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Francia: se lo stato di emergenza diventa la nuova normalità

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Le misure straordinarie contro il terrorismo stanno diventando del tutto ordinarie.

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Robert Zaretsky su Foreign Policy, 16-07-2016

Ancora giovedì sera, la Francia sembrava aver schivato il colpo che tutti temevano. Gli Europei 2016 di calcio erano giunti a termine in modo pacifico, sebbene deludente, mentre erano in corso i festeggiamenti per la ricorrenza della presa della Bastiglia. Ma intorno alle 11 della sera tutto è cambiato. Un grande tir bianco ha percorso a tutta velocità la famosa Promenade des Anglais, a Nizza, per più di un miglio, sterzando più volte lungo il percorso, finché una raffica di pallottole della polizia ha provocato la morte del conducente del tir, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, di origini tunisine. Oltre 200 pedoni, tra quelli che affollavano la via del lungomare per celebrare la ricorrenza, sono stati uccisi o feriti.

Meno di 24 ore dopo, il presidente francese François Hollande ha chiarito che lo stato di emergenza del Paese, introdotto in un primo momento sulla scia degli attacchi di Parigi a novembre dell’anno scorso, e che sarebbe dovuto terminare in capo a due settimane, sarebbe rimasto al suo posto. Potrebbe benissimo darsi che questo stato di eccezionalità sia destinato a diventare la nuova normalità della Francia.
Le leggi di emergenza varate da Hollande lo scorso anno rislagono all’incirca all’inizio della guerra di indipendenza dell’Algeria, nel 1955. A quell’epoca, il governo proclamò che aveva bisogno di poteri rafforzati per proteggere la nazione, compreso il potere – come in effetti andò a finire – delle autorità militari di infliggere torture. Il governo non menzionò che l’intensificarsi della guerra in Algeria, e la scia di indignazione che provocò, avrebbe potuto condurre al collasso dell’ordine costituzionale vigente, come accadde nel 1958, quando Charles de Gaulle prese il potere con il consenso delle forze armate.

Furono 255, allora, i deputati abbastanza lungimiranti da votare contro la legislazione del 1955. Le possibilità che oggi se ne possano trovare altrettanti disposti a difendere le garanzie costituzionali del Paese sono esigue. Con ciò non si vuole suggerire che Hollande intenda violare tali garanzie nella stessa misura dei suoi predecessori degli anni Cinquanta. Nondimeno, il potenziale di tali violazioni è elevato. L’attuale stato di emergenza garantisce al governo il potere di impedire manifestazioni, di imporre il coprifuoco, di confiscare armi e mettere persone agli arresti domiciliari. Gli attivisti dei diritti umani hanno puntato il dito contro le misure che consentono al governo di effettuare “perquisizioni amministrative” — un eufemismo che fa passare in secondo piano il carattere spesso violento e terribile di questi raid — senza il mandato di un tribunale. Un critico ha affermato che la legge consentirebbe al governo di trasformare la Francia “in una dittatura nel giro di una settimana.”

E l’attuale dinamica regressiva ricorda sinistramente il decennio precedente. L’attuale stato di emergenza, proclamato in origine lo scorso novembre, è stato prorogato per tre mesi a partire da febbraio. A maggio, il governo, deciso a garantire la sicurezza sia degli europei 2016 che del Tour de Francia, ha spinto per un’ulteriore estensione. L’attentato di Nizza ha permesso di mantenerlo in vigore per almeno altri tre mesi ancora. È facile immaginare un’ulteriore estensione in autunno, se non le specifiche circostanze che potrebbero giustificarla.
A dire il vero, tutte le recenti tragedie della Francia non hanno prodotto se non la richiesta di misure di sicurezza più stringenti. Dopo gli attacchi dello scorso novembre, alcune figure di spicco della destra, come Laurent Wauquiez, hanno persino invocato la creazione di campi di concentramento per i sospetti terroristi, un’idea che nel 1955 era stata esplicitamente respinta.

È lecito chiedersi se il governo francese si sia assuefatto ai suoi poteri di emergenza. Quello che è chiaro è che le perquisizioni senza mandato consentite dalla legislazione si sono dimostrate tanto invasive quanto inefficaci

È lecito chiedersi se il governo francese si sia assuefatto ai suoi poteri di emergenza. Quello che è chiaro è che le perquisizioni senza mandato consentite dalla legislazione si sono dimostrate tanto invasive quanto inefficaci: Delle circa 4.000 perquisizioni amministrative eseguite a partire dallo scorso novembre, appena il 7% ha condotto a procedimenti giudiziari. Non meno allarmanti sono risultati gli sforzi del governo di utilizzare i suoi poteri rafforzati non solo contro le sospette cellule terroristiche, ma anche contro individui e gruppi che hanno manifestato dissenso contro varie misure politiche ed ambientali. (L’esempio più recente è il tentativo infruttuoso, lo scorso mese, di disporre l’annullamento di una protesta contro la proposta di legge che concedeva ai datori di lavoro maggiori libertà nel licenziare ed assumere i lavoratori.) Come dichiarato, a maggio, dal socialista Dominique Raimbourg, durante il precedente dibattito parlamentare sull’estensione della legislazione, la Francia sta “evolvendo da uno stato di emergenza inteso a contrastare il terrorismo ad uno stato di emergenza avente lo scopo di mantenere l’ordine pubblico.”

