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Il collasso della diversità intellettuale in Francia

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Se avete sempre pensato che la Francia non sia uno Stato di polizia quanto lo sono Regno Unito e Stati Uniti, farete meglio a ricredervi.

di ANDRE VLTCHEK | CounterPunch (Stati Uniti)

Ci sono parecchie mitragliere di fronte al palazzo di Charlie Hebdo, a Parigi. Ci sono poliziotti che indossano giubbotti antiproiettile, armati fino ai denti. Fissano i passanti in modo tipicamente intimidatorio, rivoltante. I redattori di Charlie Hedbo sono ben protetti, alcuni di loro post-mortem.

Se avete sempre pensato che la Francia non sia uno Stato di polizia quanto lo sono Regno Unito e Stati Uniti, farete meglio a ricredervi. Si vedono soldati e poliziotti armati di tutto punto in tutte le stazioni ferroviarie e in molti incroci, persino in alcuni vicoletti. I provider di Internet stanno apertamente spiando i clienti. I media si autocensurano. La propaganda di regime è al culmine dell’efficienza.

Ma i francesi, o almeno la grande maggioranza, sono convinti di vivere in una “società democratica e aperta”. Se chiedi loro di dimostrarlo, non sono in grado di farlo; non hanno argomenti. Semplicemente, è stato loro detto che sono liberi, e loro sono convinti che sia così.

Ogni tanto i dipendenti di Charlie Hebdo escono fuori per fumare una sigaretta. Allora cerco di coinvolgerli in una conversazione, ma rispondono a monosillabi. Fanno del loro meglio per ignorarmi. In qualche modo, devono aver intuito che non sono qui per confermare la versione ufficiale.

Chiedo loro perché non mettano mai in ridicolo il neocolonialismo occidentale, gli aspetti più grotteschi del sistema elettorale occidentale, o, ancora, gli alleati occidentali, che stanno commettendo genocidi in tutto il mondo: India, Israele, Indonesia, Ruanda, Uganda… Mi congedano sbrigativamente con il linguaggio del corpo. Simili domande non sono incoraggiate, o meglio, non sono consentite. Nella Francia di oggi, anche umoristi e clown sanno qual è il loro posto.

Presto mi fanno sapere che sto facendo troppo domande. Uno dei dipendenti si limita, molto significativamente, a guardare in direzione dei poliziotti armati. Il messaggio mi è chiaro. Non sono dell’umore di sostenere un lungo interrogatorio. Mi allontano.

Nelle vicinanze ci sono parecchi siti con esternazioni di compassione nei confronti delle vittime; le 12 persone che hanno perso la vita negli attacchi del gennaio 2015 alla redazione della rivista. Ci sono bandiere della Francia e un plastico che raffigura dei topi con Je Suis Charlie scritto sui corpi. Un grande manifesto proclama: Je suis humain. […]

In tutta la zona, sono molte le scritte che inneggiano alla libertà. “Libre comme Charlie”, “Liberi come Charlie”!

Una donna appare dal nulla. È molto ben vestita, ed elegante. Rimane ferma per alcuni secondi davanti a me. Mi accorgo che sta tremando. Piange.

“Lei… è una parente?” Le chiedo, con gentilezza.

“No, no”, risponde. “Siamo tutti loro parenti. Siamo tutti Charlie!”

All’improvviso mi abbraccia. Sento la sua faccia bagnata contro il mio petto. Mi sforzo di essere sensibile. La stringo forte, quell’estranea – quella donna sconosciuta. Non perché lo voglia, piuttosto perché penso di non avere altra scelta. Una volta assolto il mio obbligo civile, mi allontano da quel posto.

Quindici minuti a piedi dall’edificio di Charlie Hebdo si raggiungono il monumentale museo nazionale di Picasso e dozzine di gallerie d’arte. Mi accerto di visitarne almeno cinquanta.

