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Pari opportunità per i Rom d’Europa: un imperativo economico in un’Europa che invecchia

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L’inclusione dei Rom non è solo un diritto umano ma anche un imperativo economico. Lo sostiene una recente relazione della Banca mondiale.

I Paesi dell’Europa centrale spiccano nell’Unione europea per una popolazione che sta invecchiando ed arretrando più rapidamente e si sta riducendo in modo differente rispetto ai loro vicini. Diversamente dall’Europa occidentale, dove l’invecchiamento è da ricondursi principalmente all’aumento della longevità, i Paesi dell’Europa centrale (e i Paesi baltici) stanno invecchiando soprattutto a causa della bassa fertilità e dell’emigrazione. Il cambiamento demografico è notevole: per esempio, la Bulgaria ha visto la sua popolazione ridursi di oltre il 15% dal 1990, Romania e Ungheria di oltre il 5%. Le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite evidenziano che la tendenza dovrebbe proseguire e persino intensificarsi. La diminuzione della forza lavoro mette a rischio la crescita economica e contribuisce ad innalzare la pressione fiscale.

Secondo una recente relazione della Banca Mondiale, i Paesi dell’Europa centrale possono rispondere a queste criticità promuovendo un invecchiamento attivo, in buona salute e produttivo. Il cuore della risposta politica è investire nelle persone per far sì che i gruppi presenti e futuri abbiano competenze adeguate e siano in buona salute, in modo che un numero maggiore di persone sia al lavoro e sia in grado di lavorare più a lungo.

I Paesi dell’Europa centrale la cui popolazione invecchia o si riduce possono far meglio sulle attività occupazionali, sulla salute e sulle competenze delle loro popolazioni.

Ciò è ancor più vero per i cittadini Rom, che sono tra gli europei più poveri e vulnerabili, esposti a povertà, esclusione e discriminazione. I Rom della Bulgaria, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Romania e della Slovacchia in media sperimentano una disoccupazione più elevata e più lavoro informale e precario rispetto ai non-Rom. Inoltre, i loro figli imparano meno e abbandonano la scuola prima; vivono in condizioni di salute peggiori e hanno condizioni di accesso peggiori ai servizi sanitari. L’indagine della Banca Mondiale dimostra che questa disparità non è il risultato di una mancanza di impegno [nell’integrazione]: dalle dichiarazioni dei Rom emergono infatti aspirazioni analoghe a quelle dei loro concittadini non-Rom. La differenza è che non hanno le stesse opportunità.

L’invecchiamento e il declino demografico comportano che garantire pari opportunità ai Rom non rappresenti soltanto un imperativo sociale e morale, fortemente radicato nei valori europei, ma anche una necessità economica: in parole povere, con il declino della popolazione in età lavorativa, nessun Paese si può permettere il lusso di lasciare inattive o marginali parti estese della sua popolazione. Ciò è ancor più vero ove si consideri che la popolazione Rom è in aumento, diversamente dalla corrispondente popolazione aggregata del Paese in questione, e rappresenta una quota crescente di coloro che si immettono nel mercato del lavoro.

Venticinque anni e più di analisi hanno mostrato che le diseguaglianze tra Rom e non-Rom iniziano presto. In alcuni casi sono il riflesso delle situazioni familiari. Per esempio, un bambino Rom ha probabilità molto maggiori di crescere in un nucleo familiare che si trova al fondo della distribuzione del reddito, o che abbia genitori con scarsa o nessuna scolarizzazione. Altre fonti di diseguaglianza sono la conseguenza di scarse opportunità, per esempio l’accesso a beni e servizi primari quali l’istruzione o adeguate condizioni di vita, indispensabili non solo per realizzare le proprie potenzialità, ma anche per vivere in modo dignitoso. Ed è altrettanto significativa la conclusione che circostanze insorte nei primi anni di vita riconfermino lo svantaggio lungo l’intero arco della vita.

Qual è la possibile risposta politica? La promozione delle pari opportunità per i Rom deve iniziare mettendo l’accento sui bambini, sulla loro salute e sul loro sviluppo cognitivo. Affrontare il divario evolutivo fin dalla prima infanzia, promuovendo le adeguate competenze genitoriali e migliorando disponibilità ed accesso a servizi di qualità nei primi 1000 giorni di vita, può contribuire in modo significativo ad accrescere le opportunità dei Rom di inserirsi nella vita adulta. Inoltre, il ripensamento dei sistemi educativi secondo una struttura più inclusiva—ritardando il rilevamento, promuovendo la desegregazione, aumentando gli incentivi per gli insegnanti che accettano di lavorare in aree svantaggiate e fornendo corsi di recupero e consulenza—permetterebbe di mantenere le pari opportunità in sistemi che, invece, continuano a remare contro i bambini svantaggiati a causa del background socio-economico, tra i quali vi sono molti Rom.
Ma l’attenzione ai bambini non basta – la risposta politica deve andare oltre. Creare un terreno uniforme nella prima infanzia potrebbe non bastare per garantire le pari opportunità: i Rom continuano a trovarsi di fronte ad opportunità sfavorevoli in momenti chiave della loro vita, per esempio quando cercano un lavoro. Una gamma più ampia di politiche dovrebbe affrontare anche alcune delle situazioni di svantaggio nelle quali cresce una larga parte dei bambini Rom: accesso al lavoro, condizioni di vita dignitose ed accesso a servizi di qualità, per esempio in ambito sanitario.

Se i Paesi dell’Europa centrale vogliono prepararsi per l’invecchiamento e il declino demografico, devono iniziare dai loro cittadini più poveri e più vulnerabili. Contrariamente a quanto spesso si sente dire, affrontate la discriminazione e l’esclusione sociale ed economica della maggioranza dei cittadini Rom nell’Unione europea non è una missione impossibile. Esistono numerosi e incoraggianti esempi in tutta Europa che mostrano come politiche incisive ed inclusive negli ambiti educativo, occupazionale e dei servizi socio-sanitari, possano fare la differenza.

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Link all’articolo originale:
http://www.worldbank.org/en/news/opinion/2015/04/09/equal-opportunities-for-roma-an-economic-imperative-in-an-ageing-europe

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Written by pierpaolocaserta

aprile 12, 2015 at 7:24 pm

L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

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Mentre Renzi continua tenacemente a perseguire, senza incontrare significativi ostacoli, i suoi principali obiettivi – rimodulazione delle istituzioni finalizzata all’abnorme rafforzamento del potere dell’Esecutivo, marginalizzazione di opposizioni e dissenso, conculcazione dei diritti – può sorprendere che sulla stampa internazionale si trovino così poche analisi critiche di Renzi e del renzismo. Questo articolo del Wall Street Journal riflette, dunque, una percezione diffusa, allorché si legge: “Il tentativo [di Matteo Renzi] di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro.” Si dirà: non è certamente su un giornale di chiaro orientamento conservatore che si troverà un punto di vista diverso sul nostro. L’osservazione, del tutto condivisibile, rivela senza possibilità di dubbio, quale sia la collocazione ideologica del renzismo. Eppure, proprio i dati, tutt’altro che incoraggianti, per il resto snocciolati dal WSJ su produzione industriale, disoccupazione, basso potenziale di crescita, potrebbero servire a decostruire le rassicuranti bugie del governo. E, al netto di quella che mi sembra una diffusa incomprensione del fenomeno Renzi (del resto abilissimo a propinare le più rovinose ricette del neoliberismo deteriore mentre recita il ruolo del temerario innovatore), l’analisi del WSJ, proprio perché non proviene da un think-tank della sinistra radicale, mostra una volta in più che potrebbero bastare lungimiranza e buonsenso per capire che non la Grecia è il problema dell’Euro e, aggiungo, dell’Europa. E, a scanso di equivoci, non è nemmeno solo l’Italia. (ppc)
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L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

Richard Barley | The Wall Street Journal

2 aprile 2015

Come ha dichiarato recentemente il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, perché l’eurozona prosperi i suoi membri devono trovarsi in condizioni migliori stando dentro piuttosto che restandone fuori.