Tuttavia, mentre la Promenade des Anglais rimane la scena del crimine, il dibattito si è drammaticamente spostato: il governo è ora sotto tiro per non aver saputo adottare le adeguate misure di emergenza nei confronti del Paese. Christian Estrosi, presidente del Dipartimento che comprende Nizza e leader dell’ala “legge e ordine” del Partito repubblicano, ha prontamente denunciato la mancata attenzione del governo socialista agli appelli che egli aveva inviato giorni prima chiedendo di rafforzare la sicurezza. Venerdì mattina ha ulteriormente inasprito i toni: “è mia impressione che lo Stato stia reagendo alla minaccia sdraiandosi”, ha affermato, per proseguire: “Forse il governo si è dimenticato che la Francia è in guerra?”

Non è sorprendente se Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente (e, lui lo spera disperatamente, anche il futuro presidente), abbia rilanciato la feroce accusa di Estrosi. “Nulla sarà più come prima,” ha dichiarato, invocando non soltanto l’estensione dello stato di emergenza, ma anche l’“adeguamento e il rafforzamento” degli strumenti di contrasto al terrorismo a disposizione dello Stato. Evidentemente timoroso di apparire troppo morbido, il rivale di Sarkozy come candidato presidente dei repubblicani, Alain Juppé, normalmente prudente, ha esortato a riconsiderare “l’equilibrio tra la protezione della Francia e i limiti delle libertà individuali” — ovviamente a discapito dalle libertà. La prima priorità dello Stato, ha scandito, è quella di “proteggere la Francia e dotarsi di tutti gli strumenti necessari a questo scopo.”

I francesi, a quanto pare, condividono il punto di vista di Juppé. All’indomani degli attacchi terroristici dello scorso novembre, un sondaggio condotto dall’ IFOP, l’istituto demoscopico francese, rivelò che l’84% del campione era disposto a sacrificare le libertà personali sull’altare della sicurezza pubblica. Due mesi dopo, a gennaio, il numero era ancora all’incirca invariato: un altro sondaggio IFOP mostrò che circa l’80% degli intervistati erano favorevoli all’estensione dello stato di emergenza.
Eppure, non è affatto chiaro a cosa possa condurre la perpetuazione di questo stato di allerta. Il carattere cangiante del terrorismo metterà sempre alla prova la capacità del Paese di difendere i suoi cittadini. Le autorità francesi sono al corrente almeno dal 2014 che lo Stato Islamico ha esortato i suoi seguaci ad usare automezzi pesanti come armi di distruzione di massa. Mentre la polizia e i servizi di intelligence hanno stroncato sul nascere, dal 2013 ad oggi, almeno dieci attacchi terroristici pianificati — due dei quali occorsi dopo che è stato dichiarato lo stato di emergenza — non potranno mai sventarli tutti. Quello che i servizi non potranno impedire, nemmeno al massimo della pervasività e dell’ingegno, è che un individuo privo di una storia di possibili connessioni con il terrorismo — tale era il caso di Bouhlel — si procuri un tir mosso da ulteriori (e sinistre) ragioni. O un motoscafo, o, per dire, un biglietto per un bateau-mouche sulla Senna. Nella logica ineluttabile del terrorismo, un biglietto è più che sufficiente.

Allo stesso tempo, il governo ha optato, per contrastare il terrorismo, per un’operazione di facciata: l’operazione Sentinella, con il dispiegamento di oltre 7.000 soldati — 10.000 durante gli europei 2016 — in siti in tutta la Francia, ma che, come tutte le parti coinvolte comprendono, ha a che vedere con l’esigenza di rassicurare i francesi e i turisti, più che di garantire la sicurezza delle zone sensibili del Paese. “Data la natura diffusa ed opportunistica della minaccia terroristica,” ha detto Elie Tenenbaum, ricercatore presso l’autorevole Istituto francese delle relazioni internazionali, all’inizio di quest’anno, “la protezione di questi siti da parte di soldati armati è destinata a rivelarsi un fallimento.” Intervistato da Le Monde, un funzionario militare francese ha descritto l’operazione in termini più shietti: “un colabrodo.” La valutazione negativa dell’efficacia dell’esercito come strumento di contrasto al terrorismo non cambia dopo l’attentato di Nizza: gruppi di soldati pesantemente equipaggiati e armati con fucili d’assalto a presidiare Nizza non hanno impedito a Bouhlel di irrompere nella promenade né sono riusciti a porre fine alla sua furia omicida. (Secondo i resoconti, Bouhlel è stato fermato da un civile che si è lanciato contro la cabina del tir e da alcuni poliziotti che, rincorrendo il tir, hanno aperto il fuoco.)

A gennaio, Hollande aveva rassicurato i francesi che che non era nella natura dello stato di emergenza di durare. Eppure, pochi giorni dopo, il suo primo ministro, Manuel Valls, dichiarò che la Francia stava affrontando una “persistente minaccia globale.” Questa contraddizione va dritta al cuore dell’attuale narrazione del Paese. Fin dall’antica Repubblica di Roma, i giuristi hanno riconosciuto la legittimità dello stato di emergenza. Nella legge romana la legittimità si basava non solo sulla natura della minaccia posta alla repubblica, ma anche sul riconoscimento che lo stato di emergenza fosse, per definizione, limitato nel tempo. Una logica diversa, però, sembra prendere corpo in Francia: uno Stato democratico che promulga e mantiene pratiche eccezionali e non democratiche.

