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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

Rebecca Crozier, 2 dicembre 2015 ǀ Open Democracy

Riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E che bombardare non è l’unica opzione.

I ripugnanti attacchi di Parigi hanno ridotto il dibattito pubblico e politico sul conflitto in corso in Siria all’alternativa “bombardare o non bombardare” l’ISIS. E quelli che sono contrari ai raid aerei in Siria vengono accusati di simpatizzare per i terroristi.

In se stessa, la decisione di bombardare l’ISIS in Siria in risposta agli attacchi è frettolosa e incauta, mossa dalla convinzione che soltanto un intervento militare possa soddisfare l’esigenza dell’opinione pubblica di un’azione risoluta da parte del governo. Scioccate dalle terribili tragedie, le persona sono guidate da una comprensibile percezione che “qualcosa bisogna fare”. E così si giunge troppo facilmente e troppo rapidamente alla conclusione dell’intervento militare, come se fosse la sola opzione, l’unico modo per fare qualcosa.
Possiamo davvero sconfiggere ciò che il primo ministro ha definito il “malvagio culto della morte” intensificando i raid aerei? I territori occupati dall’ISIS non sono popolati solo da estremisti e da jihadisti assetati di sangue – i quali d’altra parte sono anche a Parigi, Bruxelles, a Londra. I territori occupati dall’ISIS sono popolati per la maggior parte da normali civili.

I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente.

I bombardamenti aerei contro i territori occupati dall’ISIS sono pericolosi e prestano il fianco a ritorsioni. I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente. I bombardamenti aerei creeranno nuovi rifugiati, mettendo sotto pressione i fragili stati confinanti in una regione che già non può farvi fronte. Inoltre, i bombardamenti aerei e le loro sanguinose conseguenze alimenteranno la macchina propagandistica dell’ISIS, sia in Siria che all’interno delle nostre società. A tutti questi rischi si aggiunge il fatto che, anche qualora dovessimo avere successo, non sappiamo da chi sarà riempito lo spazio ora occupato dall’ISIS.

Dobbiamo, invece, riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E bombardare non è l’unica opzione.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra. Si troverà che queste ragioni non sono dappertutto le stesse: un giovane siriano che ha perso tutto a causa della guerra si unirà per ragioni diverse da una giovane donna britannica che compie il viaggio in Siria nel nome della jihad; e saranno ancora diverse le ragioni che portano un analfabeta dei sobborghi di Tunisi a decidere di combattere.

Intervenire su una realtà complessa

Il primo ministro ha affermato che la complessità non deve diventare una scusa per il non intervento. Ha ragione. Ma la complessità non è una scusa, è la realtà, e proprio conoscendo la complessità potremmo prendere in considerazione azioni diverse, in particolare quelle soluzioni locali che sarebbero decisive nella lotta contro l’ISIS.

Questo lavoro preparatorio è già in corso. Mentre i parlamenti erano impegnati a deliberare sui pro e i contro dell’azione militare, gruppi della società civile locale, governi e leader di comunità lavoravano duramente in prima linea. Organizzazioni come International Alert, insieme alle controparti locali, erano al lavoro per comprendere ed individuare i fattori che influenzano la vulnerabilità dei giovani al reclutamento di gruppi estremisti in modo da fornire riposte appropriate.

Per esempio: si stima che oltre tremila tunisini abbiano compiuto il viaggio in Siria per combattere al fianco dei miliziani. Grazie al nostro lavoro in Tunisia sappiamo che i giovani nei sobborghi poveri di Tunisi che hanno partecipato alla primavera araba perché credevano nella possibilità di una vita migliore, oggi si sentono presi in giro dalle elite politiche e ignorati dallo Stato. Sappiamo che la disillusione e il risentimento che ciò ha ingenerato hanno reso questi sobborghi permeabili al reclutamento dei gruppi estremisti e che il senso di appartenenza e di una causa offerto da questi gruppi ha convinto migliaia di tunisini a compiere il viaggio in Siria.

Naturalmente è difficile dire quale sia il modo migliore per rispondere alla terribile situazione in Siria, e nessuno può proclamare di avere tutte le risposte. Ma troppo spesso siamo messi di fronte ad una scelta secca: bombardare o non bombardare, come se non esistessero altre opzioni a disposizione.
Di sicuro, l’unico modo per il Regno Unito di affrontare la situazione è continuare con pazienza a lavorare con i partner internazionali, regionali e locali allo scopo di assicurare un adeguato sostegno umanitario a tutti quelli che ne hanno bisogno, riducendo nel contempo incentivi ed opportunità per i nuovi combattenti di unirsi all’ISIS. E sviluppare una strategia di lungo termine percorribile e graduale per riportare la stabilità e – auspicabilmente – la pace in Siria.

