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La violenza è imperdonabile, ma lo è anche l’islamofobia

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All’indomani degli attentati di Parigi, la rappresentazione di Charlie Hebdo ha seguito due vie: da una parte la rivista satirica, laica, sferzante che si fa beffa del dogmatismo religioso; dall’altra, un think-tank islamofobo ed organico a certa sinistra di potere francese, sempre più guerrafondaia e sempre meno “socialista”. Probabilmente, entrambe queste rappresentazioni sono una semplificazione, sebbene sia utile metterle in contrasto. La riflessione di Harvey, scrittore ed opinionista politico, oltre ad essere condivisibile almeno nella tesi di fondo, ha a mio parere alcuni pregi. In sintesi: a) contribuisce ad aprire un ragionamento problematico sul cortocircuito tra libertà di espressione e rispetto delle diverse sensibilità nella società globalizzata; b) getta una luce chiara sull’ipocrisia dei non pochi atteggiamenti, spesso strumentali, che, attivati in nome della libertà di espressione e della tolleranza, si sono tradotti e si traducono in comportamenti e prassi lesive proprio di quei principi; c) dà voce ad un sentire diffuso tra quelli che non dovremmo chiamare musulmani “moderati” ma semplicemente musulmani, e cioè un miliardo e 700 milioni di persone nel mondo che nulla hanno a che spartire con il terrorismo e la cui sensibilità, la si condivida o meno, sarebbe molto imprudente trascurare. (ppc)

La violenza è imperdonabile, ma lo è anche l’islamofobia

di Ebrahim Harvey | BDlive 18/02/2015

Opinioni – per quale motivo fare il gioco dei fanatici dando loro il destro per infliggere violenza in rappresaglia per quella che è percepita come una blasfemia o ingiustizia d’altro tipo, soprattutto se consideriamo che la satira può essere potente ed incisiva senza dover risultare crudelmente offensiva e umiliante?

Marcia repubblicana Charlie Hebdo

La più grande marcia repubblicana nella recente storia francese, svoltasi per esprimere sostegno alle pubblicazioni “satiriche” di Charlie Hebdo e alle tematiche connesse alle sue strisce provocatorie che raffigurano il profeta Maometto, mi ha fatto pensare alla rivoluzione francese del 1789, che ha dato al mondo i principi fondamentali di libertà, uguaglianza, giustizia e fratellanza, attorno ai quali le moderne democrazie cercano di modellarsi.

Ma, ironicamente, la storia della Francia, dalla rivoluzione, si è impantanata in controversie, conflitti e contraddizioni, in particolare con riguardo a razzismo e nazionalismo nella politica interna ed estera. Nulla ha innescato più contraddizioni del palese e brutale razzismo del colonialismo francese in Africa, in particolare in Algeria, e, d’altra parte, della virulenta ed esplosiva islamofobia dei recenti eventi che ruotano attorno alle strisce. In effetti, parecchie colonie francesi d’Africa sono in larga maggioranza musulmane, una circostanza che dovrebbe aver reso la Francia più attenta alle convinzioni e sensibilità islamiche. Ma i fatti di Parigi mostrano senza possibilità di equivoco con quanta tenacia la mano della storia possa continuare ad incombere. La marcia contro i brutali omicidi dei membri della redazione di Charlie Hebdo — assassinii che devono essere condannati nei termini più duri — ha rappresentato una dimostrazione di solidarietà pubblica senza precedenti. Tuttavia, è risultata discutibile nella misura in cui ha giustificato le strisce, ostentatamente in difesa della libertà di espressione. Inoltre, la marcia è stata chiaramente sfruttata da alcune forze per fini strumentali, a cominciare dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Lungi dall’apparire un’espressione militante ed ispirata in difesa di quei principi, le strisce sono state percepite dalla maggior parte dei musulmani come una forma di islamofobia blasfema e provocatoria, soprattutto a fronte del consapevole e deliberato spostamento a destra nella politica e nella società francese nel corso dell’ultimo decennio. La sprezzante reiterazione delle strisce nell’edizione di Charlie Hebdo immediatamente successiva di agli omicidi ha potentemente rafforzato la percezione di islamofobia. Ciò che davvero aveva fomentato gli assassini del fondatore della rivista e dei suoi colleghi veniva replicato nell’edizione curata dai sopravvissuti, dimostrando quanto fossero bizzarramente insensibili. O forse c’è del metodo dietro a questa loro follia, un calcolo per trarre vantaggio dal generale sfogo di dolore e solidarietà verso le vittime?

