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Un colpo di Stato molto tradizionale

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HONDURAS_manifestante ferito

Maurice Lemoine su Le Monde Diplomatique

La reazione è stata unanime, dall’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) alle Nazioni Unite, dall’Unione Europea al presidente Barack Obama. Tutti hanno condannato, senza attenuanti, il colpo di Stato del 28 giugno che ha deposto il capo di Stato honduregno Manuel Zelaya, deportandolo con la forza in Costa Rica. Miguel d’Escoto, presidente dell’Assemblea Generale delle Naazioni Unite, ha chiesto che Zelaya fosse immediatamente reintegrato nella carica e nelle funzioni per le quali era stato nominato dal volere popolare; nessun’altra opzione sarebbe stata accettabile per la comunità internazionale.

Sono stati sollevati dei dubbi sulla legittimità di Zelaya. Si è detto che ha cercato, in modo incostituzionale, di modificare la costituzione del 1982 in modo da poter ottenere un ulteriore mandato alle elezioni presidenziali del 29 novembre. Ma questo non è vero. La costituzione rimane in vigore fino a nuovo ordine e il capo di Stato non può candidarsi per essere rieletto. Con 400.000 firme a sostenerlo, Zelaya aveva programmato di organizzare un sondaggio, il giorno delle elezioni, per vedere se gli honduregni volessero o meno, prima o poi, la convocazione di un’Assemblea Nazionale Costituente.

Una caratteristica peculiare dell’attuale costituzione è che contiene una quantità di articoli scolpiti nella pietra, compreso l’articolo 4, che vieta la rielezione del presidente e che non può essere modificato per alcun motivo – una legge curiosa da imporre al popolo, che dovrebbe essere la fonte di tutti i poteri statali. Zelaya non è stato rimosso perché cercava di farsi rieleggere, ma perché stava prendendo in considerazione modifiche alla Carta fondamentale.
Egli ha commesso tre grossi errori: partendo da una base radicata nel Partito Liberale di centro destra, ha rafforzato i suoi legami con con l’elite politica ed economica al potere, ha aumentato il salario minimo del 60% e si è unito all’Alleanza Boliviana per le Americhe (ALBA), che comprende Bolivia, Cuba, Ecuador, Venezuela e altri che invocano una rottura con il neo-liberlismo. La destra ha semplicemente attaccato l’anello debole della catena.

Il presidente George Bush sostenne il tentativo di rovesciare Hugo Chavez in Venezuela nell’aprile del 2002; il presidente Barack Obama si è unito alla condanna dell’uomo che ha guidato il putsch honduregno, Roberto Micheletti. Ma mentre Obama dichiarava che Zelaya era l’unico presidente dell’Honduras, il suo segretario di Stato Hillary Clinton suggeriva che il presidente del Costa Rica Oscar Arias potesse svolgere il ruolo di mediatore, lasciando la sinistra e il centro-sinistra dell’OAS fuori da questo quadro.

Potenti forze anti-Zelaya sono al lavoro a Washington. Il Pentagono ha una base militare molto importante dal punto di vista strategico in Honduras, a Palmerola. Ha già perso una base a Manta in Ecuador (un membro dell’ ALBA), che è stata chiusa su richiesta del presidente, Rafael Correa. Hugo Llorens, ambasciatore ameicano in Honduras nominato da Bush nel settembre 2008, è stato direttore degli Affari andini nel Consiglio Nazionale di Sicurezza nel 2002 e 2003, occupandosi del Venezuela al tempo del colpo di Stato. Proprio alla vigilia del 28 giugno, ha preso parte a un incontro con “le autorità militari e i leader dell’opposizione”.

Zelaya ha rifiutatao la proposta di Arias di un governo di riconciliazione nazionale – che prevedeva il reinserimento di Zelaya come presidente ma senza alcun potere reale. Lo stesso ha fatto Micheletti Micheletti, con grande fastidio della Clinton, che gli ha offerto una possibilità di emergere dalla crisi in pole position. È una doppiezza di Washington oppure una differenza nell’atteggiamento della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato/Pentagono? Se l’ordine non verrà ristabilito, e/o l’Honduras soccomberà alla violenza, la reputazione di Obama in America Latina ne uscirà seriamente danneggiata, sebbene fosse stato accolto con simpatia e speranza.

* tradotto dall’edizione in lingua inglese

Fonte della foto: Giornalismo Partecipativo

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