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L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

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Mentre Renzi continua tenacemente a perseguire, senza incontrare significativi ostacoli, i suoi principali obiettivi – rimodulazione delle istituzioni finalizzata all’abnorme rafforzamento del potere dell’Esecutivo, marginalizzazione di opposizioni e dissenso, conculcazione dei diritti – può sorprendere che sulla stampa internazionale si trovino così poche analisi critiche di Renzi e del renzismo. Questo articolo del Wall Street Journal riflette, dunque, una percezione diffusa, allorché si legge: “Il tentativo [di Matteo Renzi] di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro.” Si dirà: non è certamente su un giornale di chiaro orientamento conservatore che si troverà un punto di vista diverso sul nostro. L’osservazione, del tutto condivisibile, rivela senza possibilità di dubbio, quale sia la collocazione ideologica del renzismo. Eppure, proprio i dati, tutt’altro che incoraggianti, per il resto snocciolati dal WSJ su produzione industriale, disoccupazione, basso potenziale di crescita, potrebbero servire a decostruire le rassicuranti bugie del governo. E, al netto di quella che mi sembra una diffusa incomprensione del fenomeno Renzi (del resto abilissimo a propinare le più rovinose ricette del neoliberismo deteriore mentre recita il ruolo del temerario innovatore), l’analisi del WSJ, proprio perché non proviene da un think-tank della sinistra radicale, mostra una volta in più che potrebbero bastare lungimiranza e buonsenso per capire che non la Grecia è il problema dell’Euro e, aggiungo, dell’Europa. E, a scanso di equivoci, non è nemmeno solo l’Italia. (ppc)
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L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

Richard Barley | The Wall Street Journal

2 aprile 2015

Come ha dichiarato recentemente il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, perché l’eurozona prosperi i suoi membri devono trovarsi in condizioni migliori stando dentro piuttosto che restandone fuori.

L’esempio più ovvio è fornito dalla Grecia. Il nuovo governo greco ha presentato all’eurozona un pacchetto di proposte nel tentativo di sbloccare finanziamenti per 7,2 miliardi di Euro, mentre si avvicinano le scadenze dei rimborsi e roll-over del debito al Fondo Monetario Internazionale. Le ultime idee poggiano strettamente sulla generazione di nuove entrate fiscali, ma appaiono ottimistiche. Molti investitori continuano a pensare che l’Europa possa raggiungere un qualche accordo che permetta alla Grecia di restare nell’Euro, anche se finora la mancanza di progressi ha messo a dura prova i nervi.

Ma un problema di lungo termine e probabilmente più importante è quello che interessa l’Italia, la terza maggiore economia dell’eurozona. Se la crisi della Grecia è nella sua fase acuta, l’Italia soffre della variante cronica: da quando è entrata nell’Euro è cresciuta a stento.

In effetti, l’economia dell’Italia è da decenni in frenata: Secondo i dati del FMI, negli anni Ottanta il tasso annuo medio di crescita del PIL reale era del 2,1%. Negli anni Novanta è scivolato all’1,4% e allo 0,6% nella prima decade di questo secolo, per attestarsi su un valore medio di -0,5% a partire dal 2010. La produzione rimane di circa il 9% al di sotto del picco del 2008.

La speranza, comunque, sgorga sempre inesauribile per l’Italia, aiutata dall'”alleggerimento quantitativo” (quantitative easing) della BCE, da prezzi del petrolio più bassi e dalla debolezza dell’euro. Secondo le ultime indagini, gli indicatori sono positivi: l’indice Markit è salito al 53,3, il valore più alto negli ultimi 11 mesi. La fiducia dei consumatori e delle imprese è in ripresa. Il primo trimestre potrebbe essere il primo dal 2011 in cui l’Italia fa registrare una crescita positiva. UniCredit si aspetta per il trimestre un’espansione dello 0,2%.

Ma segnali più impietosi sono stati sottovalutati. La produzione industriale ha fatto registrare a gennaio una contrazione dello 0,7%, nonostante le previsioni di incremento. A febbraio, la disoccupazione ha toccato quota 12,7%; la disoccupazione giovanile è al 42.6%. Gli economisti hanno la tendenza a considerare dati come questi spiacevoli, ma passeggeri: con la situazione dell’Eurozona nel suo insieme tornata favorevole, anche l’Italia dovrebbe beneficiarne. E, davvero, se l’Italia non riesce a crescere adesso, allora quando?

Eppure, il potenziale di crescita dell’Italia rimane basso al punto da destare preoccupazione. Nelle previsioni degli analisti di J.P. Morgan è bloccata vicino allo zero per parecchi anni. L’impegno del primo ministro Matteo Renzi nel riformare il Paese è essenziale. Il suo tentativo di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro. Ma, nel frattempo, l’Italia ha urgente bisogno di dimostrare che può generare almeno una crescita ciclica.

Sul futuro dell’Eurozona incombono molte date importanti. La restituzione, il 9 di aprile, di 450 milioni di euro al FMI è un ostacolo cruciale che l’eurozona è chiamata a superare. Il 13 maggio si dovrebbero avere notizie sull’uscita dell’Italia da una recessione triennale; se questo non accadrà, ci possiamo aspettare ulteriori interrogativi sugli effetti della moneta unica sui suoi membri.

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Link all’articolo originale:
http://www.wsj.com/articles/italy-not-greece-at-heart-of-euro-questionheard-on-the-street-1427986756

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Written by pierpaolocaserta

aprile 4, 2015 a 8:51 am

Una Risposta

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  1. […] al pari del precedente articolo tradotto e pubblicato su questo blog (da The Wall Street Journal: l’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro), ritengo sia utile per spostare l’attenzione dalla martoriata Grecia ai problemi strutturali […]


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