Link all’articolo originale

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Written by pierpaolocaserta

luglio 21, 2016 at 8:04 pm

La vera bomba a orologeria dell’Europa

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“La vera bomba a orologeria dell’Europa”, secondo Samuel Gregg su “The Spectator” (Stati Uniti): non è della Grecia che si sta parlando. Se propongo questo articolo non è perché ne condivida ogni passaggio. Al contrario, non sono certamente in sintonia con la forte impronta neoliberista che vi è chiaramente leggibile; e, di conseguenza, ho non poche riserve sull’individuazione, da parte dell’autore, delle cause specifiche alla base della fragilità dell’economia francese. La ragione per cui ne riporto ugualmente il ragionamento risiede nel fatto che, al pari del precedente articolo tradotto e pubblicato su questo blog (da The Wall Street Journal: l’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro), ritengo sia utile per spostare l’attenzione dalla martoriata Grecia ai problemi strutturali di altre importanti economie nazionali di Stati membri e dell’Europa nel suo insieme. Se, poi, sono ambienti della finanza internazionale, se non vicini al conservatorismo neoliberista ( sia The Spectator che il Wall Street Journal sono di orientamento conservatore), e non giornali con simpatie di sinistra ad essere sempre più convinti che l’accanimento contro la Grecia sia non solo ingiusto, ma anche fuorviante e profondamente miope, allora mi sembra di tutta evidenza che ne risultino potentemente rafforzate proprio tali conclusioni. (ppc)

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La vera bomba a orologeria dell’Europa

Samuel Gregg | The Spectator (Stati Uniti)

2 marzo 2015

Mentre i governi e i mercati finanziari europei si sono concentrati, negli ultimi mesi, su quel disastro, politico e fiscale in corso, altrimenti noto come Grecia, le criticità che sta attraversando uno dei membri più piccoli dell’UE appaiono, francamente, abbastanza marginali rispetto a quello che potrebbe essere tranquillamente il maggiore tra i problemi interni che incombono sull’Europa.

Il nome di questo problema? In una sola parola: Francia.

Non è esagerato dire che la Francia sta vivendo una delle sue peggiori crisi sistemiche dal collasso della Quarta Repubblica, avvenuto nel 1958. Questa volta, però, non c’è alcun uomo della provvidenza—nessun Charles de Gaulle—ad aspettare dietro le quinte per salvare la Francia da se stessa. In effetti, proprio questo è un aspetto del problema della Francia: una classe politica che, indipendentemente da appartenenze partitiche, è priva di pensiero creativo, specialmente sul delicato fronte dell’economia francese.

Per soppesare la gravità dei problemi economici della Francia, e la ragione per cui molti europei sono estremamente nervosi per quello che sta succedendo—o meglio, che non sta succedendo— a quella che ancora nel 2013 era la quinta maggiore economia al mondo, basterebbe dare un’occhiata all’ “Index of Economic Freedom” 2015, appena pubblicato. La Francia vi figura al 73esimo posto tra le economie più libere al mondo, su un totale di 178. L’Italia—l’altro caso disperato per l’economia dell’UE—è l’unico Paese sviluppato con una classifica peggiore. L’economia francese ha in effetti traballato sull’orlo della classifica di “mostly unfree” [per lo più non libera] per oltre 20 anni.

In prospettiva, il FMI prevede per la Francia una crescita anemica per il 2015: appena uno 0,8%, cioè ben al di sotto dei valori medi europei e mondiali. Tra le economie avanzate, soltanto per l’Italia le previsioni sono peggiori. A partire dal 2000, la crescita della Francia ha superato a stento il 2% annuo, per attestarsi più frequentemente pochi punti decimali al di sotto di tale quota. Per altro, il rallentamento della crescita ha ricadute negative sull’occupazione. Nel caso della Francia, a dicembre dello scorso anno il numero di persone in cerca di occupazione ha fatto registrare un nuovo picco.

Alcuni dei fattori alla base di questa situazione non sono nemmeno difficili da identificare. Tanto per cominciare, la spesa pubblica ammonta ad un pesante 57% del PIL annuo della Francia. Per avere un termine di paragone, la spesa pubblica degli Stati Uniti è all’incirca il 33% del PIL. Per la gran parte, tale ingente spesa è destinata al welfare state. Sostenerlo impone un carico enorme in termini di imposizione fiscale e di limitazione del potenziale di creazione di ricchezza.

Non che i leader politici francesi siano ignari della fosca situazione economica del loro Paese. L’ultimo tentativo di liberalizzare parti dell’economia, avviato nel 2014 dal primo ministro Manuel Valls, ha fatto seguito a numerosi altri tentativi di attuazione delle riforme compiuti fin dal 2000 da governi di destra e di sinistra e di norma completamente falliti o annacquati al punto da divenire privi di significato. In tutti i casi, il copione è stato piu o meno lo stesso:
1) il governo ammette la gravità della crisi economica e si dichiara determinato ad attuare dure riforme; (2) sindacati, studenti e pensionati protestano contro la profonda ingiustizia dei cambiamenti proposti; (3) le massicce proteste e le marce per le strade si oppongono alla grave violazione della solidarietà; (4) il governo annuncia la decisione di riesaminare le proposte; (5) manifestazioni e marce proseguono senza sosta; (6) il governo inizia a precipitare nei sondaggi; (7) il governo capitola.
Arrivati a questo punto, non esiste alcuna valida ragione per credere che l’agenda di Valls debba andare incontro ad un destino diverso.

