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L’austerità è una fatalità?

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Di fronte ai creditori sfrontatezza argentina e tentennamento greco

Maurice Lemoine

traduzione dal francese di José F. Padova

La crisi greca non è inedita. Altri Paesi, prostrati dal fardello del debito, hanno a volte scelto di non più pagare, come l’Argentina dei decenni ’90 e 2000. Così questo esempio emblematico illustra bene le logiche che portano alla catastrofe e i meccanismi che potrebbero permettere alla Grecia di allentare la morsa.

Tutto  inizia con un’idea abbagliante. Per mettere termine all’inflazione che devasta il Paese, al suo arrivo al potere nel 1989 (1) il presidente peronista Carlos Menem – fiancheggiato dal suo superministro dell’Economia Domingo Cavallo, formato a Harvard ed ex funzionario della dittatura (1976-1983) – fissa il tasso di cambio della moneta argentina in misura rigida: 1 peso per 1 dollaro, e imprime questo sistema, detto «currency board», nella Costituzione. Qualificata come «big bang» e fin dall’origine incoraggiata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), in un primo tempo questa politica ha successo: l’inflazione scompare, si afferma la crescita.

Il 1. gennaio 2001 la Grecia ottempera ai Criteri di Maastricht ed entra nella zona euro. Un anno più tardi le monete stampate nella nuova valuta sostituiscono la dracma, antica moneta nazionale.

Dopo la crisi messicana (1994-1995) l’Argentina stentava a finanziarsi sui mercati: l’aumento dei tassi d’interesse – che raggiungono il 20% – pesa sul suo bilancio. Poiché numerose crisi avevano reso fragili le nazioni emergenti (Asia sudorientale, Russia, Brasile), il dollaro, diventato investimento-rifugio, vede crescere il suo valore. Il matrimonio d’amore del peso con il biglietto verde si ritorce contro Buenos Aires: togliendo alla Banca centrale qualsiasi autonomia, il governo abbandona il controllo della sua politica monetaria. Quando diversi vicini importanti, come il Brasile, svalutano la loro moneta, quando il dollaro si rivaluta rispetto all’euro, l’Argentina perde ogni competitività sui suoi mercati, vicini o lontani. L’anno 1998 segna così il passaggio dalla crescita alla recessione.

Con il passaggio all’euro, l’industria greca soffre per una moneta forte in rapporto alla dracma: i suoi prodotti «costano cari».

Quando il 24 ottobre 1999 Menem cede il posto al radicale Fernando de la Rúa, leader di una coalizione di centro-sinistra, il Fronte per un Paese solidale (Frepaso)che l’ex primo Ministro greco Georges Papandreu non avrebbe sconfessato, le finanze argentine sono alla rovina. Su trentasei milioni di argentini quattordici vivono ufficialmente sotto la soglia di povertà. Eterno protettore del genere umano, il FMI promette al nuovo governo un prestito di 10 miliardi di dollari per rifinanziare i suoi debiti, a condizione che s’impegni a mettere in atto un programma d’austerità. Ossequiente come un domestico appena assunto e per evitare qualsiasi moratoria o default nei rimborsi – il debito pubblico raggiunge 147,8 miliardi di dollari –, il potere elabora un piano di adeguamento strutturale. Nel giugno 2000 uno sciopero generale di trentacinque giorni paralizza il Paese.

Il 30 novembre 2009, quando i ministri delle Finanze europei esprimono la loro preoccupazione, Papandreu – che è succeduto a un primo Ministro conservatore, Costas Caramanlis – ammette che l’economia greca si trova in «cura intensiva». Il 3 marzo 2010 annuncia un primo piano di austerità.

