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Pari opportunità per i Rom d’Europa: un imperativo economico in un’Europa che invecchia

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L’inclusione dei Rom non è solo un diritto umano ma anche un imperativo economico. Lo sostiene una recente relazione della Banca mondiale.

I Paesi dell’Europa centrale spiccano nell’Unione europea per una popolazione che sta invecchiando ed arretrando più rapidamente e si sta riducendo in modo differente rispetto ai loro vicini. Diversamente dall’Europa occidentale, dove l’invecchiamento è da ricondursi principalmente all’aumento della longevità, i Paesi dell’Europa centrale (e i Paesi baltici) stanno invecchiando soprattutto a causa della bassa fertilità e dell’emigrazione. Il cambiamento demografico è notevole: per esempio, la Bulgaria ha visto la sua popolazione ridursi di oltre il 15% dal 1990, Romania e Ungheria di oltre il 5%. Le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite evidenziano che la tendenza dovrebbe proseguire e persino intensificarsi. La diminuzione della forza lavoro mette a rischio la crescita economica e contribuisce ad innalzare la pressione fiscale.

Secondo una recente relazione della Banca Mondiale, i Paesi dell’Europa centrale possono rispondere a queste criticità promuovendo un invecchiamento attivo, in buona salute e produttivo. Il cuore della risposta politica è investire nelle persone per far sì che i gruppi presenti e futuri abbiano competenze adeguate e siano in buona salute, in modo che un numero maggiore di persone sia al lavoro e sia in grado di lavorare più a lungo.

I Paesi dell’Europa centrale la cui popolazione invecchia o si riduce possono far meglio sulle attività occupazionali, sulla salute e sulle competenze delle loro popolazioni.

Ciò è ancor più vero per i cittadini Rom, che sono tra gli europei più poveri e vulnerabili, esposti a povertà, esclusione e discriminazione. I Rom della Bulgaria, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Romania e della Slovacchia in media sperimentano una disoccupazione più elevata e più lavoro informale e precario rispetto ai non-Rom. Inoltre, i loro figli imparano meno e abbandonano la scuola prima; vivono in condizioni di salute peggiori e hanno condizioni di accesso peggiori ai servizi sanitari. L’indagine della Banca Mondiale dimostra che questa disparità non è il risultato di una mancanza di impegno [nell’integrazione]: dalle dichiarazioni dei Rom emergono infatti aspirazioni analoghe a quelle dei loro concittadini non-Rom. La differenza è che non hanno le stesse opportunità.

L’invecchiamento e il declino demografico comportano che garantire pari opportunità ai Rom non rappresenti soltanto un imperativo sociale e morale, fortemente radicato nei valori europei, ma anche una necessità economica: in parole povere, con il declino della popolazione in età lavorativa, nessun Paese si può permettere il lusso di lasciare inattive o marginali parti estese della sua popolazione. Ciò è ancor più vero ove si consideri che la popolazione Rom è in aumento, diversamente dalla corrispondente popolazione aggregata del Paese in questione, e rappresenta una quota crescente di coloro che si immettono nel mercato del lavoro.

Venticinque anni e più di analisi hanno mostrato che le diseguaglianze tra Rom e non-Rom iniziano presto. In alcuni casi sono il riflesso delle situazioni familiari. Per esempio, un bambino Rom ha probabilità molto maggiori di crescere in un nucleo familiare che si trova al fondo della distribuzione del reddito, o che abbia genitori con scarsa o nessuna scolarizzazione. Altre fonti di diseguaglianza sono la conseguenza di scarse opportunità, per esempio l’accesso a beni e servizi primari quali l’istruzione o adeguate condizioni di vita, indispensabili non solo per realizzare le proprie potenzialità, ma anche per vivere in modo dignitoso. Ed è altrettanto significativa la conclusione che circostanze insorte nei primi anni di vita riconfermino lo svantaggio lungo l’intero arco della vita.

Qual è la possibile risposta politica? La promozione delle pari opportunità per i Rom deve iniziare mettendo l’accento sui bambini, sulla loro salute e sul loro sviluppo cognitivo. Affrontare il divario evolutivo fin dalla prima infanzia, promuovendo le adeguate competenze genitoriali e migliorando disponibilità ed accesso a servizi di qualità nei primi 1000 giorni di vita, può contribuire in modo significativo ad accrescere le opportunità dei Rom di inserirsi nella vita adulta. Inoltre, il ripensamento dei sistemi educativi secondo una struttura più inclusiva—ritardando il rilevamento, promuovendo la desegregazione, aumentando gli incentivi per gli insegnanti che accettano di lavorare in aree svantaggiate e fornendo corsi di recupero e consulenza—permetterebbe di mantenere le pari opportunità in sistemi che, invece, continuano a remare contro i bambini svantaggiati a causa del background socio-economico, tra i quali vi sono molti Rom.
Ma l’attenzione ai bambini non basta – la risposta politica deve andare oltre. Creare un terreno uniforme nella prima infanzia potrebbe non bastare per garantire le pari opportunità: i Rom continuano a trovarsi di fronte ad opportunità sfavorevoli in momenti chiave della loro vita, per esempio quando cercano un lavoro. Una gamma più ampia di politiche dovrebbe affrontare anche alcune delle situazioni di svantaggio nelle quali cresce una larga parte dei bambini Rom: accesso al lavoro, condizioni di vita dignitose ed accesso a servizi di qualità, per esempio in ambito sanitario.

Se i Paesi dell’Europa centrale vogliono prepararsi per l’invecchiamento e il declino demografico, devono iniziare dai loro cittadini più poveri e più vulnerabili. Contrariamente a quanto spesso si sente dire, affrontate la discriminazione e l’esclusione sociale ed economica della maggioranza dei cittadini Rom nell’Unione europea non è una missione impossibile. Esistono numerosi e incoraggianti esempi in tutta Europa che mostrano come politiche incisive ed inclusive negli ambiti educativo, occupazionale e dei servizi socio-sanitari, possano fare la differenza.

