salienti di una ricerca intitolata “Contro lo Stato e il capitale – per la rivoluzione”, dalla quale emerge il quadro di un Paese molto più spostato a sinistra di quanto si potesse pensare.

Nella relazione si legge che il 20% degli intervistati si è dichiarato d’accordo con la seguente affermazione: “Le attuali condizioni di vita non possono essere migliorate per via di riforma – ci vuole una rivoluzione”.

Una percentuale simile degli intervistati ha dichiarato di avvertire un reale pericolo di ascesa di un nuovo totalitarismo in Germania, mentre un terzo ritiene che il capitalismo conduca inevitabilmente alla povertà e fame.

Sulla scia della risonanza mediatica dell’ondata di manifestazioni anti-islamiche organizzate da Pegida, la relazione evidenzia che il 48% è convinto che nella Germania di oggi esista una radicata xenofobia.

Divario Est-Ovest

Emerge chiaramente, inoltre, un divario ideologico tra l’ex Germania dell’Est e la parte occidentale, con posizioni di sinistra che generalmente ottengono un consenso maggiore nei Land orientali.

Tra i tedeschi residenti nella parte orientale, il 60% considera il socialismo una buona idea che finora è stata soltanto mal applicata – mente soltanto il 37% dei tedeschi che vivono nella parte occidentale condivide la stessa posizione.

L’affermazione che ha raccolto il maggior assenso (il 62% degli intervistati) è che la democrazia tedesca non sia una vera democrazia, perché è l’economia e non gli elettori ad avere voce in capitolo.

Non potrebbe essere più chiaro il messaggio per il Ministero federale per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e i Giovani, che ha commissionato l’indagine nel quadro della sua iniziativa per il “Rafforzamento della Democrazia”.

Lo Stato contro i dissidenti

Oltre il 50% degli intervistati ha dichiarato di aver notato un aumento della sorveglianza nei confronti dei dissidenti di sinistra da parte della polizia e del governo. In aggiunta, il 27% teme che spiando i suoi cittadini la Germania stia imboccando la via della dittatura.

Una conclusione più stringente della relazione, che si prefiggeva di scattare una fotografia ampia dell’estremismo di sinistra in Germania, è che da qualche anno la violenza riconducibile all’estremismo di sinistra è in forte aumento.

I bersagli più frequenti dell’estremismo di sinistra sono stati la polizia e l’estremismo di destra.

L’episodio più eclatante degli ultimi tempi è accaduto a gennaio, quando un gruppo di persone incappucciate ha attaccato la stazione di polizia di Leipzig con lanci di pietre, bottiglie, bombe vernice e ha bruciato automobili.

Ma gli estremisti di sinistra sono i principali sospettati degli atti di vandalismo ai danni dei manifesti del partito di destra AfD (Alternativa per la Germania) in occasione delle elezioni locali ad Amburgo.

La relazione si è avvalsa anche di studi recenti, dibattiti sulla nozione di estremismo ed interviste ad attivisti.

I ricercatori hanno considerato importante analizzare le “somiglianze strutturali tra l’estremismo di destra e quello di sinistra “, che portano ad un fanatismo dottrinale potenzialmente incline alle teorie della cospirazione.

Link all’articolo originale:

http://www.thelocal.de/20150223/one-in-five-germans-want-revolution-report-finds

Written by pierpaolocaserta

febbraio 25, 2015 at 5:44 pm

Pubblicato su Germania

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La violenza è imperdonabile, ma lo è anche l’islamofobia

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All’indomani degli attentati di Parigi, la rappresentazione di Charlie Hebdo ha seguito due vie: da una parte la rivista satirica, laica, sferzante che si fa beffa del dogmatismo religioso; dall’altra, un think-tank islamofobo ed organico a certa sinistra di potere francese, sempre più guerrafondaia e sempre meno “socialista”. Probabilmente, entrambe queste rappresentazioni sono una semplificazione, sebbene sia utile metterle in contrasto. La riflessione di Harvey, scrittore ed opinionista politico, oltre ad essere condivisibile almeno nella tesi di fondo, ha a mio parere alcuni pregi. In sintesi: a) contribuisce ad aprire un ragionamento problematico sul cortocircuito tra libertà di espressione e rispetto delle diverse sensibilità nella società globalizzata; b) getta una luce chiara sull’ipocrisia dei non pochi atteggiamenti, spesso strumentali, che, attivati in nome della libertà di espressione e della tolleranza, si sono tradotti e si traducono in comportamenti e prassi lesive proprio di quei principi; c) dà voce ad un sentire diffuso tra quelli che non dovremmo chiamare musulmani “moderati” ma semplicemente musulmani, e cioè un miliardo e 700 milioni di persone nel mondo che nulla hanno a che spartire con il terrorismo e la cui sensibilità, la si condivida o meno, sarebbe molto imprudente trascurare. (ppc)