Una muta di economisti del FMI, della Banca Mondiale e della Banca interamericana per lo sviluppo mettono insieme un «piano di salvataggio» – forzatamente l’ultimo. «Il FMI non permetterà all’Argentina di ottenere il sostegno promesso finché il governo non avrà messo in atto, per legge o per decreto, l’insieme delle misure annunciate dal Presidente (2)», annuncia il 23 novembre 2000 Stanley Fischer, direttore generale aggiunto di un’istituzione che in caso di necessità è anche in grado di mostrarsi sgradevole. Quindi per decreto de la Rúa smantella ciò che resta del servizio pubblico delle pensioni, deregolamenta l’assistenza sociale, rende flessibile il mercato del lavoro, liberalizza il settore sanitario.

Il 23 aprile 2010 Atene ottiene un primo prestito di 45 miliardi di euro, accordato dall’Unione Europea e dal FMI.

Gli scontri fra la polizia e i manifestanti fanno le loro prime vittime. Gli escrache [ndt.: termine argentino per manifestazione, anche violenta – in Cile funa] – insulti, lanci di pietre o di uova, aggressioni –, i blocchi stradali e i concerti di pentole (cacerolazos) si moltiplicano. Il 18 dicembre 2000, utilizzando razionalmente le loro incompetenze, una coalizione di finanzieri internazionali guidata dal FMI gratifica Buenos Aires di un nuovo piano di «aiuto» per un importo totale di 39,7 miliardi di dollari in tre anni. Grazie a queste misure, l’Argentina è salva! Tanto che de la Rúa annuncia una nuova riduzione della spesa pubblica e il 20 marzo 2001 nomina il signor «peso=dollaro» Cavallo ministro dell’Economia. Il suo ritorno (momentaneamente) acclamato dalla Borsa, dal FMI e dai mercati, entusiasma il Financial Times: i risultati dei suoi intervanti in effetti gli hanno attribuito la «fama di una leggenda presso gli investitori internazionali e i politici del mondo intero (3)». Egli riempie di speranze il Primo ministro britannico Anthony Blair e il Presidente americano George W. Bush, che esprimono pubblicamente la loro soddisfazione.

Il 2 maggio 2010, nell’ottica di «mettere un termine alla crisi», i ministri delle Finanze europei accordano alla Grecia un «piano di salvataggio» di 110 miliardi di euro.

Per evitare il default dei pagamenti e poiché la possibilità di una moratoria dichiarata unilateralmente è esclusa per dogma, Cavallo inventa il «mega-cambio», mediante il quale titoli a breve termine del debito pubblico (29,5 miliardi di dollari) sono scambiati con titoli a lungo termine (fino a trent’anni), ma – accelerando la catastrofe – a tassi d’interesse esorbitanti. Subito dopo si rivolge al «deficit zero», diminuendo del 13% i salari e le pensioni superiori a 500 pesos (500 dollari); un provvedimento che colpisce il 92% degli impiegati dello Stato e il 15% dei pensionati. A centinaia le piccole e medie imprese chiudono i battenti.

Come la peste nel Medio Evo, l’orrore economico spinge i piqueteros – scioperanti che hanno scelto come mezzo d’azione lo sbarramento delle strade – a erigere blocchi stradali a centinaia e una massa di argentini a lanciare uno sciopero generale il 20 luglio 2001. Le agenzie di rating Standard & Poor’s e Moody’s annunciano che potrebbero classificare l’Argentina in «cessazione tecnica dei pagamenti». Un portavoce del Tesoro americano completa il messaggio precisando: «Ancora più sacrifici saranno necessari da parte della popolazione argentina prima di ottenere la situazione d’equilibrio desiderata (4)».

Il 15 giugno 2011 uno sciopero generale paralizza la Grecia: la popolazione protesta contro un nuovo programma d’austerità destinato a economizzare 28 miliardi di euro. Malgrado numerosi scontri con la polizia, il programma sarà votato il 29 giugno, aprendo la strada il 22 luglio al versamento di un nuovo piano d’aiuti di 109 miliardi di euro.

