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Cittadinanza, un termine abusato, ma speranze intatte

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Le Monde Diplomatique

Le Monde Diplomatique, settembre 2012, Supplemento, pagg. 3-4

 Allan Popelard (geografo presso l’Istituto francese di geopolitica, Università Paris-VIII)

traduzione dal francese di José F. Padova

Straordinaria conquista in un XVIII secolo monarchico, la democrazia rassomiglia a un monumento incompiuto, il cui architetto sarebbe scomparso. La rappresentanza politica gira a vuoto, l’astensionismo degli elettori aumenta, la crisi sociale rende fragile il cittadino… Un ritorno alla storia e a qualche concetto-chiave permette di individuare le crepe, nella prospettiva dei lavori di recupero.

Alienata dal «triangolo di ferro» (1) costituito dall’alleanza fra i dirigenti politici, economici e mediatici, divisa da quell’ «odio della democrazia» (2) che separa i cittadini che si mantengono all’interno del «cerchio della ragione» liberista da quelli che ne sono esclusi, limitata non più soltanto dalle Costituzioni, ma anche dalle «costrizioni esterne» della mondializzazione, la sovranità popolare sembra non essere più altro che una fonte di legittimità fra le tante altre. Se questa espropriazione democratica è stata possibile lo si deve al fatto che le forme istituite della cittadinanza – questo strumento della sovranità – non erano sufficientemente equipaggiate per opporvisi. La delegazione del potere, costitutiva delle democrazie, non permette ai cittadini di controllare i loro rappresentanti se non a priori, su un programma politico, e a posteriori, su un resoconto. Fra i due termini del mandato la delegazione del potere è un esproprio. Come controllare l’azione dei rappresentanti se non esiste né mandato revocabile né mandato imperativo? Come esprimere la propria rivolta se il voto in bianco non è preso in considerazione e se «la piazza non governa»?

Lo stesso controllo dell’elezione si rivela più che limitato, tanto la libertà del cittadino sembra essere predeterminata da un insieme di dispositivi il cui scopo è quello di orientare la sua scelta. Poggiata sulla forza di sondaggi che addobbano le manipolazioni con i ghingheri della scientificità, il richiamo al «voto utile» tende così ad annullare la possibilità di rompere il circuito chiuso del campo politico. In democrazia, ciò che il popolo ha fatto il popolo può disfare. Ma nel nome di presunte minacce, come la crescita dei «populismi», che concorrono a creare uno stato di eccezionalità che favorisce paura e inerzia, il voto utile chiude con il lucchetto l’ordine politico.

Di alternanza in alternanza, non vi è alcuna casualità, quindi, nel fatto che la maggior parte dei Paesi sviluppati si sono trasformati in «democrazie dell’astensionismo» (3). Fino agli anni ’80, se si prende il caso della Francia, il tasso di astensioni alle elezioni legislative superava raramente il 20%. In seguito è raddoppiato. Se vi si aggiungono i non-iscritti (circa il 10%), prende il volo. I cittadini che partecipano sono sempre meno, mentre un «censo nascosto» opera una distinzione socio-spaziale all’interno del corpo elettorale. Ormai le classi popolari si astengono ampiamente, mentre un tempo votavano sopra alla media.

Certamente l’offerta elettorale e ciò che molti hanno vissuto come rinunce di una parte della sinistra spiegano questa smobilitazione. Ma le trasformazioni neoliberiste della società e la «de-istituzionalizzazione» della cittadinanza che ne è risultata restano i fattori determinanti. I suoi tratti salienti sono la società resa precaria, la destrutturazione del luogo di lavoro, l’indebolimento delle organizzazioni (partiti, sindacati) e degli spazi popolari (periferie «rosse»), l’allentamento dei quadri militanti. Contrariamente alle illusioni dello spontaneismo in politica, la cittadinanza ha dunque bisogno di essere «ri-istituita» in organizzazioni, se vuole poter essere rifondata grazie alle lotte elettorali e sociali.

Condividere un destino comune

Le conquiste sociali sono conquiste civiche. L’uso delle libertà politiche rimane vano senza le condizioni di vita materiali necessarie alla loro realizzazione: abitazione, scuola gratuita, reddito che permette di ricostituire la propria forza di lavoro, ma anche di divertirsi e accedere alla cultura, tempo libero per amare, riflettere e creare, assicurazioni [assistenziali] contro le vicissitudini dell’esistenza. La riduzione delle ineguaglianze sociali mediante le imposte, da parte sua, è un requisito preliminare alla formazione di una comunità di cittadini sufficientemente simili per condividere un destino comune. La distinzione marxista fra cittadinanza formale e cittadinanza reale sottolinea così che non può esistere cittadino sovrano nella città se non lo è anche nell’impresa. La cittadinanza reale implica l’abolizione dello sfruttamento.

Gettando nella povertà i salariati europei, l’austerità mette in pericolo la cittadinanza. Altrettanto fa nei confronti dello smantellamento degli Stati assistenziali, che essa provoca. Di tutti i servizi pubblici la scuola concorre specificatamente alla formazione dei cittadini. Non ve ne possono essere, se non sono istruiti. Ora, la privatizzazione e la precarizzazione di cui la scuola è vittima contribuiscono a ostacolare la sua funzione civile. Parallelamente sono scomparsi gli altri punti che contribuivano all’emancipazione popolare. Le scuole dei partiti politici costituivano luoghi di politicizzazione della classe operaia, come pure fortini eretti contro gli assalti del pensiero borghese.

