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Rinuncia di Papa Benedetto XVI : la crociata dimenticata del cardinale Ratzinger

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Anche se ora i riflettori sono puntati su Francesco I, uno sguardo al passato potrebbe far capire meglio il presente. Tanto più che, a quanto ho letto sui primi commenti della stampa di Argentina e dintorni circa il card. Bergoglio, non sembra ancora arrivato il bel tempo per la Teologia della Liberazione.

Josè F. Padova

 

Rinuncia di Papa Benedetto XVI : la crociata dimenticata del cardinale Ratzinger

Maurice Lemoine,

Le Monde Diplomatique, marzo 2013, pag. 28

(traduzione dal francese di José F. Padova)

Nei commenti sulla rinuncia di Papa Benedetto XVI domina una tonalità: lasciando il suo trono con «coraggio e piglio brioso», il Sovrano pontefice si conforma ai criteri della modernità. Eppure, in America Latina, il ricordo che l’ex cardinale Joseph Ratzinger ha lasciato rimarrà collegato a un grande balzo all’indietro.

Ritorno agli anni ’60 – epoca in cui dom Hélder Câmara, l’arcivescovo di Recife che incarna la coscienza dei cattolici progressisti del Continente, fece la constatazione restata celebre: «Quando do da mangiare ai poveri dicono che sono un santo; quando chiedo perché sono poveri mi trattano da comunista». La miseria, l’analfabetismo, la marginalizzazione di decine di milioni di abitanti hanno provocato la radicalizzazione di un gran numero di cristiani e di alcuni membri della Gerarchia. In un clima di aggiornamento, sotto il pontificato di Giovanni XIII e soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965), l’enciclica Populorum Progressio porta, nel marzo 1967, l’appoggio di Roma alle prese di posizione del clero progressista, in particolare quello brasiliano.

Dal 26 agosto al 6 settembre 1968, inaugurata da Paolo VI, la Seconda Conferenza generale dell’episcopato latino-americano si riunisce a Medellín (Colombia). Durante la prima assemblea un giovane teologo peruviano, Gustavo Gutiérrez, presenta un rapporto sulla «teologia dello sviluppo». Poiché l’idea seguiva il suo corso, il documento finale, dopo aver affermato che il Continente è vittima del «neocolonialismo», dell’ «imperialismo internazionale del denaro» e del «colonialismo interno», riconosce la necessità di «trasformazioni audaci, urgenti e profondamente innovatrici» (1). Questa professione di fede segna l’atto di nascita della Teologia della liberazione. Procedendo a una lettura impegnata del Vangelo, una delle sue convinzioni centrali è che esiste, accanto al peccato personale, un peccato collettivo e strutturale, vale a dire una pianificazione della società e dell’economia che causa sofferenza, miseria e morte di innumerevoli «fratelli e sorelle umani». Nelle campagne, nei quartieri popolari e nelle bidonville una generazione di membri del clero s’impegna concretamente, e quindi politicamente, al fianco dei più impoveriti.

Di solito tetra, l’espressione dei vescovi conservatori si incupisce ancor più. Si manifestano tre poli di resistenza: l’Argentina e il Brasile, governati dai militari senza che quei prelati se ne emozionino, e la Colombia. Nessuno quindi resta sorpreso quando il tentativo di riconquista del terreno perduto a Medellín mette in prima linea un cittadino di quel paese, Alfonso López Trujillo. Il suo ruolo si allarga quando, vescovo ausiliare di Bogotá; viene eletto segretario generale del Consiglio episcopale latino-americano (Celam), nel novembre 1972, prima di diventarne ulteriormente il presidente fino al 1983. A partire dal 1973 i dirigenti di quell’organismo denunciano una «infiltrazione marxista» nella Chiesa. Eppure i teologi della liberazione lo avevano ripetuto molte volte: del marxismo essi utilizzano solamente i concetti che appaiono loro essere pertinenti – la fede nel popolo come artefice della sua storia; alcuni elementi di analisi socio-economica; il funzionamento dell’ideologia dominante; la realtà del conflitto sociale (2). Non per questo mons. López Trujillo si sforza meno di silurare questa corrente di pensiero. E presto riceverà una grande spinta: l’aiuto del Vaticano.

Dopo la morte di Paolo VI è il polacco Karol Wojtyla, diventato Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, colui che guida la terza Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano di Puebla (Messico). A quell’epoca tutti i Paesi della regione, salvo quattro, sono sottoposti a regimi militari. Mentre i vescovi confermano la «scelta prioritaria dei poveri», il nuovo Papa evita qualsiasi dichiarazione sulle tensioni che attraversano la Chiesa latinoamericana. Ma si astiene altrettanto dal denunciare i regimi dittatoriali. Segnato dalla sua esperienza di un Paese del Blocco orientale, ferocemente anticomunista, adotta una lettura semplicistica degli avvenimenti e, nel 1981, chiama a Roma un teologo tedesco con il quale ha stretto rapporti personali, il cardinale Ratzinger, che diviene Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – l’antica Inquisizione.

Con alle spalle, quale massima esperienza pastorale sul territorio, un anno di vicariato in una parrocchia di Monaco, il nuovo «ideologo in capo» diventa il migliore sostenitore di mons. López Trujillo (che lo raggiungerà nel 1983 quale membro della Congregazione). In un ambiente di guerra fredda, il Nicaragua in particolare diventa una specie di «modello polacco», nel quale la Gerarchia è chiamata all’aperta resistenza contro il regime sandinista – d’ispirazione tanto cristiana quanto marxista – e un partenariato informale si annoda fra il Vaticano e gli Stati Uniti di Donald Reagan per combattere, fra l’altro, la «minaccia comunista» in America Centrale.

