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Francia: se lo stato di emergenza diventa la nuova normalità

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Le misure straordinarie contro il terrorismo stanno diventando del tutto ordinarie.

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Robert Zaretsky su Foreign Policy, 16-07-2016

Ancora giovedì sera, la Francia sembrava aver schivato il colpo che tutti temevano. Gli Europei 2016 di calcio erano giunti a termine in modo pacifico, sebbene deludente, mentre erano in corso i festeggiamenti per la ricorrenza della presa della Bastiglia. Ma intorno alle 11 della sera tutto è cambiato. Un grande tir bianco ha percorso a tutta velocità la famosa Promenade des Anglais, a Nizza, per più di un miglio, sterzando più volte lungo il percorso, finché una raffica di pallottole della polizia ha provocato la morte del conducente del tir, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, di origini tunisine. Oltre 200 pedoni, tra quelli che affollavano la via del lungomare per celebrare la ricorrenza, sono stati uccisi o feriti.

Meno di 24 ore dopo, il presidente francese François Hollande ha chiarito che lo stato di emergenza del Paese, introdotto in un primo momento sulla scia degli attacchi di Parigi a novembre dell’anno scorso, e che sarebbe dovuto terminare in capo a due settimane, sarebbe rimasto al suo posto. Potrebbe benissimo darsi che questo stato di eccezionalità sia destinato a diventare la nuova normalità della Francia.
Le leggi di emergenza varate da Hollande lo scorso anno rislagono all’incirca all’inizio della guerra di indipendenza dell’Algeria, nel 1955. A quell’epoca, il governo proclamò che aveva bisogno di poteri rafforzati per proteggere la nazione, compreso il potere – come in effetti andò a finire – delle autorità militari di infliggere torture. Il governo non menzionò che l’intensificarsi della guerra in Algeria, e la scia di indignazione che provocò, avrebbe potuto condurre al collasso dell’ordine costituzionale vigente, come accadde nel 1958, quando Charles de Gaulle prese il potere con il consenso delle forze armate.

Furono 255, allora, i deputati abbastanza lungimiranti da votare contro la legislazione del 1955. Le possibilità che oggi se ne possano trovare altrettanti disposti a difendere le garanzie costituzionali del Paese sono esigue. Con ciò non si vuole suggerire che Hollande intenda violare tali garanzie nella stessa misura dei suoi predecessori degli anni Cinquanta. Nondimeno, il potenziale di tali violazioni è elevato. L’attuale stato di emergenza garantisce al governo il potere di impedire manifestazioni, di imporre il coprifuoco, di confiscare armi e mettere persone agli arresti domiciliari. Gli attivisti dei diritti umani hanno puntato il dito contro le misure che consentono al governo di effettuare “perquisizioni amministrative” — un eufemismo che fa passare in secondo piano il carattere spesso violento e terribile di questi raid — senza il mandato di un tribunale. Un critico ha affermato che la legge consentirebbe al governo di trasformare la Francia “in una dittatura nel giro di una settimana.”

E l’attuale dinamica regressiva ricorda sinistramente il decennio precedente. L’attuale stato di emergenza, proclamato in origine lo scorso novembre, è stato prorogato per tre mesi a partire da febbraio. A maggio, il governo, deciso a garantire la sicurezza sia degli europei 2016 che del Tour de Francia, ha spinto per un’ulteriore estensione. L’attentato di Nizza ha permesso di mantenerlo in vigore per almeno altri tre mesi ancora. È facile immaginare un’ulteriore estensione in autunno, se non le specifiche circostanze che potrebbero giustificarla.
A dire il vero, tutte le recenti tragedie della Francia non hanno prodotto se non la richiesta di misure di sicurezza più stringenti. Dopo gli attacchi dello scorso novembre, alcune figure di spicco della destra, come Laurent Wauquiez, hanno persino invocato la creazione di campi di concentramento per i sospetti terroristi, un’idea che nel 1955 era stata esplicitamente respinta.

È lecito chiedersi se il governo francese si sia assuefatto ai suoi poteri di emergenza. Quello che è chiaro è che le perquisizioni senza mandato consentite dalla legislazione si sono dimostrate tanto invasive quanto inefficaci

È lecito chiedersi se il governo francese si sia assuefatto ai suoi poteri di emergenza. Quello che è chiaro è che le perquisizioni senza mandato consentite dalla legislazione si sono dimostrate tanto invasive quanto inefficaci: Delle circa 4.000 perquisizioni amministrative eseguite a partire dallo scorso novembre, appena il 7% ha condotto a procedimenti giudiziari. Non meno allarmanti sono risultati gli sforzi del governo di utilizzare i suoi poteri rafforzati non solo contro le sospette cellule terroristiche, ma anche contro individui e gruppi che hanno manifestato dissenso contro varie misure politiche ed ambientali. (L’esempio più recente è il tentativo infruttuoso, lo scorso mese, di disporre l’annullamento di una protesta contro la proposta di legge che concedeva ai datori di lavoro maggiori libertà nel licenziare ed assumere i lavoratori.) Come dichiarato, a maggio, dal socialista Dominique Raimbourg, durante il precedente dibattito parlamentare sull’estensione della legislazione, la Francia sta “evolvendo da uno stato di emergenza inteso a contrastare il terrorismo ad uno stato di emergenza avente lo scopo di mantenere l’ordine pubblico.”