L’esempio più ovvio è fornito dalla Grecia. Il nuovo governo greco ha presentato all’eurozona un pacchetto di proposte nel tentativo di sbloccare finanziamenti per 7,2 miliardi di Euro, mentre si avvicinano le scadenze dei rimborsi e roll-over del debito al Fondo Monetario Internazionale. Le ultime idee poggiano strettamente sulla generazione di nuove entrate fiscali, ma appaiono ottimistiche. Molti investitori continuano a pensare che l’Europa possa raggiungere un qualche accordo che permetta alla Grecia di restare nell’Euro, anche se finora la mancanza di progressi ha messo a dura prova i nervi.

Ma un problema di lungo termine e probabilmente più importante è quello che interessa l’Italia, la terza maggiore economia dell’eurozona. Se la crisi della Grecia è nella sua fase acuta, l’Italia soffre della variante cronica: da quando è entrata nell’Euro è cresciuta a stento.

In effetti, l’economia dell’Italia è da decenni in frenata: Secondo i dati del FMI, negli anni Ottanta il tasso annuo medio di crescita del PIL reale era del 2,1%. Negli anni Novanta è scivolato all’1,4% e allo 0,6% nella prima decade di questo secolo, per attestarsi su un valore medio di -0,5% a partire dal 2010. La produzione rimane di circa il 9% al di sotto del picco del 2008.

La speranza, comunque, sgorga sempre inesauribile per l’Italia, aiutata dall'”alleggerimento quantitativo” (quantitative easing) della BCE, da prezzi del petrolio più bassi e dalla debolezza dell’euro. Secondo le ultime indagini, gli indicatori sono positivi: l’indice Markit è salito al 53,3, il valore più alto negli ultimi 11 mesi. La fiducia dei consumatori e delle imprese è in ripresa. Il primo trimestre potrebbe essere il primo dal 2011 in cui l’Italia fa registrare una crescita positiva. UniCredit si aspetta per il trimestre un’espansione dello 0,2%.

Ma segnali più impietosi sono stati sottovalutati. La produzione industriale ha fatto registrare a gennaio una contrazione dello 0,7%, nonostante le previsioni di incremento. A febbraio, la disoccupazione ha toccato quota 12,7%; la disoccupazione giovanile è al 42.6%. Gli economisti hanno la tendenza a considerare dati come questi spiacevoli, ma passeggeri: con la situazione dell’Eurozona nel suo insieme tornata favorevole, anche l’Italia dovrebbe beneficiarne. E, davvero, se l’Italia non riesce a crescere adesso, allora quando?

Eppure, il potenziale di crescita dell’Italia rimane basso al punto da destare preoccupazione. Nelle previsioni degli analisti di J.P. Morgan è bloccata vicino allo zero per parecchi anni. L’impegno del primo ministro Matteo Renzi nel riformare il Paese è essenziale. Il suo tentativo di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro. Ma, nel frattempo, l’Italia ha urgente bisogno di dimostrare che può generare almeno una crescita ciclica.

Sul futuro dell’Eurozona incombono molte date importanti. La restituzione, il 9 di aprile, di 450 milioni di euro al FMI è un ostacolo cruciale che l’eurozona è chiamata a superare. Il 13 maggio si dovrebbero avere notizie sull’uscita dell’Italia da una recessione triennale; se questo non accadrà, ci possiamo aspettare ulteriori interrogativi sugli effetti della moneta unica sui suoi membri.

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Link all’articolo originale:
http://www.wsj.com/articles/italy-not-greece-at-heart-of-euro-questionheard-on-the-street-1427986756

Written by pierpaolocaserta

aprile 4, 2015 at 8:51 am

Cittadinanza, un termine abusato, ma speranze intatte

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Le Monde Diplomatique

Le Monde Diplomatique, settembre 2012, Supplemento, pagg. 3-4

 Allan Popelard (geografo presso l’Istituto francese di geopolitica, Università Paris-VIII)

traduzione dal francese di José F. Padova

Straordinaria conquista in un XVIII secolo monarchico, la democrazia rassomiglia a un monumento incompiuto, il cui architetto sarebbe scomparso. La rappresentanza politica gira a vuoto, l’astensionismo degli elettori aumenta, la crisi sociale rende fragile il cittadino… Un ritorno alla storia e a qualche concetto-chiave permette di individuare le crepe, nella prospettiva dei lavori di recupero.

Alienata dal «triangolo di ferro» (1) costituito dall’alleanza fra i dirigenti politici, economici e mediatici, divisa da quell’ «odio della democrazia» (2) che separa i cittadini che si mantengono all’interno del «cerchio della ragione» liberista da quelli che ne sono esclusi, limitata non più soltanto dalle Costituzioni, ma anche dalle «costrizioni esterne» della mondializzazione, la sovranità popolare sembra non essere più altro che una fonte di legittimità fra le tante altre. Se questa espropriazione democratica è stata possibile lo si deve al fatto che le forme istituite della cittadinanza – questo strumento della sovranità – non erano sufficientemente equipaggiate per opporvisi. La delegazione del potere, costitutiva delle democrazie, non permette ai cittadini di controllare i loro rappresentanti se non a priori, su un programma politico, e a posteriori, su un resoconto. Fra i due termini del mandato la delegazione del potere è un esproprio. Come controllare l’azione dei rappresentanti se non esiste né mandato revocabile né mandato imperativo? Come esprimere la propria rivolta se il voto in bianco non è preso in considerazione e se «la piazza non governa»?

Lo stesso controllo dell’elezione si rivela più che limitato, tanto la libertà del cittadino sembra essere predeterminata da un insieme di dispositivi il cui scopo è quello di orientare la sua scelta. Poggiata sulla forza di sondaggi che addobbano le manipolazioni con i ghingheri della scientificità, il richiamo al «voto utile» tende così ad annullare la possibilità di rompere il circuito chiuso del campo politico. In democrazia, ciò che il popolo ha fatto il popolo può disfare. Ma nel nome di presunte minacce, come la crescita dei «populismi», che concorrono a creare uno stato di eccezionalità che favorisce paura e inerzia, il voto utile chiude con il lucchetto l’ordine politico.

Di alternanza in alternanza, non vi è alcuna casualità, quindi, nel fatto che la maggior parte dei Paesi sviluppati si sono trasformati in «democrazie dell’astensionismo» (3). Fino agli anni ’80, se si prende il caso della Francia, il tasso di astensioni alle elezioni legislative superava raramente il 20%. In seguito è raddoppiato. Se vi si aggiungono i non-iscritti (circa il 10%), prende il volo. I cittadini che partecipano sono sempre meno, mentre un «censo nascosto» opera una distinzione socio-spaziale all’interno del corpo elettorale. Ormai le classi popolari si astengono ampiamente, mentre un tempo votavano sopra alla media.

Certamente l’offerta elettorale e ciò che molti hanno vissuto come rinunce di una parte della sinistra spiegano questa smobilitazione. Ma le trasformazioni neoliberiste della società e la «de-istituzionalizzazione» della cittadinanza che ne è risultata restano i fattori determinanti. I suoi tratti salienti sono la società resa precaria, la destrutturazione del luogo di lavoro, l’indebolimento delle organizzazioni (partiti, sindacati) e degli spazi popolari (periferie «rosse»), l’allentamento dei quadri militanti. Contrariamente alle illusioni dello spontaneismo in politica, la cittadinanza ha dunque bisogno di essere «ri-istituita» in organizzazioni, se vuole poter essere rifondata grazie alle lotte elettorali e sociali.

Condividere un destino comune

Le conquiste sociali sono conquiste civiche. L’uso delle libertà politiche rimane vano senza le condizioni di vita materiali necessarie alla loro realizzazione: abitazione, scuola gratuita, reddito che permette di ricostituire la propria forza di lavoro, ma anche di divertirsi e accedere alla cultura, tempo libero per amare, riflettere e creare, assicurazioni [assistenziali] contro le vicissitudini dell’esistenza. La riduzione delle ineguaglianze sociali mediante le imposte, da parte sua, è un requisito preliminare alla formazione di una comunità di cittadini sufficientemente simili per condividere un destino comune. La distinzione marxista fra cittadinanza formale e cittadinanza reale sottolinea così che non può esistere cittadino sovrano nella città se non lo è anche nell’impresa. La cittadinanza reale implica l’abolizione dello sfruttamento.