In occasione di un discorso pubblico pronunciato in Vaticano nel settembre 1983, Ratzinger si lascia andare a una violenta requisitoria: «L’analisi del fenomeno della Teologia della liberazione lascia apparire chiaramente un pericolo fondamentale per la fede della Chiesa (3)», denunciando un radicalismo «la cui gravità è spesso sottostimata, perché questa teologia non entra in alcuno schema di eresia presente fino a oggi». «Il mondo viene a essere interpretato alla luce dello schema della lotta di classe (…). Il “popolo” diventa così un concetto opposto a quello di “gerarchia”, antitetico a tutte le istituzioni qualificate come forze di oppressione». I termini vivaci di una prima istruzione della Congregazione, datata 3 settembre 1984, risuonano come una condanna per la sinistra del clero latinoamericano.

Precedentemente il «Grande Inquisitore» aveva indirizzato all’episcopato peruviano un documento in dieci punti sul lavoro di padre Guttiérez, prima di obbligarlo a «revisionare» le sue opere, con procedimento degno di quello riservato a Galileo. Nel marzo 1985 la folgore si abbatte sull’opera Chiesa, carisma e potere, del francescano brasiliano Leonardo Boff. Messo al bando dalla casa editrice che dirigeva, il padre Boff si vede vietare l’insegnamento e la presa di posizione pubblica. In un Paese – il Brasile – che esce da vent’anni di censura militare, questa sanzione provoca indignazione (4).

Di fronte all’amarezza che questi diktat provocano, Giovanni Paolo II cerca di mettere sotto controllo l’incendio sul quale il «Panzerkardinal» getta benzina a interi bidoni. Evocando la teologia contestata, in una lettera del 9 aprile 1986 all’episcopato brasiliano il Papa giudica che essa «non è soltanto opportuna, ma utile e necessaria». Arriva perfino a condannare la nuova ideologia dominante, il capitalismo liberale. Resta il fatto che, con una volontà ben ferma di liquidarne l’eredita, Roma smantella le conquiste di Medellín. Con nomine di vescovi conservatori e di membri dell’Opus Dei (5), con l’accresciuto spazio accordato a movimenti come i neocatecumenali, i Legionari di Cristo, il Rinnovamento Carismatico, il duo Wojtyla-Ratzinger rafforza la tendenza conservatrice. Per ridurre l’influenza di pastori giudicati troppo contestatori, alcune diocesi, come quella del cardinale Paulo Evaristo Arns, in Brasile, vengono sapientemente ridimensionate. Nel 1985 mons. José Cardoso, paracadutato dalla Curia romana, rimpiazza dom Hélder Câmara, raggiunto dai limiti d’età. Il nuovo venuto si porta dietro rapidamente tutto il suo clero e le sue squadre di laici militanti.

Se i preti che partecipano al governo sandinista sono biasimati, questo non sarà mai il caso per quelli che hanno collaborato con la Giunta militare argentina. E ci si ricorderà per lungo tempo del giorno in cui Giovanni Paolo II, visitando in più riprese l’America Latina, ha dato la comunione alla coppia Pinochet [ndt.: per non parlare del Papa e del sanguinario Dittatore insieme sul balcone della Moneda]. È meno noto il fatto che, quando l’ex dittatore cileno fu arrestato a Londra dal novembre 1998 al marzo del 2000, il cardinale cileno Jorge Medina avviò negoziati riservati a favore della sua liberazione e del suo ritorno immediato a Santiago. Occorre precisare che questi negoziati furono appoggiati dalla Santa Sede da parte dei cardinali López Trujillo e Ratzinger. meno fortunati, centoquaranta teologi che avevano tentato di mettere in pratica le apertute del Concilio Vaticano II, sono stati sanzionati durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Diventato Benedetto XVI e ricevendo il 5 dicembre 2009 un gruppo di prelati brasiliani, l’ispiratore e teorico delle misure conservatrici di Wojtyla inveiva, sempre evocando la Teologia della Liberazione: «Le ripercussioni più o meno visibili di questo comportamento, caratterizzate dalla ribellione, dalla divisione, dal disaccordo, l’offesa e l’anarchia, perdurano tutt’oggi, producendo nelle vostre comunità diocesane una grave sofferenza e una forte perdita di forze vive (6)…». Si può essere Santo Padre ed essere poco incline al ravvedimento o al perdono.

 

NOTE:

(1)    Conférence générale de l’épiscopat latino-américain, L’Eglise dans la transformation actuelle de l’Amérique latine à la lumière du concile Vatican II, Editions du Cerf, Paris, 1992.

(2)    « Théologie de la Libération. Pourquoi cette méfiance ? », Etudes, no 3851-2, Paris, juillet-août 1996.

(3)    Diffusion de l’information sur l’Amérique latine (DIAL), D 930, Paris, 19 avril 1984.

(4)    Leonardo Boff chiedrà la propria «riduzione allo stato laicale» nel luglio 1992..

(5)    Il cui fondatore, mons. Josemaría Escrivá de Balaguer, sarà beatificato nel 1992. Leggere Juan Goytisolo, « Un saint fasciste et débauché », Le Monde diplomatique, octobre 2002.

(6)    Vatican Information Service, Rome, 7 décembre 2009.

 

Maurice Lemoine

 

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Written by pierpaolocaserta

marzo 14, 2013 a 3:39 pm

Pubblicato su Senza Categoria

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