Tuttavia, mentre la Promenade des Anglais rimane la scena del crimine, il dibattito si è drammaticamente spostato: il governo è ora sotto tiro per non aver saputo adottare le adeguate misure di emergenza nei confronti del Paese. Christian Estrosi, presidente del Dipartimento che comprende Nizza e leader dell’ala “legge e ordine” del Partito repubblicano, ha prontamente denunciato la mancata attenzione del governo socialista agli appelli che egli aveva inviato giorni prima chiedendo di rafforzare la sicurezza. Venerdì mattina ha ulteriormente inasprito i toni: “è mia impressione che lo Stato stia reagendo alla minaccia sdraiandosi”, ha affermato, per proseguire: “Forse il governo si è dimenticato che la Francia è in guerra?”

Non è sorprendente se Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente (e, lui lo spera disperatamente, anche il futuro presidente), abbia rilanciato la feroce accusa di Estrosi. “Nulla sarà più come prima,” ha dichiarato, invocando non soltanto l’estensione dello stato di emergenza, ma anche l’“adeguamento e il rafforzamento” degli strumenti di contrasto al terrorismo a disposizione dello Stato. Evidentemente timoroso di apparire troppo morbido, il rivale di Sarkozy come candidato presidente dei repubblicani, Alain Juppé, normalmente prudente, ha esortato a riconsiderare “l’equilibrio tra la protezione della Francia e i limiti delle libertà individuali” — ovviamente a discapito dalle libertà. La prima priorità dello Stato, ha scandito, è quella di “proteggere la Francia e dotarsi di tutti gli strumenti necessari a questo scopo.”

I francesi, a quanto pare, condividono il punto di vista di Juppé. All’indomani degli attacchi terroristici dello scorso novembre, un sondaggio condotto dall’ IFOP, l’istituto demoscopico francese, rivelò che l’84% del campione era disposto a sacrificare le libertà personali sull’altare della sicurezza pubblica. Due mesi dopo, a gennaio, il numero era ancora all’incirca invariato: un altro sondaggio IFOP mostrò che circa l’80% degli intervistati erano favorevoli all’estensione dello stato di emergenza.
Eppure, non è affatto chiaro a cosa possa condurre la perpetuazione di questo stato di allerta. Il carattere cangiante del terrorismo metterà sempre alla prova la capacità del Paese di difendere i suoi cittadini. Le autorità francesi sono al corrente almeno dal 2014 che lo Stato Islamico ha esortato i suoi seguaci ad usare automezzi pesanti come armi di distruzione di massa. Mentre la polizia e i servizi di intelligence hanno stroncato sul nascere, dal 2013 ad oggi, almeno dieci attacchi terroristici pianificati — due dei quali occorsi dopo che è stato dichiarato lo stato di emergenza — non potranno mai sventarli tutti. Quello che i servizi non potranno impedire, nemmeno al massimo della pervasività e dell’ingegno, è che un individuo privo di una storia di possibili connessioni con il terrorismo — tale era il caso di Bouhlel — si procuri un tir mosso da ulteriori (e sinistre) ragioni. O un motoscafo, o, per dire, un biglietto per un bateau-mouche sulla Senna. Nella logica ineluttabile del terrorismo, un biglietto è più che sufficiente.

Allo stesso tempo, il governo ha optato, per contrastare il terrorismo, per un’operazione di facciata: l’operazione Sentinella, con il dispiegamento di oltre 7.000 soldati — 10.000 durante gli europei 2016 — in siti in tutta la Francia, ma che, come tutte le parti coinvolte comprendono, ha a che vedere con l’esigenza di rassicurare i francesi e i turisti, più che di garantire la sicurezza delle zone sensibili del Paese. “Data la natura diffusa ed opportunistica della minaccia terroristica,” ha detto Elie Tenenbaum, ricercatore presso l’autorevole Istituto francese delle relazioni internazionali, all’inizio di quest’anno, “la protezione di questi siti da parte di soldati armati è destinata a rivelarsi un fallimento.” Intervistato da Le Monde, un funzionario militare francese ha descritto l’operazione in termini più shietti: “un colabrodo.” La valutazione negativa dell’efficacia dell’esercito come strumento di contrasto al terrorismo non cambia dopo l’attentato di Nizza: gruppi di soldati pesantemente equipaggiati e armati con fucili d’assalto a presidiare Nizza non hanno impedito a Bouhlel di irrompere nella promenade né sono riusciti a porre fine alla sua furia omicida. (Secondo i resoconti, Bouhlel è stato fermato da un civile che si è lanciato contro la cabina del tir e da alcuni poliziotti che, rincorrendo il tir, hanno aperto il fuoco.)

A gennaio, Hollande aveva rassicurato i francesi che che non era nella natura dello stato di emergenza di durare. Eppure, pochi giorni dopo, il suo primo ministro, Manuel Valls, dichiarò che la Francia stava affrontando una “persistente minaccia globale.” Questa contraddizione va dritta al cuore dell’attuale narrazione del Paese. Fin dall’antica Repubblica di Roma, i giuristi hanno riconosciuto la legittimità dello stato di emergenza. Nella legge romana la legittimità si basava non solo sulla natura della minaccia posta alla repubblica, ma anche sul riconoscimento che lo stato di emergenza fosse, per definizione, limitato nel tempo. Una logica diversa, però, sembra prendere corpo in Francia: uno Stato democratico che promulga e mantiene pratiche eccezionali e non democratiche.

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Written by pierpaolocaserta

luglio 21, 2016 a 8:04 pm

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