Gettando nella povertà i salariati europei, l’austerità mette in pericolo la cittadinanza. Altrettanto fa nei confronti dello smantellamento degli Stati assistenziali, che essa provoca. Di tutti i servizi pubblici la scuola concorre specificatamente alla formazione dei cittadini. Non ve ne possono essere, se non sono istruiti. Ora, la privatizzazione e la precarizzazione di cui la scuola è vittima contribuiscono a ostacolare la sua funzione civile. Parallelamente sono scomparsi gli altri punti che contribuivano all’emancipazione popolare. Le scuole dei partiti politici costituivano luoghi di politicizzazione della classe operaia, come pure fortini eretti contro gli assalti del pensiero borghese.

Quali potrebbero essere oggi queste contro-strutture di massa suscettibili di opporsi a mezzi di comunicazione di massa che erodono le basi della deliberazione democratica? Il pensiero unico, dappertutto, corrompe la lingua, costruisce una società del consenso che spossessa i cittadini del potere di chiamare il mondo, di condividerne il significato, di trasformarlo.

Il termine di cittadino è di quelli che la «sensura» [ndt.: neologismo da “senso” e “censura”] – per riprendere il neologismo immaginato dallo scrittore Bernard Noël – ha disinnescato. Nel momento in cui la disoccupazione di massa imperversava è servito come parola-schermo dietro la quale i conservatori riponevano l’idea di repubblica sociale. Da allora nulla giustificava più il fatto che la classe operaia porta in sé l’interesse generale. Il termine di cittadino, strappato alla sua storia rivoluzionaria, è stato passato alla lisciva nel capitalismo: tutto divenne «cittadino», ivi compresi i prodotti di consumo. Così sprofondavano le due immagini del popolo. Jean-Jacques Rousseau ne aveva fatto il soggetto della sovranità, Karl Marx quello della lotta di classe. Il posto che quest’ultima occupava nei sistemi di rappresentazione ideologica fu molto presto conquistato da un popolo di altro tipo. L’ethnos sostituì il demos; la ricerca della diversità quella dell’eguaglianza.

Il peso dei territori

Il filo della storia era stato riannodato con la tradizione degli «anti-Lumi» (4) [ndt.: = gli avversari dell’Illuminismo], i quali sin dal XVIII secolo magnificavano un’ «altra modernità». Mentre Rousseau e Immanuel Kant «volevano liberare gli individui dalle costrizioni della storia», i nemici dei Lumi teorizzarono un altro concetto di società fondata sul «culto del particolare e il rifiuto dell’universale». Pertanto la Repubblica non ha mai considerato il cittadino astratto come un nemico dell’individuo concreto. Al contrario, si è applicata a proteggere l’uno dall’altro, separando il dominio pubblico del dominio privato. Non riconoscendo alcuna opzione spirituale, la laicità permette così a ogni individuo di scegliere nel suo animo e nella sua coscienza quella che meglio gli conviene. Ma essa costituisce anche uno strumento democratico che protegge le deliberazioni degli uomini dalle rivelazioni della religione.

Per la Repubblica non esiste politica se non nell’universale e mediante l’universale. Ora, la decentralizzazione ha ugualmente rafforzato l’approccio culturale della cittadinanza. Avrebbe anche favorito – si dice – la cittadinanza locale. Se il peso dei territori locali si è effettivamente con essa rafforzato, gli esecutivi ne hanno approfittato ben più dei cittadini. Pertanto il Larzac (5) ieri o Notre-Dame-des-Landes oggi (6) [ndt.: famosi episodi di ribellione civile in Francia, a Larzac per impedire l’occupazione militare della terra – 1971-1981 – e a N.D. des Landes per opporsi a un aeroporto] dimostrano che certe forme di organizzazione e di lotta possono rivitalizzare la cittadinanza a livello locale. D’altra parte esse giungono talvolta, dalla Comune di Parigi [ndt.: La Comune, insurrezione del 1870] a Lorraine Coeur d’Acier (7) cent’anni dopo [ndt.: famosa emittente radio “ribelle” a Longwy, 1979 segg.], a rovesciare i rapporti sociali di classe. Ma come estendere poi alla comunità dei cittadini le conquiste di una lotta locale?

L’Unione Europea, da parte sua, ambisce a una cittadinanza senza fondamento. Mentre l’astensionismo alle elezioni europee prova che il deficit democratico dell’U.E. è strutturale, si moltiplicano i «colpi di Stato» dei quali essa è all’origine (8), metamorfosi di una lunga storia tecnocratica e burocratica (dal Trattato di Lisbona all’attuale Trattato sui bilanci). Senza strumenti con i quali esercitare la loro sovranità, i popoli europei non possono opporsi, nel quadro delle sue istituzioni, alla piega autoritaria che essa prende.

A condizione che i cittadini si riapproprino – con l’appoggio di partiti, sindacati, associazioni – della sovranità della quale sono stati spogliati, la storia non è ancora stata scritta. Disobbedire quando la legalità non è più legittima; conquistare l’apparato dello Stato; mettere insieme le condizioni per un’assemblea costituente, auto-costituire la comunità dei cittadini come lo fanno, per esempio, gli «indignati», ecco qualcuna delle vie svariate e non esclusive di una sovranità e di una cittadinanza rifondate. «Spazio al popolo», come scriveva Jules Vallès, perché, senza implicazione diretta, l’Europa democratica non esisterà.

(1) Expression du sociologue américain Charles Wright Mills (1916-1962).

(2) Jacques Rancière, La Haine de la démocratie, La Fabrique, Paris, 2005.

(3) Céline Braconnier et Jean-Yves Dormagen, La Démocratie de l’abstention. Aux origines de la démobilisation électorale en milieu populaire, Gallimard, Paris, 2007.

(4) Zeev Sternhell, Les Anti-Lumières. Du XVIII’ siècle à la guerre froide, Fayard, Paris, 2006. Les citations qui suivent sont tirées de l’introduction du livre.

(5) Zone rurale où furent menées, de 1971 1981, d’intenses mobilisations contre l’extension d’un camp militaire.

(6) Commune française où est prévue la construction d’un aéroport qui soulève une forte opposition.

(7) Radio «libre» fondée en 1979 pour lutter contre les fermetures d’usines sidérur-giques.

(8) Lire Raoul Marc Jennar, «Deux traités pour un coup d’Etat européen», Le Monde diplomatique, juin 2012.

Written by pierpaolocaserta

febbraio 1, 2013 at 2:49 pm

Grecia La prima vittima

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Die Zeit, Hamburg, ediz. online, 14 maggio 2012

Grecia La prima vittima

Tutti hanno colpa per il disastro greco – Berlino, Bruxelles e Atene. Come Eurolandia ha trascinato un suo membro fino allo stato di bisogno, ciò che mai si sarebbe potuto veramente accettare.