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Link all’articolo originale:
http://www.worldbank.org/en/news/opinion/2015/04/09/equal-opportunities-for-roma-an-economic-imperative-in-an-ageing-europe

Written by pierpaolocaserta

aprile 12, 2015 at 7:24 pm

Velo a doppio strato e disperazione. Alcune donne raccontano la loro vita sotto l’Isis

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donne raccontano vita sotto isis

Velo a doppio strato e disperazione. Alcune donne raccontano la loro vita sotto l’Isis

Mona Mahmood su The Guardian
17/02/2015

Le donne che vivono sotto il controllo dello Stato islamico in Iraq e in Siria stanno subendo in misura crescente dure restrizioni della libertà di movimento e relative all’abbigliamento, che vengono fatte rispettare rigorosamente dalla polizia religiosa e stanno suscitando il biasimo e l’afflizione dei musulmani moderati.

Le donne residenti a Mosul, Raqqa e Deir el-Zour hanno rilasciato al Guardian interviste che sono state condotte telefonicamente e via Skype, nelle quali hanno raccontato che le donne devono essere sempre accompagnate da un guardiano maschile, chiamato mahram, e sono obbligate ad indossare veli a doppio strato, abaya larghi e guanti.

Le loro testimonianze fanno seguito al “manifesto” dell’Isis , pubblicato questo mese, che chiarisce la “realtà della vita e l’esistenza santificata della donna nello Stato Islamico”. Vi si legge che le bambine possono sposarsi dall’età di nove anni e che le donne possono lasciare le loro abitazioni in circostanze eccezionali restando “nascoste e coperte dal velo”.

Sama Maher, 20enne residente a Raqqa, detenuta varie volte dalla polizia religiosa dell’Isis, nota con il nome di Hisbah, per aver violato le regole dell’Isis, dichiara: “E proibito per una donna di Raqqa o di Deir el-Zour uscire senza un mahram, un guardiano maschile. È un problema serio per me, non avendone alcuno, dal momento che siamo cinque sorelle.”

Nelle aree sotto il suo controllo, prosegue, l’Isis ha fatto chiudere le università. “Sono stata costretta ad interrompere i miei studi ad Aleppo perché non mi è permesso di attraversare il checkpoint senza un mahram e allontanarmi dalla città da sola, come facevo prima.”

I guardiani maschili sono soggetti a punizioni se le donne non si conformano al codice prescritto sull’abbigliamento. A Mosul, l’Isis ha pubblicato un atto, poche settimane dopo aver preso il controllo della città, che pone restrizioni ai movimenti delle donne ed impone obblighi relativi all’abbigliamento. Le donne sono state istruite ad indossare un velo nero in stile saudita a due strati, che nasconda gli occhi e un indumento largo progettato dall’Isis, perché alcuni abaya rivelerebbero i contorni del corpo.

In un primo momento molte donne si sono opposte agli ordini dell’Isis, ma hanno finito con l’adeguarsi quando si sono rese conto che rischiavano di essere picchiate, umiliate o sanzionate, e che anche i mariti potevano essere puniti. Ora gli uomini costringono le mogli e le figlie a restare a casa per evitare scontri con l’Hisbah [la polizia religiosa] che emana ordini via internet o diffondendo presso i negozi comunicati pubblici che ammoniscono contro la violazione delle norme islamiche nella città.

“Costringono le donne di tutte le età ad indossare il velo, nonostante la maggior parte delle donne di Mosul indossino già un hijab” – ci racconta Maha Saleh, 36enne, pediatra. La Hisba bastonerebbe sul capo una donna che fosse scoperta senza velo.

“Inizialmente, alcuni medici donna si sono rifiutati di indossare il velo, rimanendo a casa in segno di protesta. La Hisbah, allora, ha preso le ambulanze, è andata a prenderle a casa e le ha portate in ospedale a forza. Una mia collega, trovandosi da sola, all’interno della struttura, nel suo ambulatorio, pensò che non ci fosse nulla di strano a togliersi il velo. All’improvviso, due uomini della Hisbah fecero irruzione nella stanza e la redarguirono perché non indossava il velo, ammonendola che non si ripetesse.”

Link all’articolo originale:
http://www.theguardian.com/world/2015/feb/17/isis-orders-women-iraq-syria-veils-gloves?CMP=share_btn_fb

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Written by pierpaolocaserta

febbraio 22, 2015 at 4:25 pm

Pubblicato su diritti umani, The Guardian

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Il cardinale O’Brien paragona i matrimoni tra persone delle stesso sesso alla schiavitù

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Anche l’Inghilterra, che nel complesso è una società certamente più laicizzata di quella italiana, deve confrontarsi con il seme dell’intolleranza religiosa. Che, manco a dirlo, viene diffuso da un vescovo cattolico e prende a bersaglio i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Riporto di seguito, nella mia traduzione, i passaggi salienti di un articolo apparso su The Telegraph di oggi, che commenta la notizia (ppc).

Il matrimonio gay è come la schiavitù, ad affermarlo è un leader cattolico

 

L’esponente cattolico più anziano della Gran Bretagna ha condannato il matrimoni omosessuali definendoli una “aberrazione”, e paragonandoli alla schiavitù e all’aborto.

Il cardinale Keith O’Brien ha dichiarato che i paesi che legalizzano i matrimoni omosessuali “dovrebbero vergognarsi” perché vanno contro la “legge naturale” e non dovrebbero considerare i loro provvedimanti come una forma di “progresso”. Inoltre, ha dichiarato che le unioni tra persone dello stesso (…) condurrebbero all’ulteriore “degenerazione della società nell’immoralità.”

In una serie di dichiarazioni controverse, rilascate a BBC Radio 4, O’Brien ha dichiarato che se i matrimoni tra persone dello stesso sesso venissero legalizzati, “ulteriori aberrazioni avrebbero luogo e la società degenererebbe nell’immoralità, ancora più di quanto già non vi sia.”