L’indisponibilità della Francia a cambiare evidenzia che, a dispetto dei migliori proclami di apertura mentale, la società francese è per lo più monolitica quando si tratta di ragionare di economia.

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Link all’articolo originale:
http://spectator.org/articles/61916/europe%E2%80%99s-real-time-bomb

Written by pierpaolocaserta

aprile 5, 2015 at 8:08 am

Pubblicato su Francia

Il collasso della diversità intellettuale in Francia

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Se avete sempre pensato che la Francia non sia uno Stato di polizia quanto lo sono Regno Unito e Stati Uniti, farete meglio a ricredervi.

di ANDRE VLTCHEK | CounterPunch (Stati Uniti)

Ci sono parecchie mitragliere di fronte al palazzo di Charlie Hebdo, a Parigi. Ci sono poliziotti che indossano giubbotti antiproiettile, armati fino ai denti. Fissano i passanti in modo tipicamente intimidatorio, rivoltante. I redattori di Charlie Hedbo sono ben protetti, alcuni di loro post-mortem.

Se avete sempre pensato che la Francia non sia uno Stato di polizia quanto lo sono Regno Unito e Stati Uniti, farete meglio a ricredervi. Si vedono soldati e poliziotti armati di tutto punto in tutte le stazioni ferroviarie e in molti incroci, persino in alcuni vicoletti. I provider di Internet stanno apertamente spiando i clienti. I media si autocensurano. La propaganda di regime è al culmine dell’efficienza.

Ma i francesi, o almeno la grande maggioranza, sono convinti di vivere in una “società democratica e aperta”. Se chiedi loro di dimostrarlo, non sono in grado di farlo; non hanno argomenti. Semplicemente, è stato loro detto che sono liberi, e loro sono convinti che sia così.

Ogni tanto i dipendenti di Charlie Hebdo escono fuori per fumare una sigaretta. Allora cerco di coinvolgerli in una conversazione, ma rispondono a monosillabi. Fanno del loro meglio per ignorarmi. In qualche modo, devono aver intuito che non sono qui per confermare la versione ufficiale.

Chiedo loro perché non mettano mai in ridicolo il neocolonialismo occidentale, gli aspetti più grotteschi del sistema elettorale occidentale, o, ancora, gli alleati occidentali, che stanno commettendo genocidi in tutto il mondo: India, Israele, Indonesia, Ruanda, Uganda… Mi congedano sbrigativamente con il linguaggio del corpo. Simili domande non sono incoraggiate, o meglio, non sono consentite. Nella Francia di oggi, anche umoristi e clown sanno qual è il loro posto.

Presto mi fanno sapere che sto facendo troppo domande. Uno dei dipendenti si limita, molto significativamente, a guardare in direzione dei poliziotti armati. Il messaggio mi è chiaro. Non sono dell’umore di sostenere un lungo interrogatorio. Mi allontano.

Nelle vicinanze ci sono parecchi siti con esternazioni di compassione nei confronti delle vittime; le 12 persone che hanno perso la vita negli attacchi del gennaio 2015 alla redazione della rivista. Ci sono bandiere della Francia e un plastico che raffigura dei topi con Je Suis Charlie scritto sui corpi. Un grande manifesto proclama: Je suis humain. […]

In tutta la zona, sono molte le scritte che inneggiano alla libertà. “Libre comme Charlie”, “Liberi come Charlie”!

Una donna appare dal nulla. È molto ben vestita, ed elegante. Rimane ferma per alcuni secondi davanti a me. Mi accorgo che sta tremando. Piange.

“Lei… è una parente?” Le chiedo, con gentilezza.

“No, no”, risponde. “Siamo tutti loro parenti. Siamo tutti Charlie!”

All’improvviso mi abbraccia. Sento la sua faccia bagnata contro il mio petto. Mi sforzo di essere sensibile. La stringo forte, quell’estranea – quella donna sconosciuta. Non perché lo voglia, piuttosto perché penso di non avere altra scelta. Una volta assolto il mio obbligo civile, mi allontano da quel posto.

Quindici minuti a piedi dall’edificio di Charlie Hebdo si raggiungono il monumentale museo nazionale di Picasso e dozzine di gallerie d’arte. Mi accerto di visitarne almeno cinquanta.

Voglio sapere tutto su questa libertà di espressione che l’opinione pubblica francese così legittimamente desidera e “difende”!

Ma quello che vedo è pop art senza fine. Una galleria ha una finestra rotta con una scritta: “Avete infranto la mia arte”. Si suppone che ciò sia a sua volta un’opera d’arte.

Le gallerie mostrano senza sosta linee e quadrati, e tutte le forme e i colori immaginabili.
In parecchie gallerie, quella che vedo è arte astratta “in stile Pollock”.