http://www.zeit.de/2012/21/Griechenland-Krise

Traduzione dal tedesco di José F. Padova

Si tratta di una grande onorificenza, ma arriva in un momento singolare. Giovedì 17 maggio Wolfgang Schäuble riceverà il Premio Internazionale Carlomagno nella Sala dell’Incoronazione presso il Municipio di Aquisgrana. Si faranno grandi discorsi e ci sarà una cerimonia importante, e sempre l’argomento saranno il ministro delle Finanze e le sue benemerenze per l’unità europea e la tenuta dell’euro. Tuttavia, esattamente 1.990 chilometri in linea d’aria, a sud-est, ad Atene, si mostra precisamente quanto sia disunita questa Europa e compromessa l’intera unione monetaria. E proprio Wolfgang Schäuble, destinatario del Premio Carlomagno per il 2012, in tutto questo ha la sua parte [di responsabilità]. L’Europa non si unisce crescendo. Crolla. Adesso tutto si concentra sulla Grecia. Come attraverso una lente di focalizzazione si evidenziano le conseguenze della politica di salvataggio fin qui condotta: agitazione sociale, instabilità politica, decadenza economica. Da due anni si tratta di mantenere questo Paese nell’Unione monetaria europea. Eppure innumerevoli vertici sul salvataggio e promesse di crediti miliardari non hanno migliorato la situazione, al contrario. Perciò i greci non ne vogliono più sapere. E sempre più membri dell’Unione Europea non vogliono più sapere di questi greci. I litigiosi partiti politici ad Atene non ce l’hanno fatta a formare un governo. Dopo le fallite consultazioni tutto corre verso nuove elezioni a metà giugno. Comunque queste vadano a sboccare, il risultato alla fine dovrebbe suonare così: la Grecia abbandona l’Unione monetaria. Sarebbe una decisione le cui conseguenze nessuno potrebbe calcolare. La fine che tutti volevano evitare. Anche Wolfgang Schäuble. Tutto ciò che il ministro delle Finanze e la Cancelliera hanno fatto negli ultimi due anni seguiva il filo di una logica politica: aiutare i greci senza per questo perdere i tedeschi. Eppure proprio questa logica ha peggiorato molte cose. Le crisi della politica sono sempre un succedersi di momenti “o… oppure…”: si decide per l’una o l’altra alternativa, sovente vi sono motivi buoni e perfino coercitivi – che tuttavia possono condurre al punto di prendere una direzione al cui capolinea non si voleva proprio arrivare. Wolfgang Schäuble adesso parla della Grecia in modo diverso da quello di un tempo: non esclude più l’uscita di Atene dall’euro a breve termine. Questo serve ancora come scenario di minacce per mantenere i greci in qualche modo sulla giusta rotta, ma indica anche che il Governo federale da tempo si prepara in caso di emergenza.

 

L’aiuto deve essere allo stesso tempo punizione

E così è questa la storia di come l’Europa perse uno Stato.

I. Aiutare e punire

Il 26 febbraio 2010 Josef Ackermann aveva un appuntamento alla Cancelleria. I mercati finanziari sono nervosi, poche settimane prima il governo greco aveva dovuto ammettere che il suo debito di bilancio appariva essere molto più alto di quanto si era supposto fino ad allora. Ackermann, capo della Deutsche Bank e presidente dell’Associazione delle Banche mondiali, in quel venerdì porta con sé una proposta: banche e Stati dovrebbero a breve termine portare aiuti. A questo scopo la Deutsche Bank vuole raccogliere 15 miliardi sul mercato dei capitali, i governi dell’eurozona dovrebbero partecipare con altri 15 miliardi. Atene e Parigi hanno già segnalato il loro consenso e così anche rinomati investitori internazionali. Ma l’allora consigliere economico di Angela Merkel, Jens Weidmann, non accetta. Così, semplicemente, i greci non debbono arrivare al denaro dei contribuenti tedeschi. Il governo greco rivede verso l’alto la valutazione del deficit statale per il 2009– dal sei a più del dodici percento del PIL. Già in precedenza la statistica del debito greco conteneva gravi errori: nel 2004 fu reso noto che il nuovo indebitamento degli anni 1998 e 1999 – quindi poco prima dell’introduzione dell’euro – si situava nettamente al disopra del 3% del PIL, prescritto nel Trattato di Maastricht. Alla fine del 2010 i debiti della Grecia avrebbero raggiunto più del 140 percento del prodotto interno lordo. Fitch, prima fra le agenzie di rating, ha declassato l’affidabilità creditizia della Grecia; le altre agenzie l’hanno seguita. I provvedimenti di austerità della Grecia non sono stati sufficienti a ridurre durevolmente il deficit, così ha motivato Standard & Poor’s la sua decisione. Nell’Unione Europea cresce la paura di una bancarotta di Stato, che potrebbe contagiare gli altri Paesi, mentre in Grecia si è arrivati al primo sciopero contro la politica di austerità del governo. Alcune settimane più tardi la situazione della Grecia si è aggravata a tal punto che i capi degli Stato e dei governi europei hanno dovuto mettere insieme il primo grande pacchetto di salvataggio. Soltanto che adesso non si tratta più di 30 miliardi di euro, ma di 110 miliardi. E per dare ai greci una cura da cavallo: le pensioni vengono decurtate, i salari degli impiegati statali abbassati, le imposte aumentate. Già solamente nel primo anno il governo di Atene deve risparmiare 16 miliardi di euro. E i greci devono restituire ogni centesimo ricevuto da Bruxelles – più il 4,5 % di interessi. L’Europa prescrive ai greci uno dei più duri programmi di consolidamento della storia dell’economia. «Atene capitola», scrive il britannico Financial Times. Il programma dovrebbe comprimere i debiti della Grecia – e ottiene il risultato contrario: la congiuntura si avvita e i debiti aumentano ulteriormente, perché allo Stato vengono meno le entrate. Pochi mesi dopo gli europei preparano il successivo pacchetto di aiuti. Gli esperti del Fondo Monetario Internazionale coinvolti nelle trattative avevano paventato proprio questo. Essi hanno risanato innumerevoli Stati indebitati in tutto il mondo – e nel fare questo maturato l’esperienza che talvolta meno equivale a più. Essi sono tutti d’accordo sul fatto che i greci hanno vissuto al disopra delle loro possibilità e che adesso devono risparmiare e riformare. La questione è solamente: quanto velocemente. Per Merkel e Schäuble le cose non vanno mai abbastanza in fretta. Se la si mette sul troppo facile i greci non fanno le riforme. E poi, domani, i portoghesi vogliono altrettanto denaro e dopodomani gli spagnoli. Quindi nessuno si dà più da fare, perché tutti affidano i problemi finanziari ai tedeschi. E le cose vanno avanti così, a scopo intimidatorio dei potenziali imitatori. L’aiuto dovrebbe essere contemporaneamente punizione – questo è il dilemma della politica tedesca di salvataggio. La storia avrebbe forse preso un altro corso se i tedeschi avessero deciso o di aiutare o di punire. In questo caso la Grecia avrebbe ottenuto una chance realistica per mettere in riga la sua economia all’interno dell’unione monetaria. Oppure avrebbe già allora rinunciato all’euro e dovuto abbandonare l’unione monetaria – oppure nel frattempo si sarebbe messa sulla strada del miglioramento. Ma oggi l’economia greca si restringe drammaticamente e allo stesso tempo i greci potrebbero veramente perdere l’euro.

II. Che cosa accadde prima di tutto questo?

Naturalmente non ci sarebbe tutto questo pasticcio se la Grecia non fosse diventata membro dell’eurozona. Proprio questo è stato il punto di partenza del dramma, l’errore originario, che nessuno può rinfacciare alle attuali parti in causa. L’adesione della Grecia era un progetto politico, nel quale la realtà economica non ebbe alcun ruolo. Per entrare nell’unione monetaria il Paese aveva rimaneggiato i suoi conti abbellendoli. E per fare entrare la Grecia nell’eurozona né gli altri Stati né la Commissione europea avevano troppo approfondito i controlli. Il taglio del debito avrebbe dovuto alleggerire la Grecia – in realtà ha gravato su tutti È importante tenere ancora sotto osservazione l’errore originario, perché è totalmente decisivo per il management dell’attuale crisi. Infatti proprio per un Paese che dà, come lo è la Germania, si tratta ora di ristabilire la propria credibilità. «Riflesso condizionato della credibilità» lo chiama il pubblicista Wolfgang Münchau. Ci sono stati governi propensi a decidere «misure ultradure», anche se dubbie sotto l’aspetto politico ed economico: «Così è stato durante la Grande Depressione. È accaduto durante la crisi del meccanismo europeo di definizione dei cambi nell’anno 1992, in Argentina nel 2001 e adesso nuovamente». Il riflesso condizionato della credibilità, afferma Münchau, è «il più grande pericolo nella crisi».