La violenza è imperdonabile, ma lo è anche l’islamofobia

di Ebrahim Harvey | BDlive 18/02/2015

Opinioni – per quale motivo fare il gioco dei fanatici dando loro il destro per infliggere violenza in rappresaglia per quella che è percepita come una blasfemia o ingiustizia d’altro tipo, soprattutto se consideriamo che la satira può essere potente ed incisiva senza dover risultare crudelmente offensiva e umiliante?

Marcia repubblicana Charlie Hebdo

La più grande marcia repubblicana nella recente storia francese, svoltasi per esprimere sostegno alle pubblicazioni “satiriche” di Charlie Hebdo e alle tematiche connesse alle sue strisce provocatorie che raffigurano il profeta Maometto, mi ha fatto pensare alla rivoluzione francese del 1789, che ha dato al mondo i principi fondamentali di libertà, uguaglianza, giustizia e fratellanza, attorno ai quali le moderne democrazie cercano di modellarsi.

Ma, ironicamente, la storia della Francia, dalla rivoluzione, si è impantanata in controversie, conflitti e contraddizioni, in particolare con riguardo a razzismo e nazionalismo nella politica interna ed estera. Nulla ha innescato più contraddizioni del palese e brutale razzismo del colonialismo francese in Africa, in particolare in Algeria, e, d’altra parte, della virulenta ed esplosiva islamofobia dei recenti eventi che ruotano attorno alle strisce. In effetti, parecchie colonie francesi d’Africa sono in larga maggioranza musulmane, una circostanza che dovrebbe aver reso la Francia più attenta alle convinzioni e sensibilità islamiche. Ma i fatti di Parigi mostrano senza possibilità di equivoco con quanta tenacia la mano della storia possa continuare ad incombere. La marcia contro i brutali omicidi dei membri della redazione di Charlie Hebdo — assassinii che devono essere condannati nei termini più duri — ha rappresentato una dimostrazione di solidarietà pubblica senza precedenti. Tuttavia, è risultata discutibile nella misura in cui ha giustificato le strisce, ostentatamente in difesa della libertà di espressione. Inoltre, la marcia è stata chiaramente sfruttata da alcune forze per fini strumentali, a cominciare dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Lungi dall’apparire un’espressione militante ed ispirata in difesa di quei principi, le strisce sono state percepite dalla maggior parte dei musulmani come una forma di islamofobia blasfema e provocatoria, soprattutto a fronte del consapevole e deliberato spostamento a destra nella politica e nella società francese nel corso dell’ultimo decennio. La sprezzante reiterazione delle strisce nell’edizione di Charlie Hebdo immediatamente successiva di agli omicidi ha potentemente rafforzato la percezione di islamofobia. Ciò che davvero aveva fomentato gli assassini del fondatore della rivista e dei suoi colleghi veniva replicato nell’edizione curata dai sopravvissuti, dimostrando quanto fossero bizzarramente insensibili. O forse c’è del metodo dietro a questa loro follia, un calcolo per trarre vantaggio dal generale sfogo di dolore e solidarietà verso le vittime?