L’intervista, condotta da John Humphries, ha fatto seguito ad un articolo del cardinale O’Brien pubblictao dal Sunday Telegraph, nel quale paragonava i matrimoni omosessuali alla schiavitù, scrivendo: “Immaginate per un momento che il governo decidesse di legalizzare la schiavitù, e tuttavia assicurasse che ‘nessuno sarà obbligato ad avere uno schiavo’. Tali rassicurazioni sevirebbero forse a placare la nostra rabbia? Giustificherebbero forse lo smantellamento di un diritto umano fondamentale? O non sarebbero, piuttosto, parole ambigue usate per mascherare un grande trorto?”

I suoi commenti incandescenti hanno suscitato sul social network Twitter le reazioni di chi lo ha condannato come bigotto ed incoerente, e qualcuno ha definito il suo un “discorso d’odio”.

Un utente, tal Sam Whyte, scrive: “Accendendo la radio ho creduto di trovarmi negli anni ‘50”

Un altro, Sophie Atherton, dice: “Cardinale Keith O’Brien, sei TU a gettare vergogna sul Paese con le tue opinioni bigotte ed arcaiche.”

Ma c’è anche chi, come, F R Hill, scrive: “Per fortuna lì fuori c’è qualcuno che dice cose vere e sensate, ben detto Cardinale.”

Articolo originale qui

Written by pierpaolocaserta

marzo 5, 2012 at 11:16 am

L’Islam in Germania

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di Hamideh Mohagheghi (giurista, iraniana, vive da 25 anni in Germania. Dopo una formazione islamica ad Amburgo lavora in diverse organizzazioni attive nel campo del dialogo interculturale e interreligioso. È inoltre membro del Consiglio di amministrazione di “HUDA, Rete per le relazioni fra donne musulmane e.V. [=associazione registrata]”)

http://www.al-sakina.de/inhalt/artikel/amg/mohagh/mohagh.html

(traduzione dal tedesco di José F. Padova)

 Attualmente in Germania vivono circa 3 milioni di musulmani, gran parte dei quali da oltre 50 anni. La presenza di musulmani in Germania e la considerazione del loro modo religioso di vivere ha una tradizione ancora più antica, una tradizione poco conosciuta e argomento più che altro di alcuni libri di storia che interessano ben poche persone. L’attuazione di possibili sviluppi sulle questioni religiose, che più di un secolo fa era cosa ovvia, oggi sembra talvolta trovarsi di fronte a grandi problemi.

1. Evoluzione storica

Nella storia l’incontro con i musulmani risale a molto tempo addietro. Già Carlo Magno (nell’ottavo secolo) intrattenne buoni contatti con Bagdad, allora centro del califfato islamico. Erano soprattutto rapporti commerciali l’occasione per scambi amichevoli di doni e di inviati straordinari. Il fatto che Carlo Magno facesse allo stesso tempo guerra contro gli arabi in Spagna non pregiudicò le buone relazioni col califfato islamico di Bagdad.

Negli anni 1713-1740 furono messi a disposizione del re di Prussia, Federico Guglielmo I, venti soldati turchi. Per loro il re fece edificare a Potsdam, nelle vicinanze della Nuova Chiesa Militare (la chiesa della guarnigione), una sala che servisse come moschea. Per il re era importante che i “suoi mohammadaner [=maomettani], come li chiamava, potessero adempiere i loro obblighi religiosi.

Quando a Federico II, nel 1740, venne chiesto se nella città protestante fosse possibile a un cattolico ottenere i diritti di cittadinanza, la risposta fu: «Tutte le religioni sono uguali e buone soltanto se le persone, che vi si riconoscono, sono persone oneste; e se venissero i turchi e volessero vivere qui nel nostro Paese, allora costruiremo per loro le moschee».

Questa asserzione di 250 anni fa dimostra l’accettazione e il rispetto verso i seguaci di altre religioni. Ci si impegnava a rendere possibili le loro consuetudini di vita religiosa anche se essi si fossero fermati qui soltanto per un tempo limitato. L’affermazione «Tutte le religioni sono uguali e buone» contiene un importante riconoscimento, che ci aiuterebbe tutti ad aprire al dialogo.

Nel 1807 vi furono musulmani tedesco-prussiani che servirono nelle campagne militari di Federico il Grande. Commercianti, diplomatici, ricercatori, scrittori e scienziati tedesco-prussiani, che avevano contatti con musulmani, consideravano loro stessi come «ponte fra Occidente e Oriente».

 A Damasco, nel 1898, il kaiser Guglielmo II spiegava al sultano che in tutti i tempi il kaiser tedesco sarebbe stato il re degli amici del sultano e dei maomettani. E mantenne la sua promessa nel 1914, facendo erigere una moschea per i prigionieri musulmani a Wunsdorf presso Zossen (Brandeburgo), con un minareto alto 23 metri e a un’ora circa di strada un cimitero militare musulmano. Dopo la Prima guerra mondiale questa moschea servì ai musulmani berlinesi come primo luogo di preghiera (nel 1924 fu chiusa per il pericolo di crollo e abbattuta nel 1925/26).

La prima proprietà terriera islamica sul suolo tedesco fu un cimitero. Quando il 29 ottobre 1798 morì l’inviato e ambasciatore turco alla Corte berlinese, Ali-Aziz effendi, il re Federico Guglielmo III acquistò un terreno ad Hasenheide in Blucherstrasse, destinato ad accoglierne la tomba. Proprietario di questo terreno fu fin dal principio l’Impero osmanico (nel 1866 il cimitero fu trasferito al Demewitz-Friedhof).

Le iniziative prima ricordate erano quasi sempre avviate da un re, che si sentiva responsabile del benessere dei suoi sudditi. È degno di nota che i sovrani si ponessero così ampiamente nella situazione personale dei credenti di altre fedi e rendessero loro possibile la pratica delle loro consuetudini religiose. Questioni la cui gestione al giorno d’oggi è in parte presentata come molto problematica, si pensi a esempio alla costruzione di moschee o all’apertura di cimiteri musulmani, che allora erano considerate evidentemente cosa ovvia, nonostante il numero dei musulmani fosse così limitato.