Poiché le banche non riuscivano a fare fronte alle richieste di prelievo dei depositi effettuati in pesos e in dollari, il governo a partire dal 3 dicembre impone strette misure, limitando le uscite di denaro verso l’estero. Soprattutto vieta ai risparmiatori l’accesso al denaro liquido dei loro conti bancari, mettendo in atto il corralito («piccolo recinto»). È sufficiente? Mascherata da virtù l’ipocrisia prospera: mentre gli introiti fiscali hanno registrato una nuova caduta record in novembre (-11,6%), perché i piani di rigore hanno paralizzato l’attività economica e provocato una recessione che dura da tre anni, l’agenzia Fitch abbassa la classe di rating del debito pubblico da C a DDD ( default dei pagamenti ). Il FMI annuncia che non verserà l’importo di 1,26 miliardi di dollari precedentemente accordato.

Settimo sciopero generale! Dal 12 dicembre importanti manifestazioni si svolgono, si amplificano e vengono represse (sette morti, trecentosettantotto feriti). Esse sfociano nel saccheggio di supermercati e di negozi da parte degli esclusi, privi di qualsiasi assistenza sociale. La classe media fa risuonare rumorosamente le sue casseruole. Senza bandiere né dirigenti, centinaia di migliaia di scontenti si mettono a ondeggiare e a tuonare come un mare infuriato. Come unica risposta, de la Rúa decreta lo stato d’assedio e intensifica la repressione poliziesca: trentacinque morti, più di quattromilacinquecento arresti. Ma la mobilitazione popolare non si placa. Il 19 dicembre 2001, seguendo nella sua grande disfatta l’impopolare Cavallo, il gabinetto ministeriale rassegna le dimissioni. L’indomani, a metà del suo mandato, de la Rúa sale su un elicottero e abbandona la Casa Rosada [ndt.: Palazzo presidenziale – in Argentina il Presidente è anche capo del governo].

Il 19 e 20 ottobre 2011 uno sciopero generale e violente manifestazioni paralizzano la Grecia; Dimitris Kostaridis, uno dei manifestanti, vi perde la vita.

Mentre l’inefficacia delle prescrizioni del FMI, della Banca Mondiale e dei loro amici (una specie di «troika») esce alla luce del sole, il peronista Adolfo Rodríguez Saá viene nominato dal Congresso alla Presidenza. Davanti all’Assemblea egli dichiara che non pagherà un solo centesimo del debito; perora una politica di rilancio, parla di creare un milione di posti di lavoro e di avere l’intenzione di rivedere la diminuzione delle pensioni e la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Queste prime decisioni – che hanno «più punti in comune con il populismo più retrogrado che con l’immagine rinnovatrice e moderna che il Presidente ad interim pretende dare» – rendono inquieti i mercati (che in questo preciso caso trovano un interprete nel quotidiano spagnolo El País, 28 dicembre 2001).

Mentre la popolazione esige soluzioni concrete, le manifestazioni degenerano. «Non ho altra scelta se non di presentare le mie irrevocabili dimissioni», capitola Saá, sette giorni dopo aver assunto le sue funzioni.

Ecco allora il peronista Eduardo Duhalde nominato per il resto del mandato, vale a dire fino al dicembre 2003. È il quinto Presidente in quindici giorni (5). Appena costituito, il governo sottopone al Parlamento una legge urgente che, approvata il 6 gennaio 2002, comporta modificazioni fondamentali in materia di politica economica. Si tratta, per rilanciare le attività, di svalutare il peso di circa il 30%, mettendo fine alla parità fissa imposta nel 1991. «Il discorso e gli atti, senza cessare di essere populisti, sono ora più prudenti», nota ancora El País il 3 gennaio. «Populisti?» Evidentemente: la svalutazione rischia di fare perdere 3 miliardi alle multinazionali spagnole che si sollazzano in Argentina come in un Paese conquistato – e che la Borsa di Madrid punisce subito severamente.

