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Prigioni e radicalizzazione in Francia

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Per fare delle prigioni altro che un luogo di radicalizzazione, abbiamo bisogno di più ministri del culto musulmani, di diminuire il sovraffollamento, di più sorveglianti e di maggior rispetto per le legittime esigenze dei musulmani.

Farhad Khosrokhavar è un sociologo e direttore di ricerca presso la École des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. Nell’articolo che propongo di seguito viene messo sotto la lente di ingrandimento il fenomeno della radicalizzazione islamica. Risulta evidente il nesso con marginalizzazione ed esclusione sociale, che rinforzano l’antagonismo verso la società e predispongono a recepire, dell’Islam, una versione distorta e violenta. Non è un caso che quelli che diventano jihadisti siano “musulmani rinati”, cioè quasi del tutto privi di nozioni dell’Islam anteriormente alla conversione. Mi sembra che testimonianze come questa, che poggia tra l’altro su un’estesa ricerca sul campo condotta dall’autore, mostrino, ancora una volta, come la via per sottrarre terreno al radicalismo di matrice islamica sia migliorare la qualità dell’integrazione. È rendendo il più possibile effettive integrazione ed inclusione e non solo potenziando la sorveglianza che si combatte il reclutamento jihadista. È questa la strada che si è seguita all’indomani degli attentati parigini? Eppure bisognerebbe aver imparato che tutte le volte che a prevalere è la lettura alla crociata, sono proprio i jihadisti a ringraziare fervidamente, e guerrafondai e fascisti occidentali insieme a loro. (ppc)

Prigioni e radicalizzazione in Francia

Farhad Khosrokhavar | openDemocracy
19/03/2015

(Traduzione di Pier Paolo Caserta)

I due attentati terroristici che hanno causato 17 vittime francesi sono stati il risultato di una radicalizzazione nella quale sono riconoscibili quattro elementi: le persone che li hanno commessi provenivano dalle periferie povere parigine, le cosiddette banlieue, con una concentrazione elevata di popolazione di prevalente origine nordafricana, con elevati tassi di disoccupazione e criminalità e con un atteggiamento profondamente antagonista della sua gioventù maschile nei confronti del resto della società.

Molti passano in prigione parte della loro giovinezza e quelli che diventano jihadisti sono “musulmani rinati” privi di qualsiasi cultura islamica anteriore, che hanno subito un profondo radicamento in termini di identità culturale prima di essere instradati all’Islam radicale da un guru, attraverso Internet o per influenza di compagni.

Ultimo ma non per importanza, una volta radicalizzati, devono compiere il viaggio di iniziazione nei Paesi musulmani nei quali la jihad assume la massima importanza: Afghanistan e Pakistan (è il caso di Mohamed Merah, che nel marzo del 2012 uccise sette persone, tre militari musulmani e 4 ebrei), Siria (Mehdi Nemmouch, che il 24 maggio del 2014 uccise quattro persone nel Museo ebraico di Bruxelles), Yemen (Cherif Kouachi, che ha ucciso 12 people nell’attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio del 2015, insieme a suo fratello), Iraq. Il viaggio conferma il jihadista nella sua identità, e la sua rottura con la società europea nella quale è cresciuto ed è stato educato. In alcuni casi, l’incontro con un personaggio carismatico come Jamel Beghal svolge la stessa funzione: è quello che è accaduto a Coulibaly, che l’8 e il 9 gennaio del 2015 ha ucciso una poliziotta e quattro ebrei.

Per i giovani disillusi delle periferie povere la prigione funziona in primo luogo come rito di passaggio all’età adulta. Alcuni vanno fieri di essere stati in prigione e, una volta usciti, cercano una legittimazione proprio per essere stati in prigione. Stabiliscono legami con criminali più navigati con la stessa origine e nelle grandi prigioni vicine alle città; incontrano persone dalle banlieue limitrofe.

I musulmani in Francia sono circa l’8% della popolazione, ma rappresentano quasi la metà della popolazione carceraria. Nei grandi centri di detenzione a breve termine (maisons d’arrêt), la percentuale è anche maggiore e nelle mie interviste molti “bianchi” (francesi di origine europea) hanno dichiarato di non sentirsi a casa in queste prigioni, abitate soprattutto da “arabi” (cioè da francesi di origini nordafricane).

I centri di detenzione a breve termine versano in condizioni disastrose: sovrappopolati e con carenza di personale, in molte celle di circa 9 metri quadrati ci sono due, a volte anche tre detenuti, e una guardia carceraria controlla qualcosa come 100 detenuti (nei centri di detenzione a lungo termine, le ‘Maisons centrales’, ogni guardia si occupa di circa 30 detenuti). La sorveglianza è per bene che vada approssimativa se il detenuto non mostra segni visibili di fondamentalismo, come la barba lunga, la tendenza a fare proselitismo, un comportamento aggressivo nei confronti delle guardie, o mancanza di rispetto nei confronti dei ministri del culto ufficiali dell’Islam.

Gli estremisti tra i detenuti hanno imparato ad evitare le trappole: non vanno nemmeno alle preghiere collettive del venerdì, evitano ogni tentativo plateale di fare proselitismo e normalmente abbassano i toni antagonistici nei confronti delle guardie per non attirare l’attenzione.