Chiedo ai proprietari delle gallerie se sappiano di qualche mostra che si focalizzi sulla difficile situazione delle decine di migliaia di senzatetto che sopravvivono a stento all’inverno parigino. Ci sono pittori o fotografi che ritraggono i mostruosi slum al di sotto delle strade principali o dei ponti ferroviari? E le avventure militari e di intelligence della Francia in Africa, che stanno distruggendo milioni di vite umane? Ci sono artisti che si oppongono al fatto che la Francia stia diventando uno dei centri-guida dell’Impero?

In cambio ricevo sguardi indignati, o disgustati. Altri sguardi ancora sono palesemente allarmati. I proprietari delle gallerie non hanno la minima idea di ciò di cui sto parlando.

Al museo Picasso, l’atmosfera è percepibilmente “istituzionale”. Nessuno, in base a quello che si vede qui, potrebbe immaginare che Pablo Picasso sia stato comunista, nonché pittore e scultore profondamente impegnato . Uno dopo l’altro, gruppi di turisti tedeschi, prevalentemente anziani, passano attraverso sale ben contrassegnate, accompagnati dalle guide.

Qui non sento nulla. Questo museo non mi ispira, è castrante! Più a lungo ci rimango, più sento evaporare il mio zelo rivoluzionario

Allora mi precipito nell’ufficio e chiamo una curatrice junior.
Le dico tutto quello che penso del museo e di quelle gallerie commerciali che lo circondano.

“Quei milioni di persone che hanno marciato e scritto messaggi su Charlie Hedbo… cosa intendono per “libertà”? Sembra essere rimasto ben poco di “libero” in Francia. I media sono controllati, l’arte è diventata una specie di pop art senza cervello.”

Lei non ha nulla da dire. “Non saprei”, risponde infine. “I pittori dipingono quello che le persone vogliono comprare.”
“È così, dunque?” chiedo.

Le cito [il distretto artistico] “798”, a Pechino, dove centinaia di gallerie sono fortemente politiche.
“Nelle società oppresse l’arte tende ad essere più impegnata”, dice lei.

Le dico quello che penso. Le dico che per me, e per molte persone creative che ho conosciuto in Cina, Pechino è molto più libera, molto meno manipolata o oppressa di Parigi. Mi guarda inorridita, poi con quel classico sarcasmo europeo. Crede che io voglia solo provocare, che stia solo scherzando. Non posso dire sul serio. Non è forse evidente che gli artisti francesi sono superiori, che la cultura occidentale è la più grande. Chi potrebbe dubitarne?

Le mostro un mio documento, ma lei si rifiuta di dirmi il suo nome.
Me ne vado disgustato, così come, di recente, avevo lasciato disgustato la collezione Peggy Guggenheim, a Venezia.

Ad un certo punto entro in un locale per bere un caffè e un bicchiere d’acqua.
Entra un uomo con un cane enorme. Entrambi si fermano davanti al banco. Il cane mette le zampe anteriori sul tavolo. Entrambi prendono una birra: l’uomo nel bicchiere, il suo cane in un piattino. Pochi minuti dopo, pagano e se ne vanno.

Scribacchio nel mio taccuino: “In Francia, i cani sono liberi di bere una birra nei café.

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Link all’articolo originale:
http://www.counterpunch.org/2015/03/20/the-collapse-of-french-intellectual-diversity/

Written by pierpaolocaserta

marzo 30, 2015 at 5:36 pm

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Front National: dal voto di protesta a ‘primo partito in Francia’?

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Domani in Francia si vota per il primo turno delle elezioni dipartimentali (il secondo si svolgerà il 29 marzo). I sondaggi danno in testa il Front National di Marine Le Pen. Tra gli altri, “The Guardian” dedica alle elezioni un lungo articolo. Ne ho tradotti alcuni passaggi che mi sono sembrati particolarmente significativi degli umori alla base del sensibile spostamento a destra, del resto in atto da tempo, della società francese e del crescente consenso al Front National nella Francia del dopo-Charlie Hebdo, che va di pari passo con la sua “normalizzazione”. Le virgolette sono d’obbligo, visto che parliamo di un partito dell’estrema destra che, sotto la guida di Marine Le Pen, si è sforzato di mettersi l’abito pulito ma senza cambiare il nucleo delle sue posizioni: un accesso nazionalismo, le violente posizioni anti-immigrazione, il radicale antieuropeismo. Senza dimenticare, ad ulteriore e più esatta qualifica dell’indole del FN, la volontà di ripristinare la pena di morte recentemente agitata da Marine Le Pen, che ha così prontamente colto la palla al balzo dei tragici attentati di Parigi. (ppc)

Front National: dal voto di protesta a ‘primo partito in Francia’?

Angelique Chrisafis | The Guardian
19/03/2015

Nella pittoresca cittadina di Villers-Cotterêts, nella Piccardia, Sylvie Delpierre, titolare di un’agenzia immobiliare, se la ride di gusto. Da quando, lo scorso anno, è stato eletto un sindaco del Front National, formazione di estrema destra, ha la sensazione che molti acquirenti stiano abbandonando i tesi sobborghi parigini in cerca di una tranquillità semi-rurale; e, spesso, si sentono “contenti e sollevati” nel sapere chi sta guidando la città. “Sembra un clima più sereno: c’è meno tensione, vediamo in giro più pattuglie di polizia e le tasse locali sono state abbassate”.