III. Tagliare e mettere

All’inizio di dicembre del 2011 Angela Merkel incontra a Parigi il presidente francese Nikolas Sarkozy. I due sono nel frattempo diventati un team affiatato. Nella crisi hanno strappato per sé stessi il ruolo di guida e dettano agli altri le condizioni. Appena un anno prima, durante una passeggiata sulla spiaggia nella località balneare di Deauville, i due si erano accordati, a proposito di salvataggio di Stati, di battere cassa anche ai creditori privati le banche e gli altri possessori di obbligazioni statali avrebbero dovuto rinunciare a una parte dei loro investimenti. Per il governo federale questo era a quel tempo molto importante. Ma adesso, dopo l’incontro a Parigi, si svolge una conferenza stampa. Sarkozy dice che ciò che in Grecia è accaduto non sarebbe mai dovuto succedere. Merkel afferma che in Europa gli investitori non dovrebbero essere posti in condizioni peggiori di quelle di altre parti del mondo. In altre parole: la partecipazione dei creditori privati è un errore. Nel mondo della diplomazia una simile virata a 180 gradi è rara. In quell’occasione l’idea originaria suonava bene. Se i debiti greci sono troppo elevati – che cosa le si avvicinava di più, se non prendere il denaro mediante una riduzione del debito a carico di coloro che lo avevano prestato ai greci? Chi accetta rischi finanziari deve in caso di emergenza esserne anche responsabile. Su questo principio si basa in fondo l’economia di mercato. Purtroppo succede che con i principi astratti è tutt’altra faccenda, non appena si scontrano con la concreta realtà. Quando gli investitori capirono di essere minacciati da perdite, subito tirarono via il loro denaro. Dapprima dal debito greco, poi da quello portoghese, spagnolo e italiano. Per il governo ad Atene divenne ancora una volta più difficile coprire il suo debito con i prestiti esterni. Ma anche banche, imprese e famiglie non ebbero più accesso al credito. Fino a oggi gran parte della Grecia è tagliata fuori dalla circolazione dei capitali. E la crisi morde sempre più in profondità nell’economia greca. Il taglio del debito avrebbe dovuto alleggerire la Grecia – in realtà gravò su tutti. A causa di ciò gli europei dovettero mettere insieme sempre nuovi aiuti di miliardi. Giorgos Papakonstantinou era ministro greco delle Finanze quando Merkel e Sarkozy si accordarono a Deauville sul taglio del debito. Oggi dirige la Divisione per l’Ambiente ad Atene. Papakonstantinou conosce le discussioni che si svolgono negli altri Paesi europei, ha studiato a Londra e lavorato a Parigi. «Non ho nulla contro il principio di coinvolgere le banche», dice. «Ma il metodo era errato». Vi erano alternative. Come l’idea che gli europei assumessero a loro carico una parte del debito greco e ricuperassero il loro denaro mediante imposte [greche] più elevate sulle attività finanziarie. Si sarebbero dovuti modificare i contratti europei che vietano la socializzazione dei debiti. Suona come difficile, ma avrebbe probabilmente salvato i greci – e per i tedeschi sarebbe eventualmente stata una soluzione perfino più a buon mercato.

IV. Crisi debitoria?

Fallimento di Stato? Quando vuole spiegare la situazione nel suo Paese, Mikalis Chrisokoides racconta una storia. Egli proviene da una regione agricola. Si lavorava molto e si mangiava bene. Poi è arrivato l’euro. Improvvisamente tutti guidavano auto costose di fabbricazione tedesca e trascuravano i loro campi. «Non si produce più niente», dice Chrisokoides. «Noi importiamo addirittura il 70 % dei pomodori che vi si vendono». Il denaro è al sicuro, il Paese è perduto Mikalis Chrisokoides era stato ministro dell’Economia ad Atene, adesso lo è per gli Interni. È un politico di professione, entrato a 19 anni nel Partito socialdemocratico Pasok e divenuto poco dopo governatore della sua provincia natale. Fa parte dell’establishment politico che i greci hanno punito alle recenti elezioni. La storia di come l’Europa ha perduto uno Stato non è solamente la storia di una crisi per debiti, ma anche quella di uno Stato che come tale non funziona. Un’unione monetaria esige importanti impegni dai propri membri, poiché gli errori politici non possono più essere riparati mediante una svalutazione della moneta. In Grecia si sono commessi errori, uno dopo l’altro. Il danaro a basso costo [d’interessi passivi], che con l’introduzione dell’euro si è messo in circolazione nel Paese, non è fluito in investimenti produttivi, ma è stato impiegato nei consumi e in prestigiosi progetti. Non ha quindi reso ricco il Paese nel suo insieme, ma solamente alcuni, pochi, suoi cittadini. Fallimenti di Stati ve ne sono dappertutto nel mondo, ma in Grecia il caso è particolarmente eclatante. Lo Stato greco è un gigante illusorio: grande, ma debole. L’apparato amministrativo è gonfiato, ma il governo non è in condizioni anche solo di imporre le sue decisioni. Una boscaglia di regole e prescrizioni paralizza le imprese, ma la proprietà terriera non viene toccata. Le spese dello Stato sono fra le più elevate dell’Unione Monetaria Europea, ma le entrate pubbliche sono fra le più basse. A tutt’oggi non si è riusciti a far partecipare i greci benestanti ai costi della crisi. Anche questo ha fatto diminuire la disponibilità dei Paesi datori [di aiuti] ad aiutare i greci. Quando l’anno scorso gli esperti dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) si recarono in Grecia per esaminare la qualità dell’Amministrazione pubblica ne furono inorriditi. Economia ondivaga, strutture organizzative inafferrabili, insufficiente trasparenza. L’apparato di governo non ha «né la capacità né l’attitudine per grandi riforme», questa la loro conclusione finale. Per questa situazione finora nulla si è fatto, ma molto invece per l’autoarricchimento delle elite. Nel frattempo coloro che ne erano in grado hanno portato all’estero i loro risparmi, che si trovano ora su conti presso le banche svizzere o nascosti in immobili di proprietà a Londra. Il denaro è al sicuro, il Paese è perso.

 

V. La forza delle parole

È il bad guy della corrispondenza giornalistica tedesca sulla Grecia: Paul Ronzheimer, 26 anni, reporter della Bild-Zeitung. Ronzheimer è stato uno dei tre autori che sulla Bild hanno incitato i «Greci bancarottieri» a vendere una buona volta le loro isole. Ha scritto sugli impiegati delle imprese statali greche, che ricevono «un bonus per la puntualità, le mani ben lavate e per lavori con temperature fra 0 e 8 gradi» (vedi Darum kriechen die Griechen nie aus der Krise – Perché i greci non strisciano mai fuori dalla crisi). Nell’aprile 2010 si è messo in mezzo alla strada nel quartiere governativo di Atene e ha distribuito vecchie banconote fra la gente (Bild gibt den Pleite-Griechen die Drachmen zurück – Bild restituisce ai greci bancarottieri le vecchie dracme). Qualcosa nei due ultimi anni è caduto, scivolando, in Grecia allo stesso modo di qui. Ecco la copertina di Focus edizione tedesca: Afrodite col dito medio alzato e vicino la riga del titolo Truffatori nella famiglia dell’Euro. E poi vi è stata un’immagine diffusa sui media greci: la Cancelliera tedesca in uniforme nazista. O anche un rapporto sui mancati pagamenti da parte tedesca delle riparazioni per i danni di guerra. O il consiglio: i tedeschi non dovrebbero mettersi per favore così contro di noi, li abbiamo pur aiutati a suo tempo nella ricostruzione postbellica. Guerra. Riparazioni. Uniforme nazi. Quando il dibattito affonda così profondamente non si può più veramente parlare di una unione monetaria comune. Se si parla al telefono con Paul Ronzheimer si conosce una persona tranquilla, obiettiva, bene informata. Quando scrive, Paul Ronzheimer acuisce, esagera, mette in rilievo. Così funziona in strada. Egli dice di riprodurre semplicemente la realtà: «Io annoto quello che vedo e sento. Osservo e racconto. Tutto questo non deve avere alcun influsso sulle decisioni della politica». Naturalmente potrebbe anche essere che questo giornalista avesse avuto buon fiuto, quando consigliò ai greci di vendere le loro isole. Nel frattempo le cose stanno veramente andando in questa direzione, perché il Paese deve mettere insieme soldi anche con la vendita delle proprietà dello Stato. E è possibile che Ronzheimer avesse avuto tempestivamente la giusta percezione, quando offerse ai greci per strada le vecchie dracme. Oggi il ritorno alla vecchia valuta è proprio vicino. Ma è molto più verosimile che le sue corrispondenze non soltanto nei due Paesi [Grecia e Germania] abbiano descritto lo stato d’animo esistente, ma che l’abbiano anche cambiato. E quindi che il giornalista Paul Ronzheimer non abbia solo semplicemente osservato e riferito, ma che abbia anche contribuito a decidere ciò che realmente è avvenuto. Quando tutto va bene, i muri tagliafuoco reggono In fondo con i giornalisti non è diverso che con i commercianti sul mercato dei capitali. Anche questi dicono di volere vendere soltanto titoli – e provocano poi quei fallimenti che presumibilmente temevano. Per il governo federale [tedesco], conservatore-liberale, in ogni caso nei due anni appena trascorsi ha costituito una difformità il fatto che proprio la stampa conservatrice vedeva con occhio molto critico l’intera politica di salvataggio dell’euro. Il ministro delle Finanze CDU [Christliche Demokratische Union, il partito della Merkel] può non essere indifferente, se la Frankfurter Allgemeine Zeitung [giornale dell’establishment conservatore] lo chiama «un anti-europeo». E del tutto certamente qualcosa tocca anche Angela Merkel, se Bild [il quotidiano più diffuso in Germania, di livello popolare] scrive: Siamo ancora una volta i gonzi dell’Europa! 750 miliardi per i vicini di casa in bancarotta, ma la riduzione delle imposte qui da noi: annullata.