Come aveva potuto fare questo una pubblicazione che si presume di sinistra ed empatica nei confronti della difficile situazione degli africani che vivono in Francia, in maggioranza musulmani? La provocazione è ancora più bizzarra se si pensa che appena due anni fa la redazione subì un attentato bombarolo per strisce analoghe, che è poi il motivo per il quale persino un co-fondatore di Charlie Hebdo, Henri Roussel, avrebbe affermato che l’impeto provocatorio del direttore assassinato aveva “trascinato il team alla morte”. Ciononostante, nessuna di queste provocazioni può giustificare gli omicidi, per quanto possa spiegarli. In ogni caso, la propensione alla rappresaglia violenta contro coloro i quali deliberatamente e ripetutamente denigrano la santità del profeta Maometto, la più importante figura sacra dell’Islam, si rivela direttamente proporzionale alla misura in cui l’offesa si verifica. Maggiore è l’umiliazione percepita dai seguaci più devoti dell’ Islam, maggiore anche la magnitudine della violenza in rappresaglia. A questo riguardo, il deputato inglese George Galloway ha fatto notare: “Queste non sono strisce, sono insulti pornografici ed osceni nei confronti del profeta e per estensione ad un miliardo e 700 milioni di persone sul pianeta. Charlie Hebdo cercava di marginalizzate, alienare e minacciare proprio quella parte della comunità che già era stata alienata, già era minacciata.”

Prevedibilmente, l’edizione curata dai sopravvissuti ha suscitato una diffusa violenza in molti Paesi islamici. C’è una lezione indiscutibile che coloro i quali propagano una tagliente islamofobia dovrebbero apprendere: sfortunatamente, non esiste terrorista che possieda audacia e senso del martirio maggiore dei fondamentalisti islamici. Ma allora, per quale motivo fare il gioco dei fanatici dando loro il destro per infliggere violenza in rappresaglia per quella che è percepita come una blasfemia o ingiustizia d’altro tipo, soprattutto se consideriamo che la satira può essere potente ed incisiva senza dover risultare crudelmente offensiva e umiliante? Anche se gli omicidi e gli attentati suicidi devono essere condannati come metodo di lotta, quelli che hanno ucciso a sangue freddo i membri della redazione di Charlie Hebdo sono il prodotto della società razzista francese che, oltre a legittimare l’inciviltà delle strisce, per decenni ha maltrattato i musulmani ed altre persone di colore. Galloway ha utilizzato la frase “islamofobia razzista”, che coglie il nesso, presente in questo e in molti altri casi, tra razzismo ed islamofobia, tenendo a mente che, storicamente, la grande maggioranza dei musulmani nel mondo non è stata costituita soltanto da persone di colore, ma dalla classe lavoratrice o da piccoli commercianti che sono stati oppressi in Francia e in altri Paesi europei, al pari di altre persone di colore.

[…] È un dato di fatto che nessuna figura religiosa è stata derisa, ridicolizzata ed umiliata dalle strisce di Charlie Hebdo come l’Islam e il profeta Maometto. Il papa ha ammonito che che la libertà di espressione ha dei limiti e che coloro i quali insultano gratuitamente devono aspettarsi una ritorsione. È significativo che che nessuno abbia cercato di replicare al papa o di contraddirlo. La tragedia di Parigi ha mostrato che la brillante satira di qualcuno può suscitare la collerica repulsione di qualcun altro. Questo la dice lunga sull’urgenza di esplorare i limiti e la liceità della satira come strumento mediatico e politico. [ …]

Link all’articolo originale:

http://www.bdlive.co.za/opinion/2015/02/18/violence-is-inexcusable–but-so-is-the-wests-islamophobia

Written by pierpaolocaserta

febbraio 25, 2015 a 4:52 am

Pubblicato su Francia

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