Per Delpierre, 50 anni, c’è stato un tempo in cui votare il Front National era “un tabù, qualcosa che faceva decisamente storcere la bocca”. Sarebbe stato “impensabile” confessare ai genitori che aveva sempre votato Jean-Marie Le Pen, il rude ex-paracadutista fondatore del partito, che, a suo dire, è stato “attaccato da ogni parte” – il partito è stato criticato per le affiliazioni neonaziste e per l’antisemitismo, e lui stesso fu trovato colpevole di aver negato crimini contro l’umanità quando dichiarò che l’occupazione nazista della Francia non fu “particolarmente inumana”.

Oggi, però, ritiene che Marine Le Pen, figlia del fondatore e nuovo leader dell’estrema destra, abbia raggiunto un consenso di massa. “Soltanto il Front National può aggiustare la situazione economica e risollevare l’immagine della Francia nel mondo”, sono le sue parole. “Marine Le Pen ha classe – è la nostra Angela Merkel, una donna capace di imporsi.”

Mentre la Francia si accinge a votare, questo fine settimana, per il primo turno delle elezioni dipartimentali, il governo ha espresso preoccupazione per la crescita apparentemente inarrestabile del FN, il partito nazionalista, anti-immigrazione ed antieuropeo – che vuole uscire dall’euro, ripristinare la pena di morte, mettere un freno all’immigrazione e favorire i francesi a svantaggio degli immigrati quando si tratta di concedere benefici – accreditato del 30% circa delle preferenze al primo turno, risultando in tal caso primo partito a livello nazionale, davanti all’UMP (destra) e distaccando nettamente i socialisti attualmente al governo.

Si tratterebbe di un cambiamento notevole. Tradizionalmente, il FN ha sempre raccolto un voto di protesta che non aveva preso piede al livello dell’amministrazione locale. Ora sta mettendo radici nel Paese. E la sua nuova base territoriale spiana la strada alla candidatura della Le Pen per le presidenziali del 2017.

Link all’articolo originale:
http://www.theguardian.com/world/2015/mar/19/front-national-secret-welcome-provincial-france-elections

Written by pierpaolocaserta

marzo 20, 2015 at 9:17 pm

Il primo ministro francese: nel 2017 l’estrema destra potrebbe salire all’Eliseo

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Il primo ministro francese Manuel Valls ha espresso viva preoccupazione per l’eventualità che il Front National possa imporsi nelle elezioni presidenziali che si terranno nel 2017.
Valls considera concreto il pericolo e riesce difficile dargli torto, considerando il peso crescente del partito di Marine Le Pen nella Francia del dopo-Charlie Hebdo: “Pensate davvero che il Front National, che ha ottenuto il 25% alle elezioni europee e, forse, otterrà il 30% alle prossime elezioni dipartimentali, non potrebbe vincere le presidenziali?”

“Non nel 2029, non nel 2022, nel 2017” ha aggiunto Valls, ricordando che i sondaggi gratificano il Front National di percentuali “senza precedenti” per le prossime elezioni dipartimentali del 22 e 29 marzo.

“Ho paura per il mio Paese, ho paura che si spacchi davanti al Front National”, prosegue Valls, che già l’hanno scorso aveva messo in guardia sul fatto che in Francia l’estrema destra fosse “alle porte del potere”.

“Qualunque cosa accada, dobbiamo fare in modo che l’affluenza sia molto maggiore perché il risultato del Front National sia inferiore [rispetto ai sondaggi sulle intenzioni di voto che lo danno su percentuali vicine al 30%]”.

“Il loro programma – uscire dall’Euro, abbandonare la politica agricola comune – è disastroso per il Paese.”

Le proiezioni per le prossime elezioni dipartimentali lasciano intravvedere un risultato mediocre per il Partito Socialista del primo ministro Valls e del presidente Hollande.

Fonte:
http://m.france24.com/en/20150308-far-right-valls-presidential-2017

Written by pierpaolocaserta

marzo 9, 2015 at 7:45 am

Francia, il razzismo alimenta la disoccupazione degli immigrati di seconda generazione

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francia razzismo

Francia, il razzismo alimenta la disoccupazione degli immigrati di seconda generazione

Secondo le conclusioni di una recente indagine, che ha incrociato i dati di numerosi studi, la discriminazione tiene i figli degli immigrati in fondo alla scala economica. La disoccupazione tra gli under-25 di origine africana supera il 40%.

Secondo quanto emerso dallo studio, sono i giovani di origine sub-sahariana ad incontrare gli ostacoli maggiori nel trovare lavoro. Commentando le conclusioni della ricerca, Jean Pisani-Ferry, dirigente di France Stratégie, organismo collegato alla carica del primo ministro, ha definito “enorme” il problema dell’integrazione per i discendenti degli immigrati.

Per il 2012 la disoccupazione tra gli under-25 di origine africana è risultata pari al 42% , a fronte del 22% registrato tra i discendenti di immigrati europei e tra quelli di famiglie residenti di lungo corso in Francia.
Tra i figli di immigrati da altri continenti il dato si attesta al 29%.