VI. Crepuscolo degli eroi

Quando i ministri delle Finanze dell’eurozona lunedì sera di in questa settimana si incontrano a Bruxelles, gli attori principali non siedono al tavolo insieme agli altri. Infatti, contemporaneamente, ad Atene si lotta per un nuovo governo – e con ciò anche per il futuro dell’euro. Fondamentalmente i ministri non tengono più in pugno lo sbocco della storia. Si tratta della mescolanza fra la crisi di Stato greca e il riflesso tedesco di credibilità, fra durezza finanziaria e risentimento nazionale, che ha portato l’Europa a questo punto. Se tutto va bene, allora i muri spartifuoco anche dopo l’uscita della Grecia tengono – e gli Stati che restano nell’unione monetaria si accostano l’un l’altro più strettamente. Se tutto va storto, i risparmiatori più spaventati portano al sicuro i loro capitali, le banche crollano e tutta l’eurozona. Alla consegna del Premio Carlomagno, giovedì, non si ascolterà nulla di questo scenario da incubo. Ma soltanto per non danneggiare il premiato. Fa parte della personale tragicità di Wolfgang Schäuble che egli riceva questo onore un paio d’anni troppo tardi. Schäuble ha fatto precoce propaganda per l’Europa, nel suo partito aveva sempre un ruolo di precursore. E in questa crisi ha talvolta lasciato trasparire di voler procedere volentieri in modo diverso da quello della Cancelliera. Solamente: quando si arrivava veramente alle decisioni, Schäuble ha condiviso tutto. Anch’egli voleva seguire la direzione che questo governo seguiva. Che cosa dunque dirà Schäuble giovedì prossimo? Nell’anno 1919 un ambizioso economista inglese pubblicò un libretto sulla sue esperienze alla Conferenza per la pace di Versailles, dopo la Prima guerra mondiale. Il suo nome: John Maynard Keynes. Trattare duramente e spremere finanziariamente un Paese avrebbe portato tutti gli altri Stati al disastro, scriveva Keynes nella sua opera polemica The Economic Consequences of Peace [Le conseguenze economiche della pace]. Forse è questo il titolo adatto per il discorso di ringraziamento di Schäuble ad Aquisgrana: The Economic Consequences of Greece [Le conseguenze economiche della Grecia]. Segue una lunga, precisa cronologia delle misure, politiche e finanziarie, prese successivamente negli ultimi due anni – e dei relativi, disastrosi errori. Potrei tradurla a richiesta da almeno 10 interessati: emilpad@teletu.it. Interessanti i commenti dei lettori tedeschi alla notizia della premiazione di Schäuble sui principali fogli della Germania: ne ho letti una trentina, dal Bild al Tagesspiegel e non ne ho trovato uno positivo sulla parte avuta da S. nell’esacerbare la crisi.

Written by pierpaolocaserta

maggio 30, 2012 at 10:01 am

Pubblicato su Die Zeit, economia, Grecia

La fine dell’Euro in quattro mosse secondo Paul Krugman

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1. La Grecia esce dall’euro, probabilmente già il mese prossimo.

2. Prelevamenti di massa nelle banche spagnole e italiane, correntisti che cercano di trasferire i loro soldi in Germania.

3a. Forse verrebbero introdotti dei controlli e dei limiti ai trasferimenti di denaro all’estero e ai prelievi di contanti.

3b. In alternativa, oppure contemporaneamente, la Banca Centrale Europea inizierebbe a fare grossi prestiti alle banche per evitare il loro collasso.

4a. La Germania ha una scelta. Accettare che Italia e Spagna ricevano grandi quantità di denaro in prestito dalla BCE. Cambiare drasticamente approccio: per dare a questi paesi una speranza, soprattutto alla Spagna, è necessario garantire loro la possibilità di finanziarsi con bassi tassi di interesse e avere un tasso di inflazione più alto per aggiustare i prezzi. Oppure…

4b. Fine dell’euro. E parliamo di mesi, non anni

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, sul Ney York Times, via Il Post

Written by pierpaolocaserta

maggio 24, 2012 at 3:42 pm

Pubblicato su economia, Germania, Italia, New York Times, Spagna

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Chi è il tuo papà? La Germania, a quanto pare

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Who’s your daddy? Germany, apparently

Fintan O’Toole su “The Irish Time”, 15/05/2012

http://www.irishtimes.com/newspaper/opinion/2012/0515/1224316128720.html

Un modo che mi piace di presentare la questione è che Bruxelles e la Germania sono la madre e il padre dell’UE e gli altri paesi sono i figli. E alcuni ragazzi spendono il denaro in maniera oculata, mentre altri, come l’Irlanda, lo spendono in mondo dissennato.
“Così la mamma e il papà hanno continuato ad elargire ai ragazzi sempre più denaro, ma alla fine hanno puntato i piedi: ‘Bene, puoi continuare ad avere in prestito il nostro denaro – se firmi questo modulo che ci permette di sapere in che modo lo userai”

Questo, a quanto pare, è quello che stiamo insegnando in questo momenti ai nostri ragazzi – che siamo tutti bambini, sottoposti ai nostri genitori, severi ma benigni, di Bruxelles e Berlino. Queste parole, pronunciate da uno scolaretto delle elementari, intervistato su RTÉ Radio in occasione della Giornata dell’Europa la settimana scorsa, ci raccontano come un bambino irlandese intelligente si rappresenta l’Europa per cercare di dare un senso al mondo che lo attende.

Si tratta, ovviamente, di una visione piuttosto scomoda per gli irlandesi. Ma certamente deve creare un profondo disagio anche ai tedeschi.

Non posso credere che la maggior parte dei tedeschi, che conoscono la propria storia e quella europea, siano a proprio agio con l’idea che altri Paesi vengano infantilizzati a tal punto – e soprattutto che i ragazzi irlandesi vengano abituati a pensare alla Germania come una vera  e propria patria. Non è già accaduto in passato?

L’idea fondante dell’Unione europea era proprio che nessun paese – e in particolare la Germania – dovesse mai più essere in grado di rivendicare un’egemonia in Europa. A questo scopo si è resa necessaria un’economia integrata, che dovrebbe operare sulla base di un principio di uguaglianza. E ora ci troviamo di fronte al potenziale collasso di questo progetto di integrazione economica.

L’Euro avrebbe dovuto rappresentare la grande spinta decisiva verso l’unificazione economica. Ci è stato ripetuto che il presupposto alla base delle realizzazione dell’euro era che saremmo diventati tutti più simili alla Germania. Come ha evidenziato Andrew Moravcsik in un brillante saggio, la scommessa era che i paesi dell’Europa meridionale, inclini al deficit, avrebbero fatti propri i parametri economici tedeschi  – prezzo dell’inflazione più basso e aumento dei salari, maggiori risparmi e spesa minore – mentre la Germania si sarebbe avvicinata a loro, accettando una spesa pubblica e privata più elevata e una maggior inflazione dei salari e dei prezzi.