L’opzione consistente nel fare di tutto per conservare il proprio posto entro la zona euro impedisce alla Grecia di svalutare la sua moneta per tentare di rilanciare le sue esportazioni.

Le società concessionarie dei servizi pubblici privatizzati, sovente di origine straniera, reclamano aumenti delle tariffe che vanno dal 40% al 260%. «Mai in vita mia ho ricevuto tante richieste telefoniche da tutti i gruppi impiantati in Argentina, che non vogliono che noi tocchiamo i loro privilegi», confiderà un po’ più tardi il presidente Duhalde (6). Il 27 gennaio, lanciando un avvertimento che suona come una minaccia, il Commissario europeo agli affari monetari, Pedro Solbes, denuncia «le carenze e le contraddizioni» del programma economico argentino. Il Crédit Agricole francese, lo spagnolo Banco de Santander e la Bank of Nova Scotia, canadese, se la filano all’inglese, lasciando decine di migliaia di argentini senza i loro risparmi.

Malgrado le dichiarazioni ufficiali dirette al rigore, il governo teme un’ennesima esplosione sociale più del malcontento degli investitori stranieri, degli Stati Uniti o del FMI. Mantiene quindi la moratoria decretata da Saá. Chiedendo al nuovo presidente un «piano coerente», il FMI reagisce: rifiuterà qualsiasi assistenza finché rimarrà in vigore la politica in corso e dà un anno all’Argentina per pagare il suo debito.

Il 31 ottobre 2011 Papandreu annuncia che sottoporrà l’accordo concluso il 27 ottobre (che mirava a «salvare» una volta di più la Grecia imponendole ancor più austerità) al voto dei cittadini. Aspramente redarguito da Germania, Francia, Bruxelles e FMI, vi rinuncia il 3 novembre.

Nel suo discorso d’investitura Duhalde aveva affermato che i depositi bancari bloccati dal corralito sarebbero stati restituito nella moneta originale. Rimangiandosi i suoi impegni egli annuncia che i risparmiatori ricupereranno il loro denaro in pesos e non in dollari, sulla base di 1,40 pesos per dollaro, mentre al tasso di cambio libero quest’ultimo costa già 1,65 pesos. In aprile, il FMI, cambiando parere come una banderuola – a meno che, molto semplicemente, non avesse la minima idea circa la condotta da tenere! – fa un bel gesto di 710 milioni di dollari per finanziare il deficit delle province. Condividendo con i suoi interlocutori un certo gusto per la comicità ripetitiva, Duhalde s’impegna a operare… tagli alla spesa pubblica. Nel corso dei tre mesi precedenti le imprese hanno effettuato centosessantaduemila licenziamenti; la disoccupazione raggiunge ufficialmente il 25%.

Nella provincia di Buenos Aires la soppressione delle borse di studio ha espulso dalle scuole centotrentamila alunni dei quartieri più svantaggiati [ndt.: l’istruzione in Argentina è tradizionalmente gratuita]. La svalutazione ha costretto i commercianti ad alzare i prezzi dei prodotti nazionali e importati, talvolta del 30% (70% per la farina).

Il 20 febbraio 2012 i ministri delle Finanze della zona euro si mettono d’accordo per versare alla Grecia un aiuto supplementare di 130 miliardi di euro in cambio di nuove misure d’austerità. Il ministro olandese delle Finanze Jan Kees de Jager chiede sia messa in atto una «sorveglianza permanente» nei confronti di Atene da parte dell’Unione Europea e del FMI.