Sullo stesso registro anche le dichiarazioni di Bernadette Hétier, organizzatrice della campagna antirazzista Mrap: “La barriera del colore della pelle esiste ancora e rappresenta la maggiore fonte di diseguaglianza.”

Hétier punta il dito sulle “fantasie, nell’accezione negativa del termine, che ingenerano la percezione che alcune persone siano “più pericolose”. Sicuramente esiste un fattore “legato alla paura”, aggiunge.

La relazione, comunque, individua anche altri fattori importanti, oltre alla discriminazione, quali la formazione, il background familiare e il luogo di residenza.

“Un quarto degli immigrati o discendenti di immigrati hanno dichiarato di essere stati oggetto di discriminazione negli ultimi cinque anni. Di questi, quasi la metà sono di origine sub-sahraiana e il colore della pella viene percepito come il principale criterio di discriminazione,”

La ricerca ha riscontrato diseguaglianze ai danni di figli degli immigrati in vari ambiti:

•Il 14% in aeree ufficialmente riconosciute come svantaggiate, contro il 4% della popolazione totale al 2008;
•Il 24% abbandona la scuola senza aver conseguito alcuna qualifica, contro il 16%;
•Il reddito medio annuo nel 2012 è stato pari a 13.360 Euro, contro i 20.310 del 2011;
• Nella fascia di età compresa tra i 18 e i 50 anni, il 33% vive in alloggi dei servizi sociali, contro il 13% delle persone originarie dell’Unione europea.

“All’interno delle associazioni francesi per la difesa dei diritti umani siamo del parere che la storia coloniale della Francia sia molto importante da questo punto di vista,” – ha fatto notare Hétier. “Ci sono stati otto anni di guerra molto cruda tra la Francia coloniale e l’Algeria e per molti anni abbiamo avuto un reale problema di razzismo nei confronti delle persone di origine nordafricana.”

Lo studio invita a prendere in considerazione misure per aiutare le aree svantaggiate e i discendenti degli immigrati respingendo la “differenziazione” in base all’origne.

Fonte: RFI

Foto: Reuters/Christian Hartmann

http://mobile.english.rfi.fr/economy/20150301-statistics-show-discrimination-against-second-generation-african-immigrants-france-report

Written by pierpaolocaserta

marzo 2, 2015 at 9:45 am

Pubblicato su Francia, Razismo

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La violenza è imperdonabile, ma lo è anche l’islamofobia

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All’indomani degli attentati di Parigi, la rappresentazione di Charlie Hebdo ha seguito due vie: da una parte la rivista satirica, laica, sferzante che si fa beffa del dogmatismo religioso; dall’altra, un think-tank islamofobo ed organico a certa sinistra di potere francese, sempre più guerrafondaia e sempre meno “socialista”. Probabilmente, entrambe queste rappresentazioni sono una semplificazione, sebbene sia utile metterle in contrasto. La riflessione di Harvey, scrittore ed opinionista politico, oltre ad essere condivisibile almeno nella tesi di fondo, ha a mio parere alcuni pregi. In sintesi: a) contribuisce ad aprire un ragionamento problematico sul cortocircuito tra libertà di espressione e rispetto delle diverse sensibilità nella società globalizzata; b) getta una luce chiara sull’ipocrisia dei non pochi atteggiamenti, spesso strumentali, che, attivati in nome della libertà di espressione e della tolleranza, si sono tradotti e si traducono in comportamenti e prassi lesive proprio di quei principi; c) dà voce ad un sentire diffuso tra quelli che non dovremmo chiamare musulmani “moderati” ma semplicemente musulmani, e cioè un miliardo e 700 milioni di persone nel mondo che nulla hanno a che spartire con il terrorismo e la cui sensibilità, la si condivida o meno, sarebbe molto imprudente trascurare. (ppc)

La violenza è imperdonabile, ma lo è anche l’islamofobia

di Ebrahim Harvey | BDlive 18/02/2015

Opinioni – per quale motivo fare il gioco dei fanatici dando loro il destro per infliggere violenza in rappresaglia per quella che è percepita come una blasfemia o ingiustizia d’altro tipo, soprattutto se consideriamo che la satira può essere potente ed incisiva senza dover risultare crudelmente offensiva e umiliante?

Marcia repubblicana Charlie Hebdo

La più grande marcia repubblicana nella recente storia francese, svoltasi per esprimere sostegno alle pubblicazioni “satiriche” di Charlie Hebdo e alle tematiche connesse alle sue strisce provocatorie che raffigurano il profeta Maometto, mi ha fatto pensare alla rivoluzione francese del 1789, che ha dato al mondo i principi fondamentali di libertà, uguaglianza, giustizia e fratellanza, attorno ai quali le moderne democrazie cercano di modellarsi.