Nel 1922 fu fondata a Berlino da Maulana Sadruddin, un imam indiano, la prima comunità islamica organizzata. Due anni dopo la comunità fu in grado di aprire una moschea a Berlino Wilmersdorf, la prima che i musulmani abbiano costruito da soli. Fino al 1945 fu il centro della vita islamica in Germania. Qualche anno dopo, nel 1927, fu fondato sempre a Berlino l’Istituto Centrale Archivio Islam, ancor oggi attivo nella sua sede.

Nel 1932 sessanta musulmani, profughi dall’Unione sovietica, insieme ad altri loro correligionari tedeschi, fondarono a Berlino una sezione germanica del Congresso mondiale islamico, sotto il cui tetto si riunirono nel 1933 tutte le associazioni musulmane. Questa sezione costituì, con un Simposio islamico, la prima istituzione per la formazione musulmana, alla quale fu affidato l’insegnamento religioso per i bambini musulmani. Il Simposio islamico fa oggi parte dell’Istituto Centrale Archivio Islam per la Germania.

Il Consiglio islamico per la Repubblica federale tedesca, un’associazione registrata nel 1986, si distingue oggi come il successore giuridico del Congresso mondiale islamico in Germania.

Secondo le statistiche, all’inizio del XX secolo(nel 1924) vivevano in Germania 3.000 musulmani, dei quali 260-300 erano di origine tedesca. Questo piccolo numero di musulmani aveva a disposizione considerevoli organizzazioni, anche parzialmente attive nel campo del dialogo e del reciproco scambio culturale fra intellettuali, filosofi e scienziati. I musulmani che vivevano in Germania erano in gran parte commercianti, membri di accademie, ricercatori e scrittori. Naturalmente a questo livello avevano luogo incontri con appartenenti a fedi diverse, mentre per la vasta massa della popolazione tedesca essi erano persone esotiche, conosciute dai racconti delle Mille e una notte. Le loro moschee e organizzazioni erano qualcosa di particolare, poste com’erano sotto la personale protezione del kaiser, privilegi compresi. Erano certamente di un’altra religione, ma non rappresentavano alcuna minaccia per la società locale.

 2. I musulmani in Germania dal 1960 in poi

Questo quadro si modificò dopo la Seconda guerra mondiale, quando dalla Turchia, improntata dall’Islam, furono fatti arrivare i primi «Gastarbeiter», i lavoratori stranieri, per la ricostruzione della devastata Germania del dopoguerra. Persone che all’inizio erano state ingaggiate come forza lavoro, persone che certamente erano viste soltanto come lavoratori e stranieri. Questa idea potrebbe così essere intesa: il datore di lavoro era contento di essersi assicurato questa forza lavoro per la ricostruzione, ma si rallegrava anche nell’intimo perché presto o tardi il Gast, l’ospite, sarebbe tornato a casa sua! Il Gast si sentiva qui come una forza, che sarebbe funzionata bene e altrettanto bene avrebbe potuto guadagnare, per avere in seguito nel suo Paese una vita migliore. Questo inespresso pensiero rese possibile una vita “l’uno accanto all’altro, senza mostrare molto interesse per il rispettivo modo di vita.

 I tedeschi presero atto del fatto che queste persone non mangiavano carne di maiale e non bevevano alcol, un’informazione più approfondita rendeva noto che esse pregavano cinque volte al giorno e una volta all’anno digiunavano. I lavoratori stranieri musulmani si sforzavano per trovare cibo che non comprendesse carne suina e alcol. Dopo il lavoro si ritiravano se possibile soltanto con i loro connazionali in luoghi comuni di riunione, per non cadere nella tentazione di perdere le loro consuetudini tradizionali. Così il loro interesse per il Paese che li ospitava, per la sua gente e la sua lingua era molto ridotto. Qui essi potevano continuare a vivere nella tradizione e nel modo di vita che avevano portato con loro, senza dare troppo nell’occhio. Negli spazi dedicati alla preghiera, inizialmente negli angoli più nascosti dei cortili della Germania, questi lavoratori-ospiti avevano costruito un pezzo della loro patria in terra straniera. Poiché avevano poco o nessun contatto con i loro colleghi di lavoro, questi spazi di preghiera e i loro negozi di alimentari, che sempre più si aprivano, rimasero a lungo invisibili per la società tedesca.

 Le prime immagini appariscenti furono quelle portate con loro dalle mogli dei lavoratori stranieri. Le donne munite di foulard e sovente vestite di colori inconsueti cambiarono l’immagine familiare delle strade tedesche. Donne, il cui modo di vivere e la cui posizione sono ancor oggi fra gli argomenti più discussi… La vita di queste persone suscitò improvvisamente curiosità e soprattutto compassione, cosa che dapprima si espresse in sguardi meravigliati. Nell’economia privata queste donne poterono assumere soprattutto quei lavori per i quali era difficile trova mano d’opera, come per esempio i lavori di pulizia.

 Sotto l’ala protettrice di queste donne crebbe la nuova generazione, che qui non si sentiva più come ospite. I giovani erano nati qui e attraverso la scuola, lo studio e la formazione avevano maggiori contatti, anche se ancora a distanza, con la società tedesca. L’educazione tradizionale e le paure, che i loro genitori provavano verso un ambiente ancor sempre sconosciuto, condussero a particolari modi di comportarsi, che in parte erano incomprensibili. Regole di comportamento basate sulle specifiche sensibilità religiose, come per esempio esclusione dei ragazzi [musulmani] dalle gite scolastiche, esonero dalle lezioni di educazione fisica e scarsi contatti con i compagni al di fuori del tempo passato insieme a scuola, erano e sono ancora oggi vistosi segni distintivi delle persone che si chiamano musulmani. I problemi, che emergono relativamente a questi temi, hanno portato i musulmani in una posizione difensiva della loro propria fede. Dialoghi pervasi da emozioni sono stati di poco aiuto per una maggiore comprensione reciproca, ma furono l’inizio di un nuovo tipo di contatti e di vita in comune.