Come aveva potuto fare questo una pubblicazione che si presume di sinistra ed empatica nei confronti della difficile situazione degli africani che vivono in Francia, in maggioranza musulmani? La provocazione è ancora più bizzarra se si pensa che appena due anni fa la redazione subì un attentato bombarolo per strisce analoghe, che è poi il motivo per il quale persino un co-fondatore di Charlie Hebdo, Henri Roussel, avrebbe affermato che l’impeto provocatorio del direttore assassinato aveva “trascinato il team alla morte”. Ciononostante, nessuna di queste provocazioni può giustificare gli omicidi, per quanto possa spiegarli. In ogni caso, la propensione alla rappresaglia violenta contro coloro i quali deliberatamente e ripetutamente denigrano la santità del profeta Maometto, la più importante figura sacra dell’Islam, si rivela direttamente proporzionale alla misura in cui l’offesa si verifica. Maggiore è l’umiliazione percepita dai seguaci più devoti dell’ Islam, maggiore anche la magnitudine della violenza in rappresaglia. A questo riguardo, il deputato inglese George Galloway ha fatto notare: “Queste non sono strisce, sono insulti pornografici ed osceni nei confronti del profeta e per estensione ad un miliardo e 700 milioni di persone sul pianeta. Charlie Hebdo cercava di marginalizzate, alienare e minacciare proprio quella parte della comunità che già era stata alienata, già era minacciata.”

Prevedibilmente, l’edizione curata dai sopravvissuti ha suscitato una diffusa violenza in molti Paesi islamici. C’è una lezione indiscutibile che coloro i quali propagano una tagliente islamofobia dovrebbero apprendere: sfortunatamente, non esiste terrorista che possieda audacia e senso del martirio maggiore dei fondamentalisti islamici. Ma allora, per quale motivo fare il gioco dei fanatici dando loro il destro per infliggere violenza in rappresaglia per quella che è percepita come una blasfemia o ingiustizia d’altro tipo, soprattutto se consideriamo che la satira può essere potente ed incisiva senza dover risultare crudelmente offensiva e umiliante? Anche se gli omicidi e gli attentati suicidi devono essere condannati come metodo di lotta, quelli che hanno ucciso a sangue freddo i membri della redazione di Charlie Hebdo sono il prodotto della società razzista francese che, oltre a legittimare l’inciviltà delle strisce, per decenni ha maltrattato i musulmani ed altre persone di colore. Galloway ha utilizzato la frase “islamofobia razzista”, che coglie il nesso, presente in questo e in molti altri casi, tra razzismo ed islamofobia, tenendo a mente che, storicamente, la grande maggioranza dei musulmani nel mondo non è stata costituita soltanto da persone di colore, ma dalla classe lavoratrice o da piccoli commercianti che sono stati oppressi in Francia e in altri Paesi europei, al pari di altre persone di colore.

[…] È un dato di fatto che nessuna figura religiosa è stata derisa, ridicolizzata ed umiliata dalle strisce di Charlie Hebdo come l’Islam e il profeta Maometto. Il papa ha ammonito che che la libertà di espressione ha dei limiti e che coloro i quali insultano gratuitamente devono aspettarsi una ritorsione. È significativo che che nessuno abbia cercato di replicare al papa o di contraddirlo. La tragedia di Parigi ha mostrato che la brillante satira di qualcuno può suscitare la collerica repulsione di qualcun altro. Questo la dice lunga sull’urgenza di esplorare i limiti e la liceità della satira come strumento mediatico e politico. [ …]

Link all’articolo originale:

http://www.bdlive.co.za/opinion/2015/02/18/violence-is-inexcusable–but-so-is-the-wests-islamophobia

Written by pierpaolocaserta

febbraio 25, 2015 at 4:52 am

Pubblicato su Francia

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Il Front National di Marine Le Pen guida i sondaggi per le elezioni locali del prossimo mese

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La popolarità del Front National sembra non conoscere battute d’arresto. Secondo un nuovo sondaggio, il partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen è favorito per le elezioni locali francesi che si svolgeranno il prossimo mese.

Il sondaggio Ifop, commissionato da Le Figaro, gratifica il Front National del 30% delle preferenze, a fronte del 28% raggiunto congiuntamente dal partito conservatore UMP e dal centrista UDI.

Il partito socialista del presidente Francois Hollande deve accontentarsi del terzo posto, con il 20% delle preferenze.
Il sondaggio ha inoltre evidenziato come gli elettori del Front National siano i più motivati: il 53% ha intenzione di recarsi a votare per le elezioni dipartimentali che si terranno il prossimo mese, contro il 45% degli altri partiti maggiori.

Il sondaggio di Le Figaro:

http://www.lefigaro.fr/politique/2015/02/22/01002-20150222ARTFIG00203-departementales-le-fn-en-pole-position.php

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Written by pierpaolocaserta

febbraio 24, 2015 at 1:43 pm

Pubblicato su Francia

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