Da quando è esplosa l’attuale crisi, si è richiamata l’attenzione sul fallimento di un solo lato di tale patto implicito. Le economie del sud, e Irlanda, in effetti non sono diventate più “tedesche”. Ma è altrettanto vero che la Germania non assomiglia a loro più di prima.
L’idea di integrazione, che prevedeva che entrambe le parti si spostassero verso un centro comune, ha fallito da ambo le estremità. Tuttavia, la parte tedesca di questo fallimento è interamente rimossa dalla narrazione dominante.

Il risultato finale è una morale semplificata secondo la quale la Germania sarebbe il buon padre e noi altri dei ragazzi delinquenti.
Ma il problema era presente fin dall’inizio. Jacques Delors, padre dell’euro, dopo la firma del trattato di Maastricht, nel 1992, disse a Moravcsik  che era stato un fallimento perché la Germania era riuscita a rendere la nuova Banca centrale europea ancora più strettamente focalizzata sulla lotta all’inflazione di quanto non fosse la sua Bundesbank. Delors vide nell’assenza di disposizioni fiscali in materia di trasferimenti fiscali o di salvataggi tra Stati membri un difetto fatale.

Se l’architetto della moneta unica sapeva tutto ciò fin dall’inizio, perché l’Europa porta avanti un progetto talmente viziato? Perché la Germania sembrava preoccupata, nel primo decennio di vita dell’euro, dell’immane compito di integrare la vecchia Repubblica democratica tedesca. Sono stati i tedeschi, del resto, ad aver violato per primi i limiti di Maastricht in materia di deficit di bilancio.

(…) Non è un caso che il surplus commerciale della Germania nei confronti di altri paesi dell’eurozona abbia all’incirca le stesse dimensioni del deficit combinato dei paesi che ora affrontano la crisi.
Questo ingente squilibrio è ancora la questione centrale. L’idea di base del trattato di austerità è che lo squilibrio verrà ripianato diventando tutti tedeschi. Ma ciò è totalmente irrealistico: per definizione, non è possibile che ciascun paese abbia un vantaggio competitivo su tutti gli altri. Si capovolge, per latro, la convinzione che sta alla base della fondazione della UE: l’idea che nessun paese dovrebbe mai trovarsi in una posizione dominante.

Un’Europa in cui i ragazzi intelligenti guardano al proprio Paese come un bambino indisciplinato che viene punito dal padre tedesco non era l’obiettivo dell’unione. Era ciò che l’Unione avrebbe dovuto rendere impossibile.

Written by pierpaolocaserta

maggio 23, 2012 at 10:18 am

Le presunte virtù della mortificazione

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Le Monde Diplomatique, marzo 2012, pag. 3

 Le presunte virtù della mortificazione

Alle sorgenti morali dell’austerità

 Il 21 febbraio l’Unione Europea ha acconsentito ad accordare un nuovo aiuto finanziario alla Grecia, a condizione che questa accetti una «sorveglianza rafforzata» sulla sua gestione del bilancio. Questo piano aggraverebbe ancor più la recessione in un Paese esangue. L’ostinazione nell’esortare al rigore non si spiegherebbe forse con certezze morali più forti della ragione?

Mona Chollet

(traduzione dal francese di José F. Padova)

 Rigore, austerità, sforzi, sacrifici, disciplina, strette regole, misure dolorose… A forza di assediare le nostre orecchie con le sue forti connotazioni moralizzatrici, il vocabolario della crisi finisce per intrigare. Lo scorso gennaio, alla vigilia del Forum economico di Davos, il suo presidente, Klaus Schwab, parlava addirittura di «peccato»: «Noi paghiamo i peccati di questi ultimi dieci anni», diagnosticava, prima di chiedersi «se i Paesi che hanno peccato, in particolare quelli del Sud, hanno la volontà politica di intraprendere le necessarie riforme» (1). Su Le Point, per la penna di Franz Olivier Giesbert, il conteggio dei nostri sfrenati baccanali è più ampio: l’editorialista deplora «trent’anni di stupidaggini, di follie e d’imprevidenza, quando si è vissuto al disopra dei nostri mezzi (2)».

 Dirigenti e commentatori ripetono in continuazione il medesimo racconto fantasmico: mostrando di essere pigri, spensierati, spendaccioni, i popoli europei avrebbero attirato su sé, come giusta punizione, il flagello biblico della crisi. Adesso essi devono espiare. Occorre «stringere la cinghia», rimettere al primo posto le buone vecchie abitudini di risparmio e di frugalità. Le Monde (17 gennaio 2012) cita come esempio la Danimarca, Paese modello al quale una «dieta forzata» ha permesso di ritornare a godere i favori delle agenzie di rating. E nel suo discorso d’insediamento, nel dicembre 2011, il presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, arringava così i suoi compatrioti: «Siamo messi davanti a un compito ingrato, come quello dei genitori che devono cavarsela per nutrire quattro persone con i soldi per due».

 Numerose voci si levano a sottolineare l’impostura di questo ragionamento che pretende di uniformare il comportamento di uno Stato a quello di una famiglia. Esso elude la questione della responsabilità della crisi, come peso insopportabile che l’austerità fa pesare su popolazioni, la cui sola colpa è di aver voluto curarsi o pagare gli insegnanti dei loro figli. Per un comune cittadino il rigore del bilancio può essere fonte di fierezza e soddisfazione; per uno Stato significa la rovina di centinaia di migliaia di cittadini, quando non arriva, come nel caso della Grecia, a un suicidio sociale puro e semplice. In Danimarca, precisava Le Monde, la «cura dimagrante» si è esplicata in una esplosione della disoccupazione e in una drastica riduzione dei programmi sociali; «sessantamila famiglie hanno perduto la loro abitazione». Così questo falso buon senso non soltanto cancella magicamente le disuguaglianze sociali e occulta le devastazioni dell’austerità, ma raccomanda caldamente, di fronte alla crisi, una politica economica che finisce per aggravarla, impedendo qualsiasi ripresa mediante i consumi. «Risparmiare e investire sono virtù per le famiglie, è difficile per la gente immaginare che, a livello delle nazioni, troppa frugalità può causare problemi», osserva l’editorialista di Bloomberg Businessweek Peter Coy (26 dicembre 2011).

 Irrazionali, assolutamente deliranti, i richiami alla contrizione non hanno alcun rapporto con la realtà. Come spiegare allora il fatto che essi continuano a risuonare da un capo all’altro dello spazio europeo? Perché servono gli interessi dominanti, si risponderà. E nei fatti essi offrono l’occasione per completare, con il pretesto del debito, la distruzione, avviata una trentina di anni fa, delle conquiste sociali del dopoguerra. Prima di tutto ciò essi avevano già permesso, nella Francia di Vichy, di sotterrare il funesto ricordo del Fronte popolare. Il processo di Riom, che si tenne nel 1942 in quella cittadina del Puy-de-Dôme, mirava a dimostrare che i dirigenti «rivoluzionari», come Léon Blum e Edouard Daladier, erano responsabili della disfatta del giugno 1940 inferta dall’esercito tedesco. Il passaggio alle quaranta ore [settimanali] nell’industria degli armamenti e non le decisioni degli Stati maggiori sarebbero stati fatali alle truppe francesi… In vista del «raddrizzamento nazionale» il maresciallo Pétain aveva l’intenzione di sostituire, già allora, con lo «spirito di sacrificio» lo «spirito di godimento». All’apertura del processo il quotidiano Le Matin indicava Blum come «l’uomo che ha inoculato il virus della pigrizia nel sangue di un popolo (3)». I francesi settant’anni prima dei greci…e i portoghesi, che il loro primo ministro Pedro Passos Coelho ammonisce in questi termini: «Vi ricordate certamente di quell’episodio grottesco, quando, mentre la “troika” europea lavorava a Lisbona per elaborare un programma d’aiuti al Portogallo (nel 2011), tutto nel Paese era chiuso, perché tutti approfittavano di qualche giorno di ferie per fare il ponte. La “troika”, che prestava denaro al Portogallo, lavorava, il Paese sfruttava i ponti. Per fortuna ciò che è accaduto in seguito è avvenuto contrariamente a questa immagine, molto brutta (4)» .