Ma, ironicamente, la storia della Francia, dalla rivoluzione, si è impantanata in controversie, conflitti e contraddizioni, in particolare con riguardo a razzismo e nazionalismo nella politica interna ed estera. Nulla ha innescato più contraddizioni del palese e brutale razzismo del colonialismo francese in Africa, in particolare in Algeria, e, d’altra parte, della virulenta ed esplosiva islamofobia dei recenti eventi che ruotano attorno alle strisce. In effetti, parecchie colonie francesi d’Africa sono in larga maggioranza musulmane, una circostanza che dovrebbe aver reso la Francia più attenta alle convinzioni e sensibilità islamiche. Ma i fatti di Parigi mostrano senza possibilità di equivoco con quanta tenacia la mano della storia possa continuare ad incombere. La marcia contro i brutali omicidi dei membri della redazione di Charlie Hebdo — assassinii che devono essere condannati nei termini più duri — ha rappresentato una dimostrazione di solidarietà pubblica senza precedenti. Tuttavia, è risultata discutibile nella misura in cui ha giustificato le strisce, ostentatamente in difesa della libertà di espressione. Inoltre, la marcia è stata chiaramente sfruttata da alcune forze per fini strumentali, a cominciare dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Lungi dall’apparire un’espressione militante ed ispirata in difesa di quei principi, le strisce sono state percepite dalla maggior parte dei musulmani come una forma di islamofobia blasfema e provocatoria, soprattutto a fronte del consapevole e deliberato spostamento a destra nella politica e nella società francese nel corso dell’ultimo decennio. La sprezzante reiterazione delle strisce nell’edizione di Charlie Hebdo immediatamente successiva di agli omicidi ha potentemente rafforzato la percezione di islamofobia. Ciò che davvero aveva fomentato gli assassini del fondatore della rivista e dei suoi colleghi veniva replicato nell’edizione curata dai sopravvissuti, dimostrando quanto fossero bizzarramente insensibili. O forse c’è del metodo dietro a questa loro follia, un calcolo per trarre vantaggio dal generale sfogo di dolore e solidarietà verso le vittime?

Come aveva potuto fare questo una pubblicazione che si presume di sinistra ed empatica nei confronti della difficile situazione degli africani che vivono in Francia, in maggioranza musulmani? La provocazione è ancora più bizzarra se si pensa che appena due anni fa la redazione subì un attentato bombarolo per strisce analoghe, che è poi il motivo per il quale persino un co-fondatore di Charlie Hebdo, Henri Roussel, avrebbe affermato che l’impeto provocatorio del direttore assassinato aveva “trascinato il team alla morte”. Ciononostante, nessuna di queste provocazioni può giustificare gli omicidi, per quanto possa spiegarli. In ogni caso, la propensione alla rappresaglia violenta contro coloro i quali deliberatamente e ripetutamente denigrano la santità del profeta Maometto, la più importante figura sacra dell’Islam, si rivela direttamente proporzionale alla misura in cui l’offesa si verifica. Maggiore è l’umiliazione percepita dai seguaci più devoti dell’ Islam, maggiore anche la magnitudine della violenza in rappresaglia. A questo riguardo, il deputato inglese George Galloway ha fatto notare: “Queste non sono strisce, sono insulti pornografici ed osceni nei confronti del profeta e per estensione ad un miliardo e 700 milioni di persone sul pianeta. Charlie Hebdo cercava di marginalizzate, alienare e minacciare proprio quella parte della comunità che già era stata alienata, già era minacciata.”

Prevedibilmente, l’edizione curata dai sopravvissuti ha suscitato una diffusa violenza in molti Paesi islamici. C’è una lezione indiscutibile che coloro i quali propagano una tagliente islamofobia dovrebbero apprendere: sfortunatamente, non esiste terrorista che possieda audacia e senso del martirio maggiore dei fondamentalisti islamici. Ma allora, per quale motivo fare il gioco dei fanatici dando loro il destro per infliggere violenza in rappresaglia per quella che è percepita come una blasfemia o ingiustizia d’altro tipo, soprattutto se consideriamo che la satira può essere potente ed incisiva senza dover risultare crudelmente offensiva e umiliante? Anche se gli omicidi e gli attentati suicidi devono essere condannati come metodo di lotta, quelli che hanno ucciso a sangue freddo i membri della redazione di Charlie Hebdo sono il prodotto della società razzista francese che, oltre a legittimare l’inciviltà delle strisce, per decenni ha maltrattato i musulmani ed altre persone di colore. Galloway ha utilizzato la frase “islamofobia razzista”, che coglie il nesso, presente in questo e in molti altri casi, tra razzismo ed islamofobia, tenendo a mente che, storicamente, la grande maggioranza dei musulmani nel mondo non è stata costituita soltanto da persone di colore, ma dalla classe lavoratrice o da piccoli commercianti che sono stati oppressi in Francia e in altri Paesi europei, al pari di altre persone di colore.

[…] È un dato di fatto che nessuna figura religiosa è stata derisa, ridicolizzata ed umiliata dalle strisce di Charlie Hebdo come l’Islam e il profeta Maometto. Il papa ha ammonito che che la libertà di espressione ha dei limiti e che coloro i quali insultano gratuitamente devono aspettarsi una ritorsione. È significativo che che nessuno abbia cercato di replicare al papa o di contraddirlo. La tragedia di Parigi ha mostrato che la brillante satira di qualcuno può suscitare la collerica repulsione di qualcun altro. Questo la dice lunga sull’urgenza di esplorare i limiti e la liceità della satira come strumento mediatico e politico. [ …]

Link all’articolo originale:

http://www.bdlive.co.za/opinion/2015/02/18/violence-is-inexcusable–but-so-is-the-wests-islamophobia

Written by pierpaolocaserta

febbraio 25, 2015 at 4:52 am

Pubblicato su Francia

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