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Debito pubblico, la congiura delle buone idee

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Laurent Cordonnier su Le Monde Diplomatique, mercoledì 22 febbraio 2012
Traduzione dal francese di José F. Padova

Accordandosi, in occasione del vertice europeo del 9 dicembre 2011, su un nuovo patto di bilancio intergovernativo, i capi di Stato europei non soltanto si sono accordati su una condanna dei popoli dell’Unione ai ceppi e alle catene del rigore perpetuo, ma hanno anche stretto un patto di rinuncia a due idee che segnavano il loro cammino: fare pagare le banche, come l’aveva rifiutato la Germania per trattare del caso Grecia, e incoraggiare la Banca Centrale Europea ad acquistare i titoli di debito dei Paesi sotto attacco, come auspicava la Francia. Ti do se mi dai: si convenne di non seccare più il proprio vicino con un’idea che lo disturbasse. Senza dubbio gli uni e gli altri pensavano anche che, chiudendo a chiave le uscite di sicurezza, le fiamme dell’incendio si sarebbero placate. Quelle porte si riapriranno certamente sotto l’uragano dell’esplosione. L’aspetto più sorprendente, in questa congiura delle buone idee, non è tanto la rinuncia a fare pagare i creditori le banche, le compagnie di assicurazioni, gli organi di risparmio collettivo, i fondi pensione. Sebbene a prima vista l’idea sarebbe eccellente. Che i creditori subiscano ogni tanto qualche riduzione dei loro crediti non sarebbe ingiusto, in effetti, perché la giustificazione dei loro interessi percepiti annualmente è la concretizzazione del rischio che essi si assumono prestando a enti (qui a Stati) suscettibili di fare un certo giorno fallimento. Se non accadesse mai alcun fallimento l’interesse [incassato] non sarebbe altro che il prezzo della paura dei fantasmi, una specie di furto dissimulato sotto un lungo lenzuolo bianco. Il fallimento è dotato dunque di un suo interesse, per così dire. Detto questo, ognuno può capire che, in una società capitalista, la giustizia, anche se si tratta di una giustizia puramente commerciante, è subordinata alla proprietà. Ora, le perdite dei creditori, prima di essere perdite dei depositanti, dei risparmiatori, degli assicurati, sarebbero in un primo tempo quelle dei proprietari (gli azionisti) di quelle istituzioni finanziarie. Questo può fare riflettere, anche se non si è visceralmente dalla parte dei nullatenenti. Soprattutto sul fatto che le perdite dei creditori possono rapidamente superare i mezzi propri (gli apporti degli azionisti) e minacciare in fin dei conti il risparmio dei singoli, dei quali bisognerebbe in un modo o nell’altro socializzare le perdite: nazionalizzando e ricapitalizzando quelle istituzioni finanziarie. Si vede qui che il socialismo non sarebbe più molto lontano. Più sorprendente è piuttosto il rifiuto ostinato di prospettare un riacquisto sostanziale dei titoli di debito pubblico da parte della BCE. Nessuno ignora che l’ostacolo principale su questa via è la paura fobica della Germania che una simile pratica conduca a un nuovo episodio d’iperinflazione. Eppure, a parte questo terrore infantile che vale bene tutte le «esuberanze irrazionali dei mercati», dove sarebbe il problema? I male informati pensano ancora senza dubbio che il riacquisto dei debiti pubblici sia proibito dagli statuti della stessa BCE. Ma i dirigenti europei sanno per forza che non è questo il caso. L’art. 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ripreso testualmente nell’art. 21.1 degli Statuti del sistema europeo di banche centrali e della Banca Centrale Europea, fissa le seguenti regole: « Articolo 21 – Operazioni con enti pubblici: 21.1. Conformemente all’articolo 101 del trattato, é vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia da parte della BCE o da parte delle banche centrali nazionali, a istituzioni o agli organi della Comunità. alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di settore pubblico o ad imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali» [ndt.: http://www.ecb.int/ecb/legal/pdf/it_statute_2.pdf%5D. Quello che è vietato è quindi il prestito fra la BCE e i poteri pubblici in Europa, così come l’acquisto di titoli di debito pubblico al momento della loro emissione (le acquisizioni dirette). Ma per niente affatto l’acquisto di questi stessi titoli di debito una volta che essi sono rivenduti da parte dei loro primi acquirenti (e da tutti i seguenti) sul mercato detto «secondario». La BCE può quindi del tutto legalmente, sull’esempio della Riserva federale americana, della Banca