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Belgrado è ora più vicina a Bruxelles

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Fonte: The Economist del 2/3/2012. Articolo originale qui

Quando viene scelto un nuovo papa, i cardinali riuniti nella Cappella Sistina bruciano le loro schede e fanno levare una fumata attraverso il camino per comunicare  al mondo che hanno preso una decisione. Nella serata di ieri abbiamo assistito a una sorta di variante tecnologia di questa prassi, quando l’Unione europea dei 27 capi di governo ha finalmente concesso alla Serbia lo status di candidato ufficiale per l’adesione all’UE. Infatti abbiamo saputo che era vero quando Herman Van Rompuy, il presidente del Consiglio europeo appena rieletto, ha twittato la notizia al mondo.

Le parole si diffondono in fretta. “È stato come a Capodanno, quando ricevi una valanga di messaggi di testo!”, ha dichiarato Milica Delević, capo dell’Ufficio integrazione europea del governo serbo.
Il processo è stato lungo. La Serbia ha dovuto apportare una raffica di modifiche tecniche e legislative, non diversamente da qualunque paese che aderisce all’UE. Ma il problema maggiore è stato di natura politica. In stato di crisi sul fronte dell’euro, da due anni a questa parte l’UE non ha dato priorità al processo di allargamento. E nel caso della Serbia c’è anche la spinosa questione del Kosovo.

Nel mese di marzo 2011, l’UE ha iniziato a promuovere i colloqui tra la Serbia e il Kosovo, presieduti da Robert Cooper, un alto diplomatico dell’Unione europea. Ci sono stati alti e bassi ma, nel complesso è stato un successo dietro le quinte. Proprio un accordo raggiunto da Cooper la settimana scorsa ha permesso di garantire alla Serbia la candidatura che le era stato negata lo scorso dicembre.
Durante il vertice di dicembre, i capi di governo dell’UE avevano incaricato la Serbia di raggiungere un accordo che le consenta di svolgere incontri regionali con il Kosovo. Il rifiuto della Serbia di riconoscere la sua ex provincia come stato indipendente ha portato a frequenti interruzioni dei colloqui e disordini durante gli incontri.

Fortunatamente, tutto questo è finito. Secondo l’accordo, il Kosovo sarà rappresentato come “*Kosovo*”, dove l’asterisco rimanda a una nota che menziona la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che pose fine alla guerra del Kosovo nel 1999 conferendo alla Nazioni Unite giurisdizione in tale regione. Alla Serbia piace ricordare al mondo che quella risoluzione, che reca la forza del diritto internazionale, non contiene alcun riferimento ad un Kosovo indipendente.
La nota conterrà anche un riferimento al verdetto del luglio del 2010 della Corte di giustizia Internazionale, secondo il quale la dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 2008 non era illegale.

Si tratta di  una formulazione accorta, che cionondimeno è stata ampiamente denunciata, in particolare in Kosovo. In realtà, la risoluzione 1244 è morta e il riferimento ad essa non è altro che un espediente per salvare la faccia alla Serbia. Analogamente, lo status giuridico della dichiarazione del Kosovo non è particolarmente rilevante, quando 88 paesi hanno già riconosciuto la sua indipendenza.
Ma l’accordo non implica che i ministri del Kosovo non dovranno più essere affiancati, durante gli incontri, da funzionari delle Nazioni Unite. Inoltre, poiché la Serbia può sedere insieme al Kosovo, potranno fare altrettanto anche i cinque Stati membri dell’UE che non lo riconoscono.

L’accordo prevede inoltre un percorso per un’eventuale adesione all’Unione europea del Kosovo stesso. Verrà condotto uno studio di fattibilità, che rappresenta il primo passo per concludere un accordo di stabilizzazione e di associazione, che è a sua volta il primo passo verso l’adesione. Eppure, vi sarà un momento, in questo lungo cammino, in cui lo status del Kosovo tornerà a porsi come problema, perché solo gli Stati riconosciuti da tutti i membri dell’UE possono aderire.

Questa settimana c’è stato un ostacolo imprevisto. Era stata fissata una riunione dei ministri degli esteri dell’UE, a Bruxelles, per appoggiare la candidatura della Serbia, lasciando la decisione finale ai capi di governo che si sarebbero riuniti pochi giorni dopo, come prescrive la normale prassi. Ma la Romania, di punto in bianco, ha sollevato il problema dello status della minoranza dei Valacchi in Serbia. Alcuni Valacchi sono felici di essere classificati come romeni, altri non lo sono.
Si è trattato, secondo una fonte diplomatica, “una performance del tutto sgradevole. Devi essere un nazionalista nostalgico del 19esimo secolo per credere a spazzatura del genere.

I rumeni hanno tenuto duro per diverse ore prima di dare il via libera alla firma di un accordo separato con i serbi. La sortita rumena è stata considerata talmente esecrabile, che ha finito con il rafforzare il sostegno pubblico alla causa della Serbia.

E adesso, che cosa accadrà? Sebbene non manchino i detrattori secondo i quali la candidatura non significa nulla, sostenere questo è sciocco: è come dire che l’acquisto di un biglietto per salire su un treno non rende più vicini alla destinazione. La Serbia deve lavorare sodo, adesso, per arrivare alla fase di apertura dei negoziati, e senza dubbio la questione del Kosovo tornerà presto a presentare problemi. Ma, come ha dichiarato Delević, “la conferma della direzione è molto importante.”

Il vero problema della Serbia, a questo punto, è interno. Il 13 marzo verranno indette le elezioni generali e locali, probabilmente per il 6 maggio. Il presidente Boris Tadić sta rimuginando l’idea di dimettersi e chiedere elezioni presidenziali anticipate, sperando di capitalizzare il suo successo a Bruxelles.
Una questione delicata è se le elezioni locali debbano svolgersi o meno nelle aree a prevalenza serba del Kosovo, le cui regioni settentrionali fanno parte de facto della Serbia. I serbi chi vivono nel nord del Kosovo chiedono di poter votare. Una soluzione potrebbe essere quella di tenere una votazione non ufficiale.

L’attrattiva dell’adesione all’UE si è certamente eclissata rispetto ai giorni di gloria dell’allargamento vissuti negli anni 2000. Eppure, con il Montenegro che dovrebbe avviare i negoziati per l’adesione nel mese di giugno, e la Croazia che dovrebbe diventare membro a pieno titolo nel 2013, la maggior parte dei serbi si sentirà probabilmente più a proprio agio stando dentro al baraccone insieme ai propri vicini, che non restandone fuori.

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Written by pierpaolocaserta

marzo 5, 2012 a 1:49 pm

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