In Argentina s’impone allora un’altra logica. Dalla fine del 2001 sono sorti dovunque assemblee popolari, organizzazioni di disoccupati e di piqueteros, reti di baratto, coordinamenti per la sanità e l’educazione; i lavoratori si riprendono in autogestione le fabbriche abbandonate (7). Gli uomini politici, i membri del governo, i giudici non osano più apparire in pubblico: sono stati troppo avidi, troppo corrotti; l’intero Paese ha disgusto per loro. L’incubo della rovina fa sì che si sollevino le comunità agricole. In città riprendono i cacerolazos; associazioni di disoccupati e di salariati, abitanti della periferia che non mangiano più per quanto hanno fame, bloccano l’accesso alla capitale. In un caos totale, al grido di «Que se vayan todos!» («Se ne vadano tutti!»), gli argentini si rivoltano di nuovo, lasciando sulle strade due morti e centonovanta feriti (per non parlare dei centosessanta arrestati).

Il 26 giugno del 2002 la feroce repressione di una manifestazione di piqueteros – il «massacro di Avellaneda» – fa due nuove vittime e trentatre feriti da arma da fuoco. Di fronte all’indignazione popolare Duhalde annuncia elezioni anticipate, sei mesi prima del termine previsto.

In dicembre nelle strade di Buenos Aires circa centomila persone sfilano ancora, reclamando un’assemblea popolare nella quale discutere il radicale cambiamento del modello economico. Congelati dal dicembre 2001 i negoziati con il FMI restano al punto morto. Per molti l’Argentina, diventata un paria finanziario, come l’Iraq, la Liberia o la Somalia, ha già un piede nella fossa. D’altronde il sociologo francese Alain Touraine la seppellisce: «Non ha alcuna capacità di trasformarsi e di prendere decisioni. In quanto unità, Paese e sistema politico l’Argentina è morta (8)». Morta forse, ma si muove ancora. E dannatamente.

In campagna elettorale tre candidati si presentano in nome del peronismo: Menem, l’effimero presidente Saá e Néstor Kirchner, sconosciuto al grande pubblico ma governatore di centro-sinistra della provincia di Santa Cruz (Patagonia). Il 27 aprile 2003 Kirchner e Menem arrivano in testa, con rispettivamente il 24,34% e il 21,9% dei voti. Il 14 maggio, dato dai sondaggi per «calandrato – battuto – schiacciato», Menem – aveva annunciato che, in caso di sua elezione, non avrebbe esitato a fare intervenire l’esercito per venire a capo dei «disordini» – rinuncia a disputare il secondo turno.

Il 25 maggio, nel suo discorso d’investitura, Kirchner si presenta come difensore della giustizia sociale e fautore di un accresciuto ruolo dello Stato, per «mettere uguaglianza là dove il mercato l’esclude». Mentre gli Stati Uniti hanno inviato alla cerimonia un semplice funzionario di secondo rango, il sottosegretario agli Alloggi e allo sviluppo urbano Mel Martinez, non sfugge a nessuno che fra le delegazioni straniere i nomi del presidente cubano Fidel Castro, del venezuelano Hugo Chávez e del brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva fanno crollare il soffitto dagli applausi.

Gli investitori stranieri reclamano sempre una sostanziale rivalutazione delle tariffe dei servizi pubblici privatizzati (misura altrettanto fortemente pretesa dal FMI). Da parte loro, Kirchner e il suo ministro dell’Economia Roberto Lavagna decidono di mettere sotto controllo i proventi dei capitali speculativi e annunciano un aumento del 50% del salario minimo, per rilanciare i consumi. Da allora in poi la politica del presidente prende esattamente in contropiede quella che ha devastato il Paese. Rompendo il «rapporto di fusione» mantenuto dagli anni ’90 con gli Stati Uniti, si rivolge verso l’asse progressista latino-americano. Kirchner riafferma il ruolo della volontà in politica e dello Stato in economia. Collega risanamento finanziario e sviluppo della protezione sociale, ricostruzione dell’offerta industriale e sostegno della domanda popolare.

A partire dal settembre 2002, in seguito al forte deprezzamento del peso che, proteggendo l’industria, permette la riconquista del mercato interno e la sostituzione di alcune importazioni, la crescita era ripresa e il suo tasso, favorito dal dinamismo delle esportazioni, aumenta fortemente.

