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The Guardian: La violenza in Italia non sta ad indicare il ritorno delle Brigate Rosse

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La violenza in Italia non sta ad indicare il ritorno delle Brigate Rosse

Leonardo Clausi su The Guardian, 23/5/2012

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/may/23/italy-red-brigade-scaremongering

Sembrava una scena di un vecchio documentario in televisione, e invece lo scenario era quello di un tribunale italiano, nel 2012. Martedì scorso, a Milano, durante l’udienza di appello di 13 sospetti appartenenti a un gruppo legato alle Nuove Brigate Rosse, uno dei principali indiziati, Alfredo Davanzo ha urlato: “Questo è il momento buono, avanti con la rivoluzione, viva la rivoluzione! ”

Un giornalista aveva appena chiesto a Davanzo che idea si era fatto della gambizzazione di Roberto Adinolfi, amministratore delegato dell’azienda nucleare di Ansaldo Nucleare, ad opera di due uomini mascherati, vicino a Genova, lunedì 7 maggio. Non vi è alcun legame dimostrato tra gli uomini sotto processo, arrestati nel 2007, e gli autori del gesto, che si definiscono anarchici. L’udienza ha avuto luogo dopo che la corte Cassazione aveva ribaltato la precedente sentenza.

Un altro imputato, Claudio Latino, ha dichiarato: “La violenza [è] inevitabile e strategicamente necessaria. Non amiamo la violenza, non abbiamo il gusto romantico della violenza, ma è inevitabile. Nessun gruppo di dominatori nella storia ha mai abbandonato pacificamente il potere..», per poi  concludere, con la voce tremante per l’emozione: “O  comunismo o distruzione. Morte all’imperialismo e libertà ai popoli”.
Gli imputati hanno rinunciato alla difesa come “gesto politico”.

C’erano in tribunale diversi giovani simpatizzanti della sinistra radicale che hanno applaudito slogan come questi. Alcuni di loro si sono tolti i maglioni neri rivelando magliette bianche con le lettere rosse che scandivano la parola “solidarietà”. Poco prima che il giudice li espellesse, avevano chiesto la liberazione dei prigionieri, alzando i pugni chiusi.
In ogni caso, vale la pena di sottolineare che questo gruppo si autodefinisce Partito Comunista Politico-Militare. Il nome di “Nuove Brigate Rosse” risponde più che altro a un cliché giornalistico, che esaspera la dimensione emotiva del fenomeno: come dire che in qualsiasi momento l’intero Paese potrebbe ripiombare nel buio. Le Brigate Rosse sono state assorbite dalla cultura pop molto tempo fa. Joe Strummer non indossava, dopo tutto, la loro t-shirt nel 1977?

L’Italia sta vivendo una fase di grande instabilità. La grave crisi del debito, la crescente disoccupazione e la recessione forniscono  lo sfondo (o, più probabilmente, costituiscono la causa diretta) di una serie di eventi conflittuali: lo scontro tra manifestanti e polizia per la progettazione, molto controversa, di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Italia e Francia, nota come TAV; una serie di suicidi di  imprenditori le cui imprese cadono vittime della tempesta economica, o ancora gli attacchi contro gli uffici di Equitalia, un ente preposto alla riscossione delle imposte. E ora l’attentato a Brindisi che è costato la vita di una giovane studentessa, sabato scorso, anche se molti inquirenti stanno ora propendendo per l’ipostesi del gesto di un isolato. Tutto questo accade non molto tempo dopo che l’elettorato italiano ha evidenziato il suo disinteresse per la politica consegnando a Berlusconi il governo più lungo della storia del Paese.

Negli anni ’70 le Brigate Rosse tentarono un “attacco al cuore dello Stato”, per citare il celebre slogan di un manifesto. Un attacco che si concretizzò in innumerevoli azioni: rapine, sequestri, esecuzione di imprenditori, giudici, dirigenti sindacali, politici, persino giornalisti. L’apice fu raggiunto con il noto rapimento, e in seguito l’uccisione, del leader democristiano e più volte presidente del Consiglio Aldo Moro nel 1978. Negli anni ‘90 e all’inizio del nuovo millennio si sono verificati ulteriori attacchi, costati la vita ai consulenti governativi che intendevano riformare il mercato del lavoro.

Ma l’Italia di Mario Monti non è l’Italia di Moro: a differenza di 30 anni fa, quando il movimento dei lavoratori e i sindacati comunisti offrivano terreno fertile per reclutare rivoluzionari, oggi è l’esistenza stessa del sindacalismo ad essere in gioco. Neppure il potente partito comunista, che i terroristi cercavano di aggirare, esiste più. E la rappresentazione sensazionalista del fenomeno nei media italiani ha avuto un effetto negativo da vari punti di vista; in primo luogo ha dato alle attività del gruppo un impatto emotivo eccezionale, dall’altro offre alle autorità un ottimo pretesto per un giro di vite sulle libertà personali, potenziando il controllo sociale e neutralizzando il dissenso. Non dimentichiamo quanto è accaduto nel luglio 2001 in occasione del summit del G8 a Genova: una repressione della protesta selvaggia e brutale da parte della polizia, che è stata definita da Amnesty International come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla seconda guerra mondiale”. Il sensazionalismo allarmistico circa il ritorno del terrorismo politico in Italia sembra, insomma, politicamente terroristico.

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Written by pierpaolocaserta

maggio 24, 2012 a 10:36 am

Pubblicato su Italia, The Guardian

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