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Se la Germania vuole sostituirsi all’Europa

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Andreas Takis e George Pavlakos | Open Democracy

11/03/2015

(traduzione di Pier Paolo Caserta)
Schäuble sembra essere convinto che i popoli d’Europa abbiano accordato un mandato per attuare le politiche di austerità care al governo tedesco. Da cosa gli deriva tale certezza?

I recenti sviluppi della politica europea che hanno fatto seguito alle elezioni greche hanno gettato luce su un aspetto interessante del ruolo del governo tedesco all’interno del sistema politico dell’Unione europea. Si direbbe che il governo tedesco percepisca se stesso come se operasse nell’ambito di un mandato europeo per l’attuazione delle politiche di austerità. Non c’è alcuna ragione per dubitare che questa percezione sia genuina, mentre non è altrettanto chiaro quali siano le ragioni che la supportano.

In un recente scambio di opinioni con il suo omologo greco, a Berlino, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha fatto notare che il governo greco non è il solo ad essere sostenuto da un mandato democratico, lo sono anche tutti gli altri governi nazionali. Ciò corrisponde a verità. Quello che invece sconcerta è la convinzione di Schäuble che i popoli d’Europa abbiano conferito un mandato per le politiche di austerità care al governo tedesco.

Da dove gli deriva tale certezza? Tanto per cominciare, non può far riferimento ad alcun mandato ricevuto dal Parlamento europeo, perché nessuno hai mai chiesto al Parlamento di votare sulle misure di austerità. Al contrario, il Parlamento ha semmai dichiarato l’illegittimità della troika dal punto di vista della legislazione comunitaria. In alternativa, potrebbe avere in mente un mandato generato dai rappresentanti dei governi nazionali a livello delle istituzioni dell’Unione europea. Ma difficilmente si sarebbe disposti a descrivere come democratica una qualsiasi decisione presa all’interno degli attuali organi composti dai rappresentanti dei governi nazionali.

Il carattere antidemocratico del coordinamento delle decisioni nazionali come mezzo per ratificare le misure riproduce uno specifico meccanismo legislativo internazionale di accordo – e cioè, un dispositivo basato sul reciproco interesse piuttosto che sulla comune adesione ad una struttura politica unificata. Mancano quindi ab initio gli elementi di “égalité” e “fraternité” necessari ad una struttura decisionale i cui risultati siano applicabili, sulla base di principi di equità politica, a tutti i membri del corpo comune.

Per altro, questo svilimento della governance condivisa, ridotta a mero accomodamento internazionale, oscura il fatto che coloro i quali prendono parte all’accordo si trovano in una posizione tutt’altro che paritetica: acconsentire di fronte alla prospettiva di una violenta bancarotta, che è quanto oggi si chiede alla Grecia di fare, proprio non può essere considerato un patto tra eguali. Più l’Unione europea poggia su tali meccanismi, più regredisce al livello di una mera alleanza, piuttosto che evolvere nella forma della cooperazione politica.

Non può essere irragionevole chiedere una diversa soglia di legittimazione per quelle politiche che pretendono di vincolare l’intera Unione europea. La questione se tali politiche richiedano una piena legittimazione democratica costituisce un prius logico rispetto alla questione se l’Unione europea sia un meccanismo di accordo tra governi nazionali o una genuina comunità politica.

Compiere il ragionamento inverso, e cioè postulare che la natura dell’Unione europea consista nell’essere un meccanismo di accordo e, a partire da qui, industriarsi a dedurne una conclusione sul livello richiesto di legittimazione, è solo un esercizio di cinismo. La questione della legittimazione è prioritaria perché non è una variabile: si richiede lo stesso livello di legittimazione democratica di fronte a tutti quelli che sono vincolati dalle decisioni politiche rilevanti. La questione della natura delle istituzioni è invece contestuale: deve consistere nell’interpretare e disegnare il progetto europeo in modo tale che soddisfi gli standard invariabili della legittimazione democratica.

Si sono avuti alcuni segnali che sembrano testimoniare l’esigenza di evolvere verso una polis europea pienamente legittimata. Il recente rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e il suo mandato al presidente della Commissione europea sono due esempi notevoli in questo senso. Ma bisogna fare ancora di più. Ogni politica che pretenda di vincolare i popoli d’Europa deve in ultima analisi essere soggetta ad un mandato democratico europeo.

In questo quadro, la presa di posizione della Grecia contro il meccanismo dell’austerità non dovrebbe essere riguardata come una richiesta di deroga da una decisione democratica che vincola anche tutti gli altri. Deve, piuttosto, essere meglio inteso come un invito a stabilire prima di tutto se questa (e qualunque altra) politica soddisfi il requisito della soglia necessaria affinché tutti in Europa siano vincolati.

Il compito è molto impegnativo. Richiede che siamo pronti a riesaminare i limiti delle nostre istituzioni e preparati a rimodularle. Mostra, inoltre, che il mandato democratico ricevuto da qualunque governo nazionale potrebbe essere insufficiente a rappresentare i popoli d’Europa; e questo rimane vero anche quando accade che il governo in questione – come la Germania, nello specifico – amministri il potere economico dell’Europa.

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Titolo originale: ‘Germanies’ in lieu of Europe

https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/andreas-takis-george-pavlakos/%27germanies%27-in-lieu-of-europe

Written by pierpaolocaserta

marzo 12, 2015 a 3:04 pm

Pubblicato su Germania, Open Democracy, Unione Europea

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