Ci vorrà tempo per questo, ma difficilmente continuare a bombardare migliorerà le cose, anzi, non farà che peggiorarle.

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Link all’articolo originale: https://www.opendemocracy.net/rebecca-crozier/syria-to-bomb-or-not-to-bomb-that-is-not-question

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Written by pierpaolocaserta

dicembre 7, 2015 at 2:11 pm

Pubblicato su Daesh, Iraq, Open Democracy, Siria

Stati Uniti e curdi siriani, offensiva militare congiunta. Uccisi “numerosi” leader dell’Isis

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Secondo una televisione satellitare araba, che cita fonti della coalizione guidata dagli Stati Uniti, i bombardamenti aerei della coalizione avrebbero causato nelle ultime ore l’uccisione di “numerosi” leader dell’Isis

Coadiuvati da attacchi aerei statunitensi, i curdi siriani stanno tagliando le linee di rifornimento dell’Isis che collegano la Siria e l’Iraq. Si tratta della prima evidenza che la cooperazione militare tra i curdi siriani e gli Stati Uniti si sia concretizzata in iniziative di attacco.

L’azione dei curdi estende l’offensiva lanciata lo scorso fine settimana nel nord-est della Siria e sta beneficiando dell’ingente sostegno degli attacchi aerei americani. Il rapimento, da parte dell’Isis, di almeno 90 cristiani dai villaggi assiri potrebbe essere stato effettuato in risposta all’offensiva curda. Alcune fonti riferiscono di un numero molto maggiore di cristiani rapiti, compreso tra 220 e 400.

Gli Stati Uniti stanno dunque cooperando militarmente con la YPG, l’unità di protezione del popolo, che una volta consideravano parte integrante del movimento terroristico e nella quale vedono oggi il principale alleato nella guerra contro lo Stato Islamico in Siria.

Secondo il canale satellitare Al Arabiya, nei bombardamenti aerei sferrati oggi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti sul confine tra Siria ed Iraq sarebbero rimasti uccisi “numerosi” leader dell’Isis. Al momento non è ancora chiaro se tra questi vi sia anche Abu Bakr al-Baghdadi.

(Fonti: The Independent, The Jerusalem Post, agenzie internazionali)

Written by pierpaolocaserta

febbraio 26, 2015 at 3:39 pm

Pubblicato su Iraq, The Independent

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Stampa anglosassone e potere. Qualche opportuno distinguo.

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Perché dovremmo prendere sul serio, e molto, la stampa anglosassone. Specialmente quando parla di noi.

“Dagli inglesi non abbiamo nulla da imparare”, dice qualcuno rinchiudendosi in uno sprezzante orgoglio nazionalista. È un giudizio monolitico. Anche io ho avuto a che fare con una certa, forse tipica arroganza inglese, solo mascherata con quella placida calma che a volte caratterizza la malafede dei dominatori.

A molti l’Inghilterra non è simpatica perché l’imperialismo, e l’ideologia razzista che l’ha sostenuto, è una colpa storica grave – e per altro non tramontata, ma solo aggiornata nelle sua veste neoliberista.

Questa avversione verso gli atteggiamenti più deteriori della supremazia anglosassone spinge molti, per reazione, a rispedire al mittente anche le critiche che la stampa anglosassone ci rivolge, con sempre maggior insistenza e crescente preoccupazione, ravvisando nella situazione italiana una chiara anomalia democratica.

Si tratta, in realtà, di un atteggiamento talmente diffuso, da aver indotto di recente anche un autore come Gennaro Carotenuto, certamente non sospettabile di simpatie nei confronti della maggioranza che governa l’Italia, né tanto meno nei confronti degli aspetti più illiberali della stessa, a scrivere cose che starebbero al loro posto su Il Giornale o su Libero. Come quelle che riporto di seguito:

“Come diceva il vecchio Teodoro Roosevelt, Silvio Berlusconi “è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”.

Pertanto non permetterò a nessun giornale britannico, un paese che è arrivato al degrado di farsi governare da Margaret Thatcher e Tony Blair, guerrafondai, amici di dittatori, bugiardi professionali, affamatori di popoli, di insultare il primo ministro del mio paese, per quanto io stesso possa disprezzarlo.

Mi risulta pertanto particolarmente insopportabile il provincialismo e il colonialismo mentale della stampa di centro-sinistra italiana che dà credito fino a fare la ola ad un foglio come il “Financial Times”, un giornale fiancheggiatore di tutti i crimini del neoliberismo, perché questo definisce Silvio Berlusconi “un pericolo per l’Italia”. Un po’ di dignità!”