 In Germania il dialogo fra religioni ha una lunga tradizione, tuttavia, svolgendosi per lo più fra teologi e filosofi, aveva limitato effetto sulla vita quotidiana e sui rapporti interpersonali. Così l’Islam rimase per la maggior parte dei tedeschi una religione sconosciuta, della quale si inizia ora a fare conoscenza attraverso il modo di vivere dei musulmani che qui abitano.

 Nel frattempo vivono qui oltre 3 milioni di musulmani, dei quali oltre il 70% sono “Gastarbeiter” venuti dalla Turchia. Perciò in Germania è l’immagine impressa dall’Islam praticante che caratterizza il modo di vivere di queste persone. Un modo di vivere che per i tedeschi appare spesso incomprensibile, estraneo e arretrato.

3. L’Islam politico

La rivoluzione in Iran alla fine degli anni 70 e le immagini sui media, che rappresentavano per lo più un Islam terribile e fanatico, fornirono un nuovo quadro dell’Islam e dei musulmani, un quadro politico. Le corrispondenze giornalistiche e le generalizzazioni, fatte proclamando che tutti i musulmani pensano e agiscono così, e la diffusione dell’idea che i musulmani avrebbero di creare nel mondo uno “Stato di Dio”, fomentò preoccupazioni e paure. Queste rappresentazioni e le pubblicazioni, che improvvisamente inondarono il mercato, soprattutto libri di scrittori noti che si presentavano come conoscitori dell’Islam e dell’Oriente, posero le basi delle paure.

Si divenne attenti e scettici verso i musulmani che qui vivevano e le loro organizzazioni, che per l’aumento del numero di musulmani erano diventate naturalmente più numerose e visibili. Si vide in ogni musulmano un potenziale fondamentalista in senso negativo e ci si sentì minacciati dal pericolo che anche qui in Germania sorgesse un cosiddetto Stato teocratico come in Iran o Afghanistan!.

4. I musulmani in Germania oggi

I musulmani che vivono qui non danno di sé un’immagine uniforme. Essi sono individui, che hanno differenti modi di vedere secondo la loro educazione, formazione e Paese d’origine. La giovane generazione, che pratica consapevolmente la propria religione, se ne dà pensiero e approfitta della chance di trovare la propria strada al di fuori dei confini di tendenze tradizionali. Per essi la Germania è diventata la patria, sia per la cittadinanza tedesca, sia per la pluriennale permanenza qui.

Dei circa 3 milioni di musulmani, che vivono attualmente in Germania, sempre più numerosi saranno coloro che diverranno cittadini di questo Paese, dove già oggi si contano circa 250.000 musulmani di discendenza tedesca. Essi sono cittadini tedeschi e secondo le norme della Costituzione hanno il diritto di vivere secondo il loro credo religioso. Secondo l’art. 4.1 della Costituzione Federale,  la libertà delle professioni di fede religiose e di visione del mondo sono inviolabili.” E nel medesimo articolo si aggiunge:  Viene garantita la pratica religiosa inviolabile. In questo senso avevano agito già i re e i kaiser. Vi è da riflettere sul perché nel nostro tempo, nonostante l’avvicinamento fisico di persone di culture e religioni differenti e del profluvio di informazioni su altri popoli, sorgono sempre difficoltà quando le persone vogliono vivere secondo la loro fede.

Per i molti musulmani che vivono in Germania è evidente il dover riconsiderare la loro religione indipendentemente dalle tradizioni, riscoprendola.

Da alcuni anni è aumentato da tutte le parti l’interesse di aprirsi reciprocamente e sapere maggiormente dell’altro. Tutto ciò si manifesta negli incontri personali e nei diversi settori lavorativi, ma anche nel rispetto delle pratiche, dei rituali e delle festività delle altre religioni. Uffici divini comuni e multireligiosi e festività in diverse occasioni sono importanti passi per l’avvicinamento e rendono possibile la partecipazione di musulmani in svariati settori della società civile. Tuttavia non è ancora diventata normalità una vita senza problemi e libera da pregiudizi. Gli avvenimenti devastanti dell’11 settembre e le relative conseguenze hanno portato in questo sviluppo un cambiamento che deve essere visto nei suoi lati sia negativi che positivi.

In questa evoluzione è negativo che, come spesso si sente esprimere, la situazione dei musulmani in Occidente sia mutata drasticamente. Sono numerose le notizie di dichiarazioni sprezzanti sui musulmani e anche i soprusi sono fino a oggi numerosi. Nonostante questi atti siano diminuiti, i musulmani avvertono di essere visti e osservati con altri occhi. Nel nostro tempo gli innumerevoli mezzi di comunicazione svolgono un ruolo decisivo nella formazione delle opinioni, delle valutazioni e dei pregiudizi. Influisce sulla nostra percezione l’accettazione acritica delle notizie e il fascino di filmati e fotografie. Per questo motivo è apprezzato che accanto alle numerose rappresentazioni negative comincino a essere visti anche resoconti e film documentari imparziali e obiettivi, pur se in quantità molto modesta.

Con riferimento ai fatti dell’11 settembre le parole “islamico” e “musulmano” sono usate tanto sovente che il termine “terrorismo” e “terroristi” senza quell’aggettivo appare inimmaginabile. Questo, insieme alle notizie [come vengono presentate] conduce a che i musulmani (le donne coperte dal velo o gli uomini barbuti con la pelle scura) non raramente siano visti come persone sospette e terroristi potenziali, che aspettano soltanto l’occasione buona! Per i musulmani ciò significa: dover dimostrare continuamente di essere invece leali cittadini di questo Paese, e anche coloro che vivono in Germania da lungo tempo e hanno dimostrato nella pratica quotidiana la loro lealtà civica vengono tutti insieme marchiati a fuoco come potenziali «persone sospette». Questo porta a insicurezza e impedisce non raramente una costruttiva e confidente vita gli uni con gli altri.