Osservando questa ripresa, il FMI auspica ovviamente che Buenos Aires consacri una parte dell’eccedenza delle sue entrate fiscali al miglioramento della sua offerta di pagamento del debito. Per tutta risposta Kirchner propone di riprendere i pagamenti [sul debito pubblico] in cambio di una rinuncia parziale del loro credito da parte degli investitori finanziari. E di fatto, nel settembre 2003, in occasione dell’Assemblea generale del FMI e della Banca mondiale, che si tiene a Dubai, definisce personalmente la sua offerta, «prendere o lasciare», negoziando direttamente con i mercati invece di sottomettersi loro. È così che egli strappa ai gendarmi monetari una moratoria che rinvia di tre anni (fino a settembre 2006) la riscossione da parte loro di 12,5 miliardi di dollari, proroga il termine di rimborso di 2,43 miliardi di dollari sui quali l’Argentina è in default e, soprattutto, rifiuta di assumersi qualsiasi impegno quanto all’applicazione delle esazioni del Fondo.

Alla fine questa presa di posizione dura ha dato buoni frutti e la ristrutturazione ottenuta il 25 febbraio 2005 ha costituito un interessante precedente, per non dire un esempio. In quel giorno l’Argentina ha imposto una riduzione del suo debito pubblico, tanto interno che estero (178,7 miliardi di dollari) grazie a una detrazione del 75% riguardante 82 miliardi di dollari (9). Di questo importo, il 43,5% era in mano a risparmiatori individuali non residenti (fra i quali molti italiani e tedeschi), il 34,5 % a investitori istituzionali stranieri e il 22% ad argentini. Gli importi dovuti al FMI, alla Banca mondiale e ad altri organismi internazionali non sono compresi nell’accordo (10) – ciò che alcuni, fautori della maniera (ancora più) forte, rimprovereranno al presidente.

Il 9 marzo 2012 la Grecia procede alla più importante ristrutturazione di debito pubblico della storia, riguardante 20 miliardi di euro: almeno l’83,5% dei suoi creditori privati hanno accettato di cancellare il 53,5% del valore dei loro titoli (mentre Atene prometteva di imporre una riduzione simile anche agli altri). Per gli investitori questa operazione coordinata garantisce rimborsi che un default «caotico» avrebbe interrotto. Contrariamente a quello che è accaduto in Argentina, il default greco non s’inserisce in un processo di rottura sui piani economico e politico: con l’orecchio teso alle esigenze della «troika» (Commissione europea, Banca centrale europea e FMI), il governo greco annuncia nuove misure di austerità.

Accusato di populismo, criticato per il suo rifiuto di criminalizzare la protesta sociale, talora accusato di autoritarismo, il presidente Kirchner, pur non avendo risolto tutti i problemi del suo Paese, ha rinazionalizzato alcune imprese strategiche – le casse pensioni, la radio, l’acqua, la posta –, finanziato importanti programmi sociali e ridotto il tasso di povertà della metà in quattro anni. «Siamo riusciti nel migliore negoziato del mondo per il più importante debito pubblico al mondo», dichiarava a Dubai il 25 febbraio 2005.

Nel dicembre 2005, con l’aiuto del Venezuela (che acquista 1,6 miliardi di dollari di obbligazioni), il Paese si offrirà il lusso di rimborsare in un colpo solo il debito contratto con il FMI (9,8 miliardi di dollari). Anche qui si faranno sentire le critiche. Ma per Buenos Aires il provvedimento aveva un obiettivo fondamentale: impedire ai responsabili della catastrofe del 2001-2002 di ficcare nuovamente il naso nella condotta degli affari del Paese.

Ritrovando la sua sovranità l’Argentina si è risollevata in modo spettacolare, al punto che il suo PIL è triplicato fra il 2003 e il 2011. Ben inteso: il settore delle esportazioni greco non è quello argentino e, dopo il 2001, Buenos Aires ha approfittato di un raggio di sole sull’economia mondiale, drogata dal credito a buon mercato e dalla domanda cinese di materie prime. Per risollevarsi Atene non può ragionevolmente contare su una simile, favorevole situazione economica.