A me pare che la nota di Carotenuto contenga due principali e distinti argomenti, uno dei quali è, per conto mio, del tutto condivisibile, mentre l’altro mi trova molto distante. Il primo argomento è l’esortazione a non eccedere in zelo esterofilo, quando il problema politico è, dovrebbe essere, quello di costruire un progetto politico credibile e propositivo. È un’esortazione rivolta esplicitamente alla stampa di centro-sinistra e, tra le righe, al ceto politico, che mi sembra condivisibile.

Ciò che invece non mi appare condivisibile è il secondo argomento, teso a non operare distinguo tra i crimini coloniali e neoliberisti commessi dall’Inghilterra e l’atteggiamento di condiscendenza, da cui l’accusa di ipocrisia, rivolta alla stampa inglese nella sua totalità. Tra le due cose, infatti, non esiste alcun automatismo, anche se ovviamente sono esistite, per esempio tra la politica e il giornalismo inglese, ed esistono della indiscutibili convergenze. Ma esistono e sono esistite anche, e largamente, opposizioni e dissonanze.

L’Inghilterra non è stato l’unico Paese ad essersi lanciato nell’avventura di dominio, che ha fatto sì che ancora oggi il nord del mondo tenga il sud, senza alcuna giustificazione, in una condizione di inferiorità e di povertà. Ma è certamente stato il più efficace nel realizzarla, almeno fino all’età vittoriana e oltre, cedendo gradualmente questo primato, conseguito grazie a soprusi, crimini e sfruttamento, agli Stati Uniti. Su questo credo che non ci debbano essere dubbi, e certamente non ne io.

Ma il punto è che quando si parla della stampa inglese e del modo in cui vede l’Italia, tutto questo non c’entra. Al contrario, da questa stampa abbiamo molto da imparare.

L’idea, tutta anglosassone, che il giornalismo debba essere il “cane da guardia” del potere, ha molto poco a che vedere con la tradizione imperiale, anzi largamente le si oppone.

Ebbene, la stampa inglese, ma anche molti storici, ritengono che l’Italia viva un’anomalia democratica potenzialmente confrontabile, per la sua gravità, con quella da cui scaturì il fascismo

Possiamo rispedire con sprezzo al mittente queste critiche, ma forse prima varrebbe la pena di riflettere sul fatto che esse si ritrovano sulla stampa inglese come riflesso di una più perspicua riflessione storiografica, che può essere sintetizzata dalle recenti parole dello storico britannico Cristopher Duggan su The Independent:

La fusione dei partiti [FI e AN nel PdL] significa l’assorbimento delle idee del post-fascismo nel partito di Berlusconi . della tendenza a non vedere una distinzione morale e in ultima analisi politica tra coloro i quali supportarono il regime fascista e coloro i quali supportarono la Resistenza. In questo modo il fatto che il Fascismo fosse belligerante, razzista e illiberale viene dimenticato. C’è un coro strisciante dell’opinione pubblica secondo cui il Fascismo non è stato in fondo così male.

Gli argomenti che si leggono sulla stampa inglese (e certamente non solo su quella di sinistra), non sono (o quanto meno non sono sempre) il parto di giornali fiancheggiatori dei peggiori crimini del neoliberismo; al contrario, attraversano tutta la stampa anglosassone, tagliando la griglia delle ideologie politiche, ed esprimendo posizioni consonanti con quelle di storici che conoscono molto bene l’Italia, come Duggan. Non vi si leggono insulti gratuiti al presidente del Consiglio italiano, ma circostanziate analisi.

Penso che faremmo bene, allora, a prenderle molto sul serio, non confondendo cose che sono ben distinte.

Non da ultimo, rivolgersi alla stampa anglosassone è oggi più che mai utile, se consideriamo che il recente rapporto Freedom House colloca l’Italia al 73esimo posto nel mondo per la libertà d’informazione.

Semmai, sarebbe il caso di ricordare più spesso che questa stampa non si è mai limitata, da un anno a questa parte, ad analizzare i rischi per la democrazia rappresentati dal cavaliere: ha anche richiamato l’attenzione sulla complementare inadeguatezza dell’opposizione.

Written by pierpaolocaserta

giugno 13, 2009 at 2:23 pm

Una fine crudele per chi chiede asilo all’Italia

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Tana de Zulueta su The Guardian denuncia La violazione dei diritti e delle convenzioni internazionali e il silenzio complice di Bruxelles

(…) Dopo che più di 500 persone sono state intercettate e mandate in Libia, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha fieramente salutato una “svolta storica” nelle politiche italiane sulla gestione dell’immigrazione. Tutto merito, ha dichiarato, dell’accordo firmato l’anno scorso con il governo libico.

