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25 aprile: “ogni anno è segnato da aspre polemiche su chi fosse ‘dalla parte giusta’ nella guerra civile”

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E’  quanto sostiene Paddy Agnew su The Irish Times.

In Italia il 25 aprile non passa mai inosservato. È il giorno della Festa della Liberazione, il giorno in cui gli italiani ricordano come, nell’aprile del 1945, i partigiani (il movimento di resistenza) e gli alleati finalmente liberarono l’Italia dal dominio nazifascista e dal fascismo di Mussolini.

In una manciata di giorni drammatici, città come Bologna, Parma, Reggio Emilia, Milano, Torino e infine Genova vennero liberate dai nazisti grazie a un’insurrezione generale guidata dai partigiani, insieme a una rinnovata offensiva degli Alleati.

Da quando il vostro corrispondente ha iniziato ad occuparsi dell’Italia, questo è un giorno che non ha mai mancato di sollevare controversie.

Ogni anno è segnato da aspre polemiche su chi fosse “dalla parte giusta” in ciò che finì per diventare una guerra civile di due anni tra fascisti e antifascisti, tra coloro che legarono la loro sorte a quella di Mussolini e allo stato fantoccio di Salò (1943-1945), e quei partigiani che combatterono al fianco degli Alleati.

Come gli irlandesi sanno anche troppo bene, la guerra civile è davvero orribile, perché mette il fratello contro il fratello, il padre contro il figlio e porta ad atrocità dopo atrocità, tradimento dopo tradimento. In Italia, gli anni tra il 1943 e il 1945 non furono un’eccezione.

Ancora oggi, dopo 64 anni, si ha l’impressione che gli italiani non abbiano ancora chiuso la questione. Forse non la chiuderanno mai. Forse il dolore e la rabbia alla fine si attenueranno, curati non tanto da una verità definitiva e dai promotori della riconciliazione ma semplicemente dal passare del tempo.

In qualche misura, naturalmente, dato il lasso di tempo, questo è già accaduto.

Il 25 aprile del 2009, comunque, potrebbe essere visto, nel tempo, come un importante contributo alla fine delle polemiche grazie – udite, udite – al gesto e alle parole del primo ministro Silvio Berlusconi.

In 15 anni passati nella vita pubblica, Berlusconi fino allo scorso fine settimana non aveva mai preso parte ad una sola delle molte commemorazioni pubbliche che caratterizzano questo giorno speciale. Lo scorso anno, il primo ministro allora fresco di elezione trascorse il 25 nella sua residenza romana di Palazzo Grazioli.

L’uomo che ha messo i neofascisti (MSI) al riparo nel 1993; colui il quale ha speso una vita politica ad inveire contro i comunisti, il primo ministro è sempre apparso riluttante a riconoscere pubblicamente il ruolo fondamentale svolto dai comunisti nella Resistenza italiana.

I Rossi, in fin dei conti, erano cattivi e basta, anche se aiutarono a liberare il Paese nel 1945.

Quest’anno, comunque, ha cambiato atteggiamento, cosa che potrebbe essere dovuta al suo desiderio di guadagnarsi il supporto e il voto da parte di segmenti che gli sono sempre stati preclusi.

Sulla scia della sua gestione, energica e dinamica, del terremoto in Abruzzo, il primo ministro si è guadagnato un consenso stimato al 73 percento da parte degli italiani.

Forse con un occhio al Quirinale (molti credono che Berlusconi punti alla presidenza), ha assunto il ruolo del paciere.

In un certo senso, il villaggio abruzzese di Onna gli offriva uno scenario perfetto. Ad Onna 40 dei suoi 350 residenti sono station uccisi nel terremoto all’inizio di questo mese, ed è anche il luogo dove le truppe naziste giustiziarono 17 persone in una classica rappresaglia nel 1944.

Mettendosi il foulard partigiano della Brigata Maiella attorno al collo, Berlusconi ha scelto di fare la sua uscita il 25 aprile ad Onna, dichiarando: “La resistenza è uno dei valori fondanti del Paese. Noi siamo – tutti gli italiani liberi lo sono – dalla parte di chi ha combattuto per la nostra libertà, per la nostra dignità e per l’onore della nostra Patria.”

“Nel movimento della Resistenza, ci furono gruppi e persone molto diversi tra loro, ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia.”

Parole belle e nobili, come accade spesso quando si tratta di Berluscon, ima non tutti sono convinti.

Dario Franceschini, leader del Partito Democratico, che ha chiesto pubblicamente a Berlusconi di celebrare il giorno della Liberazione ha affermato che “ci saremmo aspettati di ascoltare queste parole molti anni fa”.

Franceschini ha anche chiesto al primo ministro di trasformare le sue parole in azione bloccando un controverso disegno di legge.

La legge riconoscerebbe in effetti nello stesso modo (anche agli effetti pensionistici) coloro i quali combatterono per la Resistenza e i repubblichini che combatterono a fianco del regime di Salò di Mussolini.

Se Berlusconi pensa davvero quello che ha detto sulla Resistenza, allora deve ritirare quella legge, ha argomentato Franceschini

Detto fatto.

Affermando di non essere al corrente della legge in questione, lo scorso fine settimana il primo ministro ha annunciato che sarebbe stata ritirata.

Mentre c’è stato chi a destra, come Alessandra Mussolini, nipote del Duce, che ha criticato le parole pronunciate dal primo ministro il 25 aprile e la sua decisione riguardo alla legislazione sulle pensioni di guerra potrebbero segnare l’inizio di una nuova stagione della “politica-secondo- Berlusconi”.

Ma l’uomo d’affari-magnate-leader politico sarà davvero intenzionato a diventare un uomo di Stato?

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Written by pierpaolocaserta

aprile 28, 2009 a 8:06 pm

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