In Francia e in molte altre parti d’Europa le prigioni hanno in parte sostituito gli istituti psichiatrici. Dalla chiusura di questi ultimi, negli anni Settanta, molti di quelli che vi avrebbero trovato posto sono stati rinchiusi nelle prigioni: fino a un terzo della popolazione carceraria ha problemi psicologici, e circa il 10% ha seri disturbi mentali. Alcuni di loro diventano prede del radicalismo per coloro che sono alla ricerca di complici che possano essere manipolati una volta fuori di prigione. Gli psicopatici possono a loro volta svolgere un ruolo attivo nella radicalizzazione, e in alcuni casi nel mio campo di ricerca ho potuto riscontrare in prima persona come spingano al radicalismo i detenuti più fragile finiti in loro potere.

Molti jihadisti in Francia hanno avuto problemi familiari e psicologici. Merah fu dichiarato psicolabile dagli psicologici carcerari, essendo cronica la violenza tra i membri della sua famiglia. I fratelli Kouachi sono cresciuti in un istituto, non diversamente da Mehdi Nemmouche, che vi trascorse qualche tempo prima di andare a vivere con la nonna.

Le prigioni non sono un luogo che incuta loro timore. Qui, l’odio nei confronti della società mette radici nel loro animo.

Le guardie denunciano le continue aggressioni, l’inosservanza delle regole sociali elementari e l’atteggiamento di chi è costantemente sul piede di guerra. In prigione scoprono il proprio irredimibile destino di recidivi. L’odio (la haine) diventa la parola chiave per descrivere la loro disposizione nei confronti della società. Si sentono vittime e sono convinti che tutte le normali porte della promozione sociale siano chiuse per loro. Fanno loro il destino di una perpetua ricaduta nel crimine e vivono una parte non irrilevante della propria vita dietro le sbarre, per ricominciare a delinquere appena usciti.
L’islamizzazione radicale esprime soprattutto il trasferimento del loro odio nel regno spirituale di quella sacra sfera che chiamano Islam. Tuttavia, normalmente sono sprovvisti delle nozioni basilari dell’Islam, ignorano come eseguire le preghiere giornaliere e la loro preferenza si orienta verso quegli aspetti della religione di Allah che riguardano la guerra santa. Accade di frequente che dopo la radicalizzazione avvenuta in prigione si sforzino di porre rimedio all’inconsistenza della loro conoscenza dell’Islam, trascorrendo un lungo periodo a leggere la classica biografia del Profeta tradotta in francese e il Corano, sempre in francese. In pochissimi casi la loro motivazione si spinge al punto di imparare l’arabo, con l’aiuto di qualche altro detenuto.

I convertiti sono i più zelanti, ostentano la loro fede e superano gli “arabi” nella conoscenza dei versetti sacri, che imparano di tutto cuore e citano con lo scopo di stupire e spingere alla jihad. La prigione diviene il luogo in cui i novizi jihadisti entrano in competizione gli uni con gli altri e gareggiano nel dimostrare la loro conoscenza della parola di Dio, citando versi in arabo e offrendo in modo magistrale il loro punto di vista sulla jihad. Dal momento che esiste una drammatica carenza di ministri del culto musulmani (circa 160, laddove ne servirebbero almeno il triplo), questi autoproclamati “ulama” diventano dei punti di riferimento per altri prigionieri in cerca di una guida religiosa, in una impostazione per cui è la disperazione a farli avvicinare alla religione.
Come religione degli oppressi, l’Islam è certamente quella che esercita un’attrattiva maggiore: ha una faccia anti-imperialista (anti-americana, anti-occidentale)e una notevole capacità di dire cosa è vietato e cosa è permesso (haram contro halal), mentre il Cristianesimo ha perso la tendenza a fornir loro indicazioni dettagliate su cosa mangiare, su come lavarsi, su come organizzare la vita sessuale e come relazionarsi agli altri.

Queste giovani generazioni sono in cerca di principi morali che riscattino la loro opposizione alla società e l’Islam jihadista soddisfa alla perfezione questa esigenza. È più che il puro eroismo, è un modo di vivere che conferisce un significato alla loro identità scissa, e offre loro uno scopo sacro, esaltandone al contempo il narcisismo mettendo a disposizione un ideale da imitare che li trasformerà in delle celebrità: Merah è diventato un simbolo in prigione, durante la mia ricerca svolta nel periodo 2011-2013. I fratelli Kouachi si accingono a sostituirlo allo stesso modo in cui Merah rimpiazzò Khaled Kelkal nella memoria delle successive generazioni – nel 1995 Kelkal uccise 8 persone nella metro di Parigi, a Saint Michel, divenendo per loro un idolo, come riscontrai nella mia ricerca condotta nel periodo 2000-2003.

Il jihadismo offre la possibilità di essere temuti in cambio del disprezzo di cui ci si sente vittime, dando, prima della morte, un’ultima chance di vendicarsi di coloro che hanno mostrato quel disprezzo. Dall’infima situazione del condannato, il giovane uomo diventa il giudice onnipotente che condanna altri a morte e trovano consolazione nel sentimento di distruzione.

Per fare delle prigioni altro che un luogo di radicalizzazione, abbiamo bisogno di più ministri del culto musulmani, di diminuire il sovraffollamento, di più sorveglianti e di maggior rispetto per le legittime esigenze dei musulmani (in molte prigioni non si svolgono le preghiere collettive del venerdì per mancanza di ministri del culto musulmani). E, oltre a tutto ciò, servono opportunità di lavoro che diano un senso concreto di cittadinanza ad una generazione che sia sente in mezzo alla strada, inutile e vituperata.

—–
Immagine: No More Repression. Enara Echart Muñoz.
Link all’articolo originale:
https://www.opendemocracy.net/farhad-khosrokhavar/prisons-and-radicalization-in-france

Written by pierpaolocaserta

marzo 26, 2015 a 8:08 am

Pubblicato su Open Democracy

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