L’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) e un portavoce del Vaticano hanno lanciato, invano, un appello alle autorità italiane, affinché desistano dal deportare in Libia i migranti intercettati in mare aperto, adducendo il rischio di negare, così facendo, la protezione chi chiede legittimamente asilo politico. Tra le 200 persone a bordo dell’ultima imbarcazione fermata, la maggior parte dei cui passeggeri erano africani, c’erano anche due donne incinte e due bambini piccoli.

Non è stato assolutamente umano, ma è stato legale? Non secondo António Guterres, l’Alto commissario dell’UNHCR, che ha chiesto all’Italia di riportare indietro i richiedenti asilo deportati, in modo che le loro richieste potessero essere prese in esame secondo le leggi italiane. Il suo appello è stato appoggiato dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon.

Ma siamo in periodo elettorale e Silvio Berlusconi e il suo governo di destra hanno messo la lotta all’immigrazione clandestina al centro della loro campagna per le elezioni Europee. Se il Vaticano chiama, normalmente Berlusconi risponde, specialmente quando il papa chiede di limitare le libertà civili, per esempio negando alle coppie omosessuali il diritto di unioni civili o cercando di negare il diritto di morire a una donna in stato vegetativo. Ma il primo ministro ha fatto orecchie da mercante alla richiesta della chiesa cattolica di adottare politiche più umane e inclusive nei confronti degli immigrati. Berlusconi ha dichiarato che continuerà a rimandare indietro le navi in Libia perché non vuole che l’Italia diventi una “società multi-etnica”.

Berlusconi può permettersi di ignorare i richiami sia delle Nazioni Unite che della Chiesa perché non avrà mancato di notare un silenzio complice di Bruxelles. La Commissione europea sa molto bene che la Libia non ha politiche di asilo e che ha deportato richiedenti asilo africani nei loro Paesi d’origine anche quando rischiavano di essere perseguitati. Cionondimeno il portavoce della Commissione continua ad evadere le domande sulla legalità delle ultime azioni dell’Italia. Jacques Barrot, the per la giustizia e gli affar interni, conosce il partito di Berlusconi, appena fusosi con il suo alleato prima post-fascista, verosimilmente ingrosserà le fila del People’s Party in Europa. Lo stesso gruppo ha già promesso al presidente della Commissione Manuel Barroso il suo supporto per un secondo mandato.

Suona tutto molto familiare. I governi europei non non hanno voluto apparire morbidi sull’immigrazione clandestina e hanno permesso a Berlusconi di deportare sommariamente oltre 1000 persone in Libia nel 2004. Ancora una volta, Antonio Lana, l’avvocato che ha perorato la causa di 17 uomini a Lampedusa, crede di dover denunciare ciò che considera una seria rottura delle convenzioni europee in materia di diritti umani, che vieta esplicitamente di deportare persone in Paesi dove rischiano la persecuzione. Questa volta, grazie a un’organizzazione per i diritti umani che lavora in Libia, Lana ha appena ricevuto una richiesta scritta di 24 richiedenti asilo dalla Somalia e dall’Eritrea che erano stati rimandati in Libia la scorsa settimana per rappresentarli con una dichiarazione di protezione da parte della Corte Europea dei diritti umani. I parlamentari europei sono in ascolto?

Written by pierpaolocaserta

maggio 18, 2009 at 8:29 am

“Il Divo” approda nelle sale inglesi

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In questi giorni la stampa inglese si sta occupando ampiamente del film “Il Divo” di Paolo Sorrentino, che venerdì esce nelle sale del Regno Unito. Mentre il giudizio sul film è generalmente molto positivo, interessano alcune valutazioni politiche sulla figura di Giulio Andreotti che con l’occasione sono state formulate. Riporto due commenti nella mia traduzione.

Richard Owen su The Times:

Quando Giulio Andreotti, sette volte primo ministro italiano, andò a vedere il film Il Divo, che lo ritrae come l’uomo al centro dei segreti più oscuri del dopoguerra italiano, soffrì in silenzio. Ma venne un momento, è stato riferito, in cui il 90enne Andreotti gemette e si alzò in piedi, dichiarando: “No, no – questo è veramente troppo”

Quando ci incontrammo al Senato italiano gli chiesi quale fosse stato quel momento“veramente troppo”. Forse è stato quando l’Andreotti del film – brillantemente interpretato da Tony Servillo, che ha anche recitato] in “Gomorra” – spiega la discrepanza tra la