d’Inghilterra o della Banca del Giappone, comperare massicciamente debiti pubblici sui mercati, per sostenere il prezzo dei titoli e ammorbidire, in teoria, i tassi d’interesse sui titoli già in circolazione. Certo, a priori uno Stato non sa che farsene di un calo dei tassi sui suoi titoli già circolanti per esso l’importo annuo degli interessi da pagare ai detentori dei titoli è sempre lo stesso (1). Ma se l’operazione riuscisse, poiché i creditori non fanno differenze fra titoli d’occasione e titoli di nuova emissione (per la medesima scadenza), ciò significherebbe che essi sono disposti ad acquistare i titoli di nuova emissione, destinati a finanziare il deficit di bilancio e il rinnovo dei titoli in scadenza, al medesimo tasso d’interesse del mercato secondario. Dire che la BCE può fare questo è anche dimenticare che l’ha già fatto. Attraverso il suo programma d’acquisto sui mercati(Securities Market Program), messo in opera con la presidenza di Jean-Claude Trichet, ha acquistato circa 2 miliardi di euro in titoli greci, portoghesi, spagnoli e italiani. Ma autolimitandosi in questa azione, e soprattutto facendo capire, attraverso il suo nuovo presidente Maro Draghi lo scorso dicembre, che questo programma non è «né eterno, né infinito» (2), la BCE si priva della possibilità di far sentire di poter agire con mezzi illimitati come portatore di ultima istanza per i debiti pubblici. Draghi d’altra parte alimenta sapientemente la confusione fra queste operazioni di acquisto dei debiti sul mercato e la monetizzazione dei debiti pubblici (i prestiti o gli acquisti di titoli intestati agli Stati) per esagerare il carattere falsamente derogatorio di questi interventi. Il mandato della BCE è «limitato dal divieto di finanziamento monetario [degli Stati]» (3). Ora, il solo fatto di annunciare che la BCE potrebbe intervenire su grande scala basterebbe forse a esimerla… poiché si tratta essenzialmente di contrastare un panico. Il rischio di fallimento degli Stati, oggi molto reale, è dovuto all’aumento drammatico dei tassi d’interesse, alimentato dalla paura del default che l’aumento dei tassi d’interesse rende ineluttabile. Numerosi economisti come Christophe Ramaux (4) o Philippe Legrain (5) fanno appello perché la BCE si impegni a intervenire sui mercati secondari, fissando una soglia per il tasso d’interesse massimo tollerabile sui debiti pubblici. Pensando forse di dare prova d’indipendenza nei confronti degli Stati, mentre si trova ad essere dipendente dai concetti monetaristici della Germania e della Bundesbank, la BCE per il momento rifiuta di utilizzare questa possibilità. Eppure avrà difficoltà nel fare credere ancora a lungo di esserne costretta dal timore stesso dell’inflazione. Si potrebbe pensare che la BCE sia restia a emettere moneta propria per acquistare debiti pubblici per il motivo che ciò farebbe aumentare bruscamente la liquidità (la moneta della Banca centrale), della quale le banche hanno bisogno per sviluppare il credito, in misura incrementale. Ma sembra meno restia a farlo (ad aumentare la liquidità) quando si tratta di prestare direttamente alle banche che quando si tratta di alleviare, anche se molto indirettamente, gli Stati. Il 21 dicembre scorso la BCE ha emesso 489 miliardi di euro per rifinanziare a lungo termine (su tre anni) 500 banche europee, al tasso dell’1 %. Offrendo tutte queste prodigalità alle banche private, Draghi sperava forse segretamente che sarebbe loro venuta l’idea luminosa (e lucrativa) di dedicarne una piccola parte a nuovi acquisti di debiti pubblici. Se questo fosse stato il caso, la folla dei commentatori avrebbe sicuramente gridato alla genialità: ah! quale abile modo di aggirare il tabù (ma non la proibizione, occorre ripeterlo) del «finanziamento monetario degli Stati». Da parte della BCE regalare – perché al tasso dell’ 1 % è regalato – il suo denaro alle banche private perché queste attuassero per delega il suo progetto avrebbe permesso di salvare le apparenze mentre si raggiungeva lo scopo. Purtroppo capita che, mandando nostra sorella maggiore a comperare le sigarette al nostro posto, causa il divieto di vendita ai minori, costei si tenga i soldi per comperarsi le calze… di lana. Le banche si sono sedute sul gruzzolo, che hanno immediatamente depositato sul loro conto presso la BCE. Come ai bei tempi della crisi dei subprime le banche di nuovo diffidano effettivamente le une delle altre e la costituzione di questo malloppo permette loro di fare a meno dei prestiti che esse abitualmente si fanno per compensare i loro squilibri dei pagamenti, giorno