Voglio sapere tutto su questa libertà di espressione che l’opinione pubblica francese così legittimamente desidera e “difende”!

Ma quello che vedo è pop art senza fine. Una galleria ha una finestra rotta con una scritta: “Avete infranto la mia arte”. Si suppone che ciò sia a sua volta un’opera d’arte.

Le gallerie mostrano senza sosta linee e quadrati, e tutte le forme e i colori immaginabili.
In parecchie gallerie, quella che vedo è arte astratta “in stile Pollock”.

Chiedo ai proprietari delle gallerie se sappiano di qualche mostra che si focalizzi sulla difficile situazione delle decine di migliaia di senzatetto che sopravvivono a stento all’inverno parigino. Ci sono pittori o fotografi che ritraggono i mostruosi slum al di sotto delle strade principali o dei ponti ferroviari? E le avventure militari e di intelligence della Francia in Africa, che stanno distruggendo milioni di vite umane? Ci sono artisti che si oppongono al fatto che la Francia stia diventando uno dei centri-guida dell’Impero?

In cambio ricevo sguardi indignati, o disgustati. Altri sguardi ancora sono palesemente allarmati. I proprietari delle gallerie non hanno la minima idea di ciò di cui sto parlando.

Al museo Picasso, l’atmosfera è percepibilmente “istituzionale”. Nessuno, in base a quello che si vede qui, potrebbe immaginare che Pablo Picasso sia stato comunista, nonché pittore e scultore profondamente impegnato . Uno dopo l’altro, gruppi di turisti tedeschi, prevalentemente anziani, passano attraverso sale ben contrassegnate, accompagnati dalle guide.

Qui non sento nulla. Questo museo non mi ispira, è castrante! Più a lungo ci rimango, più sento evaporare il mio zelo rivoluzionario

Allora mi precipito nell’ufficio e chiamo una curatrice junior.
Le dico tutto quello che penso del museo e di quelle gallerie commerciali che lo circondano.

“Quei milioni di persone che hanno marciato e scritto messaggi su Charlie Hedbo… cosa intendono per “libertà”? Sembra essere rimasto ben poco di “libero” in Francia. I media sono controllati, l’arte è diventata una specie di pop art senza cervello.”

Lei non ha nulla da dire. “Non saprei”, risponde infine. “I pittori dipingono quello che le persone vogliono comprare.”
“È così, dunque?” chiedo.

Le cito [il distretto artistico] “798”, a Pechino, dove centinaia di gallerie sono fortemente politiche.
“Nelle società oppresse l’arte tende ad essere più impegnata”, dice lei.

Le dico quello che penso. Le dico che per me, e per molte persone creative che ho conosciuto in Cina, Pechino è molto più libera, molto meno manipolata o oppressa di Parigi. Mi guarda inorridita, poi con quel classico sarcasmo europeo. Crede che io voglia solo provocare, che stia solo scherzando. Non posso dire sul serio. Non è forse evidente che gli artisti francesi sono superiori, che la cultura occidentale è la più grande. Chi potrebbe dubitarne?

Le mostro un mio documento, ma lei si rifiuta di dirmi il suo nome.
Me ne vado disgustato, così come, di recente, avevo lasciato disgustato la collezione Peggy Guggenheim, a Venezia.

Ad un certo punto entro in un locale per bere un caffè e un bicchiere d’acqua.
Entra un uomo con un cane enorme. Entrambi si fermano davanti al banco. Il cane mette le zampe anteriori sul tavolo. Entrambi prendono una birra: l’uomo nel bicchiere, il suo cane in un piattino. Pochi minuti dopo, pagano e se ne vanno.

Scribacchio nel mio taccuino: “In Francia, i cani sono liberi di bere una birra nei café.

———-
Link all’articolo originale:
http://www.counterpunch.org/2015/03/20/the-collapse-of-french-intellectual-diversity/

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Written by pierpaolocaserta

marzo 30, 2015 a 5:36 pm

Pubblicato su Francia

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