Una promessa di rigenerazione

Ma l’invito alla fatica, alla mortificazione e all’abnegazione non è un trucco per fare accettare a più gente possibile la loro spogliazione? I suoi accenti sinceri, appassionati, danno a pensare che essa non è totalmente debitrice al cinismo e che si radica su un solido fondamento culturale. «Questo umore “sacrificale”, che partecipa dell’ethos altrettanto che del ragionamento, suscita da parte di numerosi commentatori una specie di esultanza morbida, come se la sofferenza popolare avesse anche una dimensione “purificatrice”», constata il sociologo Frédéric Lebaron a proposito dell’attuale situazione (5). Pétain voleva ricordare ai francesi che, «da Adamo in poi, il castigo è una chiamata al raddrizzamento, una promessa di rigenerazione (6)». Più vicino a noi, Rajoy profetizza: «Lo sforzo non sarà inutile. I nuvoloni scompariranno, noi risolleveremo la testa e verrà il giorno in cui si parlerà bene della Spagna, il giorno in cui guarderemo indietro e non ci ricorderemo più dei sacrifici».

 La rivendicazione da parte del popolo di condizioni di vita decenti non fa altro che mettere in allarme coloro gli interessi dei quali essa ostacola: ispira loro una specie di terrore superstizioso, come se rappresentasse una trasgressione impensabile. Al tempo della disfatta del 1940, riferiva lo storico e membro della Resistenza Marc Bloch, i quadri militari, provenienti dall’alta società, avevano accettato il disastro perché vi trovavano queste atroci consolazioni: schiacciare sotto le rovine della Francia un regime vilipeso; piegare i ginocchi davanti alla punizione che il destino aveva inviato a una nazione colpevole (7)».

Coloro i quali, per la loro posizione nella società, non hanno alcun interesse obiettivo a sottoscrivere questa lettura degli eventi, sono tuttavia numerosi nel mostrarsene recettivi. Riguardo ai danni inflitti alla collettività, i movimenti degli «indignati» possono perfino apparire come una risposta molto timida, lasciando subodorare che la retorica della necessaria espiazione trova, malgrado tutto, un terreno favorevole. Nel maggio 2011 un funzionario greco, che aveva già visto il proprio salario passare da 1.200 a 1.050 euro per un periodo di lavoro settimanale passato da trentasette ore e mezza a quaranta ore, dichiarava, per esempio, di essere «pronto a sforzi supplementari (8)». 

Qualcuno non ha mancato di fare rilevare che un substrato culturale, addirittura religioso, determina gli atteggiamenti dei protagonisti della crisi dell’euro. «Esperti e politici trascurano un fattore: Dio. Insomma, la religione e, nella fattispecie, il protestantesimo luterano. Figlia di pastori, [la cancelliera tedesca] Angela Merkel ha il senso del peccato, come molti dei suoi compatrioti. Vi è un modo tedesco di parlare dell’euro che emana il buon odore dell’influsso del Tempio. E che evidentemente non è senza conseguenze sulle soluzioni proposte per soccorrere l’unione monetaria europea», così scrive Alain Frachon su Le Monde (23 dicembre 2011).

Eppure si può dubitare che l’influsso del protestantesimo si limiti all’area geografica nella quale prese l’avvio nel XVI secolo. Il sociologo tedesco Max Weber ha dimostrato in un celebre saggio, nel 1905, come l’etica protestante aveva contribuito a mettere in sella il capitalismo, modellando uno «spirito» che gli era favorevole (9). In seguito e fino ai nostri giorni questo spirito è perdurato e prosperato in modo autonomo, al di fuori di qualsiasi referente religioso. Ed è finito per diventare tanto onnipresente e invisibile quanto l’aria che respiriamo. La storica Jeanine Garrisson cita l’esempio di Jean-Paul Sartre, che ironizzava sulla fede protestante di suo nonno materno, pur essendo egli stesso «molto più vicino di lui al suo puritanesimo e al suo gusto della conoscenza di quanto non volesse ammettere. Non è forse lo stesso Sartre che proclama alto e chiaro che un intellettuale il quale non lavori almeno sei ore al giorno non può rivendicare questo prestigioso titolo (10)?».

In effetti la tesi di Weber sostiene che il protestantesimo ha «fatto uscire l’ascesi dai conventi» dove il cattolicesimo l’aveva confinata. La dottrina calvinista della predestinazione, secondo la quale ogni essere umano è eletto o condannato da Dio per l’eternità, senza che alcuno dei suoi atti sia suscettibile di cambiare alcunché, avrebbe potuto condurre a una forma di fatalismo. Produsse invece l’effetto contrario: sottomettendo ogni aspetto della loro vita a una stretta disciplina, i fedeli investirono tutta la loro energia nel lavoro, accattando nel successo economico un segno della loro salvezza. La fortuna cessò allora di essere condannabile – anzi, al contrario. Solamente il fatto di goderne era reprensibile. Weber ricorda il caso di un ricco fabbricante al quale il medico aveva consigliato di mangiare ogni giorno, per la sua salute, qualche ostrica, ma che non poteva risolversi a una simile sontuosità, non per avarizia, ma per scrupolo morale.

«L’idea del dovere professionale», scrive il sociologo, «vaga nella nostra vita come un fantasma delle credenze religiose di una volta». Perché la mano d’opera, anch’essa, dovette imparare a «eseguire il lavoro come se fosse un fine assoluto – una “vocazione”». Questa mentalità, oggi dominante, non s’impose se non al prezzo di una «pesante lotta contro un mondo di poteri ostili» e in particolare con l’aiuto di una politica di bassi salari: Calvino stimava che la massa degli operai e artigiani «doveva essere tenuta nello stato di povertà, per restare obbediente a Dio». Il protestantesimo scavò fra eletti e dannati un fossato a priori più insuperabile e più inquietante di quello che separava dal mondo il monaco del Medio Evo – un fossato che impresse un’orma profonda in tutti i sentimenti sociali». Il puritanesimo inglese forgiò ugualmente «una legislazione sulla povertà la cui durezza era in radicale contrasto con le norme anteriori».

Ricchi o poveri che si fosse, ormai riposarsi, approfittare della vita, «perdere il proprio tempo» non si poteva più fare senza cattiva coscienza. Si misura ciò che il mondo attuale deve a questo concetto quando si legge che il pastore luterano Philippe Jacob Spener, fondatore del pietismo, denunciava come moralmente condannabile «la tentazione di andare in pensione prematuramente»…Insomma, come l’aveva già intuito fin dal XVI secolo l’umanista tedesco Sebastian Franck – citato da Weber – la Riforma ha imposto a ogni persona di essere un monaco durante tutta la sua vita». L’ascendente del cristianesimo e della sua squalifica dell’esistenza terrena se ne ritrovò fortemente potenziato. Si può presumere che questa eredità spirituale e culturale non agisca senza inibire le risposte possibili agli attacchi portati contro le società [civili]. Dopo la laicizzazione degli Stati, che dire della laicizzazione degli spiriti?

(1) Interview à L’Hebdo, Lausanne, 18 janvier 2012.

(2) Le Point, Paris, 23 novembre 2011. Cf Mathias Reymond, «Les éditocrates sonnent le clairon de la rigueur», Acrimed.org, 12 décembre 2011.

(3) Cité par Frédéric Pottecher, Le Procès de la défaite. Riom, février-avril 1942, Fayard, Paris, 1989.

(4) Expresso.pt, 6 février 2012.

(5) Frédéric Lebaron, «Un parfum d’années trente… ». Savoir/Agir. n° 18. Bellecombe-en-Bauues.

(6) Cité par Gérard Miller, Les Pousse-au-jouir du maréchal Pétain, Seuil, coll. «Points Essais», Paris, 2004.

(7) Marc Bloch, L’Etrange Défaite, Gallimard, coll. «Folio Histoire », Paris, 1990.

(8) « Comment les Grecs se sont mis au régime sec», La Croix, Paris, 8 mai 2011.

(9) Max Weber, L’Ethique protestante «(l’esprit du capitalisme, traduit et présenté par Isabelle Kalinowski, Flammarion, coll.« Champs classiques», Paris, 2000. De même pour les citations suivantes de cet auteur.

(10) Janine Garrisson, L’Homme protestant, Complexe, Bruxelles, 2000.

Written by pierpaolocaserta

marzo 14, 2012 at 4:32 pm

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