per giorno. Commento di Draghi: «Le banche decideranno in totale indipendenza ciò che esse faranno [di questi miliardi di euro], in funzione della migliore combinazione rendimento/rischio per i loro affari» (6). Una Banca centrale indipendente, banche private indipendenti e popoli sotto il giogo: tutto in ordine. Questo episodio ha almeno il merito di fare procedere le idee. Perché a forza di intraprendere a ritroso ciò che mai avrebbero immaginato di dover fare o quello che sempre esse avrebbero preferito pensare di non poter fare, le autorità economiche e finanziarie sono arrivate a fare vedere meglio ciò che sarebbe possibile si facesse. Se è vero, come diceva Lacordaire, che tra «il forte e il debole, fra il ricco e il povero, fra il padrone e il servo, è la libertà che opprime, è la legge che affranca», una leggina sarebbe qui indubbiamente benvenuta. Appena una, per obbligare la sorella maggiore a portare indietro le sigarette, piuttosto che le calze. Una legge che costringerebbe le banche private a utilizzare la liquidità della BCE per acquistare debiti pubblici, con l’effetto moltiplicatore che queste risorse permettono. Il procedimento sarebbe forse meno esorbitante della proposta, fatta da Jacques Sapir, di requisire le Banche centrali nazionali perché emettano gli euro necessari a questi acquisti: una soluzione tecnicamente fattibile ma questa volta completamente vietata dai trattati (7). Tuttavia questo sarebbe un regalo troppo bello per le banche e per i loro azionisti. Infatti, permettere alle banche (obbligandole a essere libere, avrebbe detto Rousseau) di acquistare sui mercati secondari, con denaro preso a prestito all’ 1 %, debiti pubblici molto decotti, equivarrebbe indubbiamente a garantire loro, sul lungo termine, eccellenti plusvalenze, quando gli Stati avranno finito di rimborsare quei debiti al loro valore di emissione (ciò che è lo scopo finale di qualsiasi dispositivo di soccorso). Non si potrebbe fare approfittare di questa pacchia giovani e pimpanti banche pubbliche, create per l’occasione, che così speculerebbero graziosamente sul debito dei loro propri Stati-azionisti, per restituire loro a fine percorso le plusvalenze fatte per e sul loro conto? Facendo man bassa sui mercati secondari, grazie ai prestiti all’ 1 % della BCE, dei titoli pubblici dei quali le altre istituzioni finanziarie vorrebbero sbarazzarsi a buon prezzo, queste banche non soltanto intascherebbero le plusvalenze al posto degli speculatori, ma contribuirebbero su un piano generale ad allentare i tassi d’interesse. Potrebbero in seguito diventare acquirenti dei nuovi debiti emessi, se le istituzioni finanziarie private continuano a sottrarsi. Evidentemente tutti quanti grideranno che questo è vietato dai trattati… mentre invece ne è esplicitamente autorizzato. Si tratta proprio di quanto hanno messo in rilievo a giusto titolo Michel Rocard e Pierre Larrouturou (8) i quali propongono che la BCE presti allo 0,01 % alla Banca Europea d’Investimenti o alla Cassa depositi e prestiti. Il medesimo art. 21, che vieta alla BCE la monetizzazione diretta dei debiti pubblici e il finanziamento diretto di organi pubblici, in effetti stabilisce: «Le disposizioni del presente articolo non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di riserve da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla BCE lo stesso trattamento degli enti creditizi privati (21.3) [ndt.: http://www.ecb.int/ecb/legal/pdf/it_statute_2.pdf%5D. L’impossibile non è sempre nei trattati. Il più delle volte si trova nei diktat della finanza.

(1) Mentre per i nuovi acquirenti di titoli d’occasione le cose sono diverse. Acquistando il titolo a maggior prezzo, mentre l’importo annuo degli interessi pagati dallo Stato resta il medesimo fino alla scadenza, essi accettano un tasso d’interesse effettivamente più basso (il tasso d’interesse è uguale all’importo annuo degli interessi diviso per il prezzo d’acquisto del titolo) (2) Intervista di Mario Draghi con il Financial Times, 14 dicembre 2011. (3) ibid. (4) « Gare au catastrophisme libéral », Alternatives économiques, hors-série n° 91, 1er trimestre 2011. (5) «La BCE doit agir dès maintenant pour sauver l’euro ! », Project Syndicate, 13 décembre 2011. (6) Entretien avec le Financial Times, ibid. (7) « Réquisitionnons les banques centrales ! », Le Monde, 2 décembre 2011. (8) « Pourquoi faut-il que les Etats payent 600 fois plus que les banques ? », Le Monde, 3 janvier 2012.

Written by pierpaolocaserta

marzo 8, 2012 a 8:06 am

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