Il lato positivo è che durante questo tempo il numero dei convegni sull’Islam è aumentato all’improvviso. Questi convegni sono importanti pietre miliari per la reciproca conoscenza e per saperne vicendevolmente di più. Si spera da questa evoluzione positiva che si faciliti e si favorisca una vita nella pace reciproca, nonostante le diversità esistenti.

Non è nell’interesse del dialogo mettere fra parentesi le diversità o praticare il livellamento. La religiosità e la convinzione nel proprio credo sono un importante fondamento per il dialogo interreligioso. La convinzione che la propria via sia l’unica giusta e l’unica verità, appaiata alla mancanza di disponibilità ad accettare persone di altre fedi con e nella loro religione, purtroppo blocca spesso la disposizione ad ascoltare gli altri e con ciò la possibilità di comprendersi vicendevolmente. Per il momento le persone sono curiose e assetate d’informazione, è da desiderare e sperare che anche gli scambi di idee proseguano concreti e utili!

Le pratiche religiose quotidiane dei musulmani in Germania, che appaiono esteriormente e pubblicamente, costituiscono il tema principale delle discussioni. Per molti musulmani però è importante discutere anche su altri temi, che riguardano tutte le persone. La problematica dell’ambiente, i valori etici nella scienza e nella ricerca, la giustizia sociale e la politica sono tra l’altro argomenti sui quali i musulmani vogliono scambiare idee, insieme con chi professa altre fedi e vive qui con loro,.

La maggior parte dei musulmani cerca di integrarsi in questa società, nella quale considerano di trovarsi a casa loro e in cui tuttavia appartengono a una minoranza. Integrazione non può né deve significare assimilazione e in nessun caso condurre alla rinuncia della propria identità. Il fine comune di noi tutti è di poter vivere gli uni con gli altri in pace e letizia. In questo le molteplici religioni e culture, con i loro contenuti di saggezza accumulati nei millenni passati, possono dare un grande aiuto. Negli ultimi anni si sono raggiunti alcuni successi, ma io vedo alcuni punti che rendono difficile la nostra strada verso l’avvicinamento.

Un’affermazione, che mi ha sconcertato durante una delle mie conferenze in questa materia, è stata la dichiarazione di un Pastore: “Non possiamo condurre alcun dialogo con i musulmani, perché il loro dio è altro dal nostro. È un dio punitivo e crudele, che non prova alcun amore per le sue creature”. Similmente a questa presa di posizione vi sono purtroppo anche musulmani che dicono: “I cristiani non sono monoteisti, perché credono in tre dei, con loro non possiamo avere alcun dialogo”. Le due affermazioni portate a esempio fanno capire perché nessun auspicabile avvicinamento è stato raggiunto, nonostante contatti durati anni. Il motivo di questa mancata disponibilità all’accettazione sta forse in pregiudizi profondamente radicati? Sono forse i conflitti bellici nel corso della storia che ci tengono staccati gli uni dagli altri? O è forse la strumentalizzazione della religione che ci fa dimenticare le cose umane e ideali?

Senza dubbio vi sono motivi sociali, politici, personali e anche teologici che ci dividono, nonostante la nostra affinità. Spetta a noi, che viviamo assieme in questo Paese, esaminare gli elementi che dividono e uniscono, se vogliamo essere leali e sinceri – nella nostra religione, nei confronti del Creatore e delle sue creature – e anche e in primo luogo giusti, se siamo diversi e di altra religione. Con il desiderio di dialogo e d’integrazione sono aumentate anche la disponibilità all’organizzazione e al collegamento in rete dei musulmani e all’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione. Così è sorto nel 1994 il “Consiglio centrale dei musulmani in Germania”, sul cui sito Internet – come anche su quelli di altre associazioni e istituzioni – si possono leggere le seguenti introduzioni.

Il “Consiglio centrale dei musulmani in Germania” e un’unione di vertice delle organizzazioni centrali islamiche in Germania. Si pone come base di discussione e operatività dei suoi membri e assume il compito di partner per un dialogo e come interlocutore dello Stato tedesco, dell’Amministrazione e degli altri settori della società. Vuole rappresentare gli interessi comuni dei suoi membri nei confronti delle Autorità e in loro nome chiedere il rispetto dei diritti che spettano loro come comunità religiosa.

Anche le donne musulmane da qualche anno sono attive e cercano la loro via. Così sono sorte organizzazioni di donne che si adoperano in diversi campi. Come cofondatrice di una di queste associazioni vorrei qui, prima di chiudere, riferire brevemente. La rete HUDA per le donne islamiche è un’associazione regolarmente registrata. I membri sono soprattutto donne tedesche islamiche. Abbiamo cominciato con la pubblicazione di una rivista in lingua tedesca, che esce 5 volte l’anno. Essa ha il compito di essere un forum per donne musulmane e di fornire loro la possibilità di raccontare le loro esperienze e i loro interessi. All’inizio lo scopo era di motivare le donne musulmane a parlare di argomenti importanti per loro in questa società, scambiare idee fra loro e informarsi.

L’associazione lavora al momento con altre organizzazioni femminili, sia musulmane che di altro genere, che agiscono per i diritti della donna in tutto il mondo, per esempio Terre des femmes, che si occupa fra l’altro dell’abolizione delle mutilazioni femminili. Da un anno abbiamo creato in collaborazione con l’Istituto per la pedagogia e la didattica internazionali una “officina coranica”, in cui i bambini apprendono come poter lavorare con il Corano. Oggi la rivista non è più esclusivamente una ribalta per lo scambio di esperienze ma racchiude anche temi attuali, importanti per tutte le persone e visti dal punto di vista islamico.

Written by pierpaolocaserta

maggio 26, 2011 at 9:00 pm

Rom: la Commissione europea rinuncia alla procedura contro Parigi

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La Commissione europea ha annunciato martedì 19 ottobre di aver rinunciato ad aprire una procedura d’infrazione contro la Francia per il mancato rispetto della legislazione a seguito dei rimpatri dei rom, dopo aver ricevuto rassicurazioni da Parigi sull’applicazione della legislazione dell’UE .