Tutto questo non dovrebbe impedire alla Grecia di riflettere sulla morale di questo precedente. Quello che l’anno seguente Joseph Stiglitz, insignito nel 2001 del Premio della Banca di Svezia in Scienze economiche in memoria di Alfred Nobel, osservando il disastro argentino, formulò in questi termini: «Ogni economista degno di questo nome avrebbe potuto predire che le politiche di austerità avrebbero provocato un rallentamento dell’attività [economica] e che gli obiettivi di bilancio non sarebbero stati raggiunti (11)».

Allora, se si riflettesse, in questo momento, sulla situazione della Grecia?

Numerosi precedenti

1868, Stati Uniti. Alla fine della Guerra civile Washington dichiarò «nullo» il debito della Confederazione.

1898, Cuba. Dopo la vittoria contro la Spagna gli Stati Uniti invalidano i crediti detenuti da Madrid sul popolo cubano.

1918, Unione Sovietica. Mosca decreta la sospensione unilaterale del suo debito verso i Paesi del Club di Parigi, gruppo informale di creditori pubblici (membri permanenti: Germania, Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Spagna, Stati Uniti, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Giappone, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Russia, Svezia e Svizzera), e verso le banche private.

2003, Iraq. Gli Stati Uniti dichiarano «odioso» il debito iracheno e chiedono a Germania, Francia e Russia di rinunciare ai loro crediti.

2007, Ecuador. Una revisione contabile conclude per l’illegittimità di gran parte del debito pubblico. Quito impone ai suoi creditori il riacquisto, per 900 milioni di dollari, di titoli che valevano 3,2 miliardi di dollari.

2008, Islanda. La popolazione si mobilita contro il pagamento di un debito legato alle attività della banca privata Landsbanki. Minacciato di rappresaglie da parte dei governi britannico e olandese, come degli investitori, il Paese vede il suo «rating» rialzato di un punto – dall’agenzia Fitch, il 17 febbraio 2012..

Tiré de la présentation « Dette odieuse : toute une histoire», de Claude Quémar
(Comité pour l’annulation de la dette du tiers-monde, CADTM), Liège,
22 et 23 octobre 2011, et de l’essai AAA. Audit annulation autre politique,
de Damien Millet et Eric Toussaint, Seuil, Paris, 2012

 

Note

(1) 105% in media fra il 1985 e il 1990.

(2) El País, Madrid, 24 novembre 2000.

(3) Riportato in Courrier International, Parigi, 20 dicembre 2001.

(4) El Nuevo Herald, Miami, 14 luglio 2001.

(5) Ramón Puerta è presidente ad interim dal 21 al 23 dicembre 2001, e Eduardo Camaño dal 31 dicembre 2001 al 2 gennaio 2002 (anch’egli ad interim).

(6) Le Monde, 8 gennaio 2002.

(7) V. Cécile Raimbeau, «En Argentine, occuper, résister, produire», Le Monde diplomatique, septembre 2005.

(8) El País, Madrid, 14 aprile 2002.

(9) Al termine di lunghi negoziati con quei creditori che l’avevano rifiutata, questo deprezzamento del 75% verrà alla fine accettato nel 2010 per quasi il 93% dell’importo totale.

(10) Tra il 2001 e il 2004 Buenos Aires pagherà loro più di 10 miliardi di dollari. L’Argentina deve ancora 6,7 miliardi di dollari (interessi esclusi) al Club di Parigi; nel novembre 2010 questo ha accettato di rinegoziare il regolamento di questo debito ma senza l’intervento del FMI, come richiesto dal governo argentino.

(11) Straits Times, Singapour, 10 janvier 2002

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Written by pierpaolocaserta

aprile 2, 2012 a 8:06 am

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