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La vera bomba a orologeria dell’Europa

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“La vera bomba a orologeria dell’Europa”, secondo Samuel Gregg su “The Spectator” (Stati Uniti): non è della Grecia che si sta parlando. Se propongo questo articolo non è perché ne condivida ogni passaggio. Al contrario, non sono certamente in sintonia con la forte impronta neoliberista che vi è chiaramente leggibile; e, di conseguenza, ho non poche riserve sull’individuazione, da parte dell’autore, delle cause specifiche alla base della fragilità dell’economia francese. La ragione per cui ne riporto ugualmente il ragionamento risiede nel fatto che, al pari del precedente articolo tradotto e pubblicato su questo blog (da The Wall Street Journal: l’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro), ritengo sia utile per spostare l’attenzione dalla martoriata Grecia ai problemi strutturali di altre importanti economie nazionali di Stati membri e dell’Europa nel suo insieme. Se, poi, sono ambienti della finanza internazionale, se non vicini al conservatorismo neoliberista ( sia The Spectator che il Wall Street Journal sono di orientamento conservatore), e non giornali con simpatie di sinistra ad essere sempre più convinti che l’accanimento contro la Grecia sia non solo ingiusto, ma anche fuorviante e profondamente miope, allora mi sembra di tutta evidenza che ne risultino potentemente rafforzate proprio tali conclusioni. (ppc)

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La vera bomba a orologeria dell’Europa

Samuel Gregg | The Spectator (Stati Uniti)

2 marzo 2015

Mentre i governi e i mercati finanziari europei si sono concentrati, negli ultimi mesi, su quel disastro, politico e fiscale in corso, altrimenti noto come Grecia, le criticità che sta attraversando uno dei membri più piccoli dell’UE appaiono, francamente, abbastanza marginali rispetto a quello che potrebbe essere tranquillamente il maggiore tra i problemi interni che incombono sull’Europa.

Il nome di questo problema? In una sola parola: Francia.

Non è esagerato dire che la Francia sta vivendo una delle sue peggiori crisi sistemiche dal collasso della Quarta Repubblica, avvenuto nel 1958. Questa volta, però, non c’è alcun uomo della provvidenza—nessun Charles de Gaulle—ad aspettare dietro le quinte per salvare la Francia da se stessa. In effetti, proprio questo è un aspetto del problema della Francia: una classe politica che, indipendentemente da appartenenze partitiche, è priva di pensiero creativo, specialmente sul delicato fronte dell’economia francese.

Per soppesare la gravità dei problemi economici della Francia, e la ragione per cui molti europei sono estremamente nervosi per quello che sta succedendo—o meglio, che non sta succedendo— a quella che ancora nel 2013 era la quinta maggiore economia al mondo, basterebbe dare un’occhiata all’ “Index of Economic Freedom” 2015, appena pubblicato. La Francia vi figura al 73esimo posto tra le economie più libere al mondo, su un totale di 178. L’Italia—l’altro caso disperato per l’economia dell’UE—è l’unico Paese sviluppato con una classifica peggiore. L’economia francese ha in effetti traballato sull’orlo della classifica di “mostly unfree” [per lo più non libera] per oltre 20 anni.

In prospettiva, il FMI prevede per la Francia una crescita anemica per il 2015: appena uno 0,8%, cioè ben al di sotto dei valori medi europei e mondiali. Tra le economie avanzate, soltanto per l’Italia le previsioni sono peggiori. A partire dal 2000, la crescita della Francia ha superato a stento il 2% annuo, per attestarsi più frequentemente pochi punti decimali al di sotto di tale quota. Per altro, il rallentamento della crescita ha ricadute negative sull’occupazione. Nel caso della Francia, a dicembre dello scorso anno il numero di persone in cerca di occupazione ha fatto registrare un nuovo picco.

Alcuni dei fattori alla base di questa situazione non sono nemmeno difficili da identificare. Tanto per cominciare, la spesa pubblica ammonta ad un pesante 57% del PIL annuo della Francia. Per avere un termine di paragone, la spesa pubblica degli Stati Uniti è all’incirca il 33% del PIL. Per la gran parte, tale ingente spesa è destinata al welfare state. Sostenerlo impone un carico enorme in termini di imposizione fiscale e di limitazione del potenziale di creazione di ricchezza.

Non che i leader politici francesi siano ignari della fosca situazione economica del loro Paese. L’ultimo tentativo di liberalizzare parti dell’economia, avviato nel 2014 dal primo ministro Manuel Valls, ha fatto seguito a numerosi altri tentativi di attuazione delle riforme compiuti fin dal 2000 da governi di destra e di sinistra e di norma completamente falliti o annacquati al punto da divenire privi di significato. In tutti i casi, il copione è stato piu o meno lo stesso:
1) il governo ammette la gravità della crisi economica e si dichiara determinato ad attuare dure riforme; (2) sindacati, studenti e pensionati protestano contro la profonda ingiustizia dei cambiamenti proposti; (3) le massicce proteste e le marce per le strade si oppongono alla grave violazione della solidarietà; (4) il governo annuncia la decisione di riesaminare le proposte; (5) manifestazioni e marce proseguono senza sosta; (6) il governo inizia a precipitare nei sondaggi; (7) il governo capitola.
Arrivati a questo punto, non esiste alcuna valida ragione per credere che l’agenda di Valls debba andare incontro ad un destino diverso.

L’indisponibilità della Francia a cambiare evidenzia che, a dispetto dei migliori proclami di apertura mentale, la società francese è per lo più monolitica quando si tratta di ragionare di economia.

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Link all’articolo originale:
http://spectator.org/articles/61916/europe%E2%80%99s-real-time-bomb

Written by pierpaolocaserta

aprile 5, 2015 a 8:08 am

Pubblicato su Francia

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