Secondo una fonte europea, il Commissario europeo alla Giustizia, Viviane Reding, ha dichiarato “sufficienti” le garanzie offerte la scorsa settimana da Parigi, su richiesta di Bruxelles, di modificare la legge per far rispettare la legislazione europea del 2004 sulla libera circolazione dei cittadini europei, “Il processo di valutazione delle contromisure francesi è stato completato e la Reding è giunta alla conclusione che esse sono conformi alle richieste della Commissione”, ha detto la fonte. Martedì mattina, Nicolas Sarkozy si è dichiarato “molto soddisfatto” per l’atteggiamento del commissario.

All’interno dell’esecutivo UE la critica più aspra contro la Francia è stata mossa proprio dalla Reding .Il testo del 2004 impone rigorose garanzie procedurali per i cittadini rimandati in patria, come nel caso dei Rom rumeni e bulgari che hanno dovuto lasciare la Francia a partire da agosto. Tuttavia, la Reding intende continuare la sua indagine su un altro risvolto: dei sospetti di pratiche discriminatorie nei confronti dei rom allontanati in agosto . Quindi, a questo punto, non è ventilata alcuna minaccia di procedura di infrazione e la volontà è chiaramente quella di moderare l’esecutivo Ue, deputato a garantire la corretta osservanza dei trattati.

Fonte: Le Monde

Traduzione di Francesca Gallo

Written by pierpaolocaserta

ottobre 19, 2010 at 5:44 pm

Amnesty International: l’UE ha chiuso un occhio sulla discriminazione dei rom

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L’Unione europea è stata accusata oggi di aver”chiuso un occhio” mentre diversi paesi europei attuavano un’ondata di espulsioni e introducevano una nuova legislazione avente come obiettivo  i rom.

I gruppi in difesa dei diritti umani hanno criticato la UE per non essere riuscita a concentrarsi sui veri problemi portando la più numerosa minoranza etnica d’Europa ad emigrare, in primo luogo, e per aver scelto di non redarguire i paesi che hanno violato sia le leggi nazionali che quelle della UE per il trattamento loro riservato.

Le critiche sono arrivate dopo che la Francia ha annunciato che avrebbe  radunato ed espulso gli immigrati rom illegali e distrutto centinaia dei loro campi.

Altrove,è emerso che la città di Copenhagen ha richiesto l’assistenza del governo danese per espellere oltre 400 Rom, e che la polizia svedese ha espulso dei rom in violazione della proprie leggi e di quelle dell’UE.

In Belgio una carovana di 700 Rom è stata cacciata via dalle Fiandre e costretta ad accamparsi nel sud, nella Vallonia di lingua francese.

L’Italia, che nel 2008 ha dichiarato lo stato d’emergenza per la presenza dei rom, sfrattandone migliaia, principalmente verso la Romania e la Bulgaria, ad oggi sta continuando a portare avanti la stessa politica.

La Germania è in procinto di rimpatriare migliaia di bambini e adolescenti rom verso il Kosovo, malgrado gli ammonimenti che dovranno fronteggiare discriminazione, terrificanti condizioni di vita, mancanza di accesso all’istruzione e anche problemi linguistici, perché molti di loro sono nati in Germania e non parlano serbo a albanese.

Nei paesi dell’est europeo che sono membri UE,come Repubblica Ceca, Ungheria Slovacchia, Romania e Bulgaria, sono riferiti numerosi episodi di diffusa discriminazione contro i Rom, compresi attacchi fisici.

Secondo Amnesty International l’UE avrebbe “chiuso un occhio” su quello che ha definito una “seria violazione dei diritti umani”nei confronti dei Rom d’Europa, il cui numero è stimato approssimativamente in 16 milioni.

“Esiste un programma chiaro e sistematico da parte dei governi dell’UE di colpire i rom,” sostiene Anneliese Baldaccini, avvocato presso la sede UE di Amnesty.

Lo European Roma Rights Centre (ERRC), con sede a Budapest, che monitora la situazione dei rom in Europa, ha invitato la UE ad essere molto più chiara nello “specificare agli Stati membri “gli esatti requisiti della legge sulla libertà di movimento”.

Secondo Robert Kushen, direttore esecutivo dell’ERRC “Povertà, discriminazione e una serie di altre cose rende la vita insopportabile per i rom nei loro paesi d’origine,”. “Gradiremmo un forte coinvolgimento dell’UE per risolvere alcuni di questi problemi” ha affermato.

Il gruppo promotore della campagna ha risposto così alla Commissione europea, che in settimana aveva insistito che il problema deve essere gestito dagli Stati membri.

Secondo Matthew Newman, portavoce del commissario europeo per la Giustizia Viviane Reding.”per quanto riguarda i rom e la possibilità di espellerli, questo è una questione che dipende dagli Stati membri – in questo caso la Francia – e sta a loro decidere in che modo applicheranno la legge,”

Il presidente francese Nicholas Sarkozy è stato accusato questa settimana di portare avanti una stretta”xenofobica” e “discriminatoria” sui 400.000 gitani, rom e sinti– molti dei quali hanno la cittadinanza francese.

Il ministro dell’Interno Brice Hortefeux ha annunciato nuove misure, compreso lo smantellamento di circa 300 campi e l’espulsione “quasi immediata” in Romania o Bulgaria dei rom con precedenti penali.

Secondo Amnesty l’Unione europea dovrebbe punire i paesi che hanno insistentemente mancato di rispettare i diritti dei rom. Tra le misure più dure applicabili secondo la Carta dei diritti fondamentali entrata in vigore lo scorso anno con il Trattato di Lisbona, vi è il ritiro del diritto di voto, e persino l’espulsione dall’Unione.

“Secondo il Trattato di Lisbona, l’UE…ha la responsabilità di indirizzare i diritti umani all’interno dei 27 Stati membri,” afferma Susanna Mehtonen, dirigente di Amnesty per gli affari legali nell’Unione europea

I gruppi promotori della campagna sostengono che il mancato intervento da parte dell’UE chiama in causa il suo impegno nei confronti della Carta dei diritti fondamentali entrata in vigore lo scorso anno con il passaggio del Trattato di Lisbona ed è stato salutato come una “nuova alba” dei diritti umani in Europa.

Hanno accusato Bruxelles di vigliaccheria quando si tratta dei rom. Pur non avendo alcuna competenza per difendere i diritti dei gay, either, spesso la Commissione è stata pronta a criticare la legislazione omofobica nell’Europa dell’est – largamente perché, si ritiene, i diritti dei gay sono accettati nei paesi dell’Europa occidentale, diversamente dai diritti dei rom.

Leigh Phillips, Kate Connolly e Lizzy Davies su The Guardian, 30/07/2010

Articolo originale qui

Written by pierpaolocaserta

agosto 5, 2010 at 4:34 pm

Un appuntamento di lavoro

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Gheddafi+Berlusconi
Rachel Donadio, “Qaddafi Pays a Business Call to Berlusconi”: The New York Times, 10/6/2009

Mercoledì l’Italia è venuta a patti con il suo passato colonialista in una conferenza stampa per certi aspetti surreale con due dei politici più coloriti del mondo, il primo ministro Silvio Berlusconi e il leader libico, il colonnello Muammar Gheddafi.

Il colonnello Gheddafi è giunto a Roma mercoledì per un viaggio di quattro giorni, una delle sue poche visite in occidente, da quando, nel 2003, sono state revocate le sanzioni economiche, dopo che la Libia aveva accettato di denunciare il terrorismo e pagare un miliardo e mezzo di dollari ai parenti delle vittime del volo Pan Am 103.

La sua visita arriva pochi mesi dopo che l’Italia ha convenuto di pagare alla Libia circa 5 miliardi di dollari a titolo di risarcimento, formalmente come clausola di un trattato teso a sanare le ferite coloniali, ma di fatto finalizzato ad agevolare gli affari e a contenere l’immigrazione illegale.

Con delle osservazioni piuttosto sconnesse, il colonnello Gheddafi ha elogiato l’Italia definendola“l’unico Stato colonialista” che ha “ripulito il suo passato dalle politiche espansioniste e colonialiste” Berlusconi, che è apparso ora annoiato ora esuberante, ha salutato “una nuova era di pace amicizia e collaborazione” tra i Paesi.

In uno dei meno notevoli episodi di colonialismo in Europa, l’Italia ha governato la Libia dal 1911 al 1943.

Poco prima,Berlusconi aveva accolto il Colonnello Gheddafi all’aeroporto romano di Ciampino dove il leader nordafricano è arrivato accompagnato dal suo seguito di guardie del corpo femminili, ormai un marchio di fabbrica, definite “Amazzoni” dai media italiani.

Nelle ultime settimane, lo stesso Berlusconi è stato nell’occhio del ciclone per il suo presunto seguito di donne, in particolare per la natura della sua relazione con una 18enne L’intenso monitoraggio è stato visto come uno dei motivi che è costato alla sua coalizione diversi punti percentuali alle elezioni per il Parlamento europeo dello scorso fine settimana, che in ogni caso ha vinto.

Mercoledì si è tornati di nuovo al punto.

Il colonnello Gheddafi è arrivato con una provocazione applicata su un risvolto della sua ampia uniforme militare, una fotografia in bianco e nero di uno dei leader della resistenza libica, Omar al-Mukhtar, impiccato dagli italiani nel 1931. “Questa impiccagione è come la crocifissione di Cristo per I Cristiani” ha dichiarato il Colonnello Gheddafi alla conferenza stampa. “Per noi questa immagine ha più o meno lo stesso significato della croce che alcuni di voi indossano”.

Ma l’Italia ha in menti obiettivi pratici. La crisi finanziaria ha portato alcune aziende italiane di punta, come l’Unicredit e l’ENI, a fare affidamento in misura crescente sulla Libia. Dunque, in cambio dei 5 miliardi di dollari a titolo di risarcimento che si aspetta di ricevere nell’arco di una ventina d’anni, la Libia fornirà all’Italia più petrolio agevolerà le aziende italiane che vorranno fare affari in quel Paese e metterà le aziende italiane “al primo posto” nelle gare per vincere appalti per le infrastrutture, come ha dichiarato Berlusconi.

Berlusconi ha inoltre elogiato la Libia per la stretta sull’immigrazione illegale.

Il Colonnello Gheddafi, da parte sua, ha rimuginato alcune osservazioni sul colonialismo e sull’immigrazione. Ha dichiarato che l’Italia dovrebbe cercare di comprendere “l’attrattiva dell’Europa” per molti africani. “Non hanno identità,” ha aggiunto. “Vengono dalla foresta, dicono, Al nord ci sono soldi, andrò in Libia, e da lì in Europa.’ ”

Attualmente presidente dell’Unione Africana, il Colonnello Gheddafi governa la Libia dal 1969. Le credenziali dispensate mercoledì durante la conferenza stampa lo definiscono come “il leader della rivoluzione.”

Non ha ricevuto esattamente l’accoglienza di un eroe. Dopo che i politici di sinistra hanno protestato contro l’inosservanza dei diritti umani da parte della Libia, il discorso del Colonnello Gheddafi ai senatori italiani è stato spostato in un vicino edificio .

Gli studenti hanno dichiarato il suo discorso previsto all’Università “La Sapienza” e anche la comunità ebraica ha rumoreggiato sulla visita del colonnello. Molti ebrei fuggirono in Italia dopo essere stati espulsi dalla Libia nel 1967, e molti di loro ancora chiedono la restituzione delle proprietà confiscate.

A Roma, il Colonnello Gheddafi ha piantato la sua tenda beduina in un parco pubblico, Villa Doria Panfili. Su sua richiesta, venerdì dovrebbe incontrare 700 donne italiane appartenenti al mondo degli affari e della cultura, un incontro organizzato dal ministero delle pari opportunità.

Written by pierpaolocaserta

giugno 12, 2009 at 8:17 am

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