Quali potrebbero essere oggi queste contro-strutture di massa suscettibili di opporsi a mezzi di comunicazione di massa che erodono le basi della deliberazione democratica? Il pensiero unico, dappertutto, corrompe la lingua, costruisce una società del consenso che spossessa i cittadini del potere di chiamare il mondo, di condividerne il significato, di trasformarlo.

Il termine di cittadino è di quelli che la «sensura» [ndt.: neologismo da “senso” e “censura”] – per riprendere il neologismo immaginato dallo scrittore Bernard Noël – ha disinnescato. Nel momento in cui la disoccupazione di massa imperversava è servito come parola-schermo dietro la quale i conservatori riponevano l’idea di repubblica sociale. Da allora nulla giustificava più il fatto che la classe operaia porta in sé l’interesse generale. Il termine di cittadino, strappato alla sua storia rivoluzionaria, è stato passato alla lisciva nel capitalismo: tutto divenne «cittadino», ivi compresi i prodotti di consumo. Così sprofondavano le due immagini del popolo. Jean-Jacques Rousseau ne aveva fatto il soggetto della sovranità, Karl Marx quello della lotta di classe. Il posto che quest’ultima occupava nei sistemi di rappresentazione ideologica fu molto presto conquistato da un popolo di altro tipo. L’ethnos sostituì il demos; la ricerca della diversità quella dell’eguaglianza.

Il peso dei territori

Il filo della storia era stato riannodato con la tradizione degli «anti-Lumi» (4) [ndt.: = gli avversari dell’Illuminismo], i quali sin dal XVIII secolo magnificavano un’ «altra modernità». Mentre Rousseau e Immanuel Kant «volevano liberare gli individui dalle costrizioni della storia», i nemici dei Lumi teorizzarono un altro concetto di società fondata sul «culto del particolare e il rifiuto dell’universale». Pertanto la Repubblica non ha mai considerato il cittadino astratto come un nemico dell’individuo concreto. Al contrario, si è applicata a proteggere l’uno dall’altro, separando il dominio pubblico del dominio privato. Non riconoscendo alcuna opzione spirituale, la laicità permette così a ogni individuo di scegliere nel suo animo e nella sua coscienza quella che meglio gli conviene. Ma essa costituisce anche uno strumento democratico che protegge le deliberazioni degli uomini dalle rivelazioni della religione.

Per la Repubblica non esiste politica se non nell’universale e mediante l’universale. Ora, la decentralizzazione ha ugualmente rafforzato l’approccio culturale della cittadinanza. Avrebbe anche favorito – si dice – la cittadinanza locale. Se il peso dei territori locali si è effettivamente con essa rafforzato, gli esecutivi ne hanno approfittato ben più dei cittadini. Pertanto il Larzac (5) ieri o Notre-Dame-des-Landes oggi (6) [ndt.: famosi episodi di ribellione civile in Francia, a Larzac per impedire l’occupazione militare della terra – 1971-1981 – e a N.D. des Landes per opporsi a un aeroporto] dimostrano che certe forme di organizzazione e di lotta possono rivitalizzare la cittadinanza a livello locale. D’altra parte esse giungono talvolta, dalla Comune di Parigi [ndt.: La Comune, insurrezione del 1870] a Lorraine Coeur d’Acier (7) cent’anni dopo [ndt.: famosa emittente radio “ribelle” a Longwy, 1979 segg.], a rovesciare i rapporti sociali di classe. Ma come estendere poi alla comunità dei cittadini le conquiste di una lotta locale?

L’Unione Europea, da parte sua, ambisce a una cittadinanza senza fondamento. Mentre l’astensionismo alle elezioni europee prova che il deficit democratico dell’U.E. è strutturale, si moltiplicano i «colpi di Stato» dei quali essa è all’origine (8), metamorfosi di una lunga storia tecnocratica e burocratica (dal Trattato di Lisbona all’attuale Trattato sui bilanci). Senza strumenti con i quali esercitare la loro sovranità, i popoli europei non possono opporsi, nel quadro delle sue istituzioni, alla piega autoritaria che essa prende.

A condizione che i cittadini si riapproprino – con l’appoggio di partiti, sindacati, associazioni – della sovranità della quale sono stati spogliati, la storia non è ancora stata scritta. Disobbedire quando la legalità non è più legittima; conquistare l’apparato dello Stato; mettere insieme le condizioni per un’assemblea costituente, auto-costituire la comunità dei cittadini come lo fanno, per esempio, gli «indignati», ecco qualcuna delle vie svariate e non esclusive di una sovranità e di una cittadinanza rifondate. «Spazio al popolo», come scriveva Jules Vallès, perché, senza implicazione diretta, l’Europa democratica non esisterà.

(1) Expression du sociologue américain Charles Wright Mills (1916-1962).

(2) Jacques Rancière, La Haine de la démocratie, La Fabrique, Paris, 2005.

(3) Céline Braconnier et Jean-Yves Dormagen, La Démocratie de l’abstention. Aux origines de la démobilisation électorale en milieu populaire, Gallimard, Paris, 2007.

(4) Zeev Sternhell, Les Anti-Lumières. Du XVIII’ siècle à la guerre froide, Fayard, Paris, 2006. Les citations qui suivent sont tirées de l’introduction du livre.

(5) Zone rurale où furent menées, de 1971 1981, d’intenses mobilisations contre l’extension d’un camp militaire.

(6) Commune française où est prévue la construction d’un aéroport qui soulève une forte opposition.

(7) Radio «libre» fondée en 1979 pour lutter contre les fermetures d’usines sidérur-giques.

(8) Lire Raoul Marc Jennar, «Deux traités pour un coup d’Etat européen», Le Monde diplomatique, juin 2012.

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Written by pierpaolocaserta

febbraio 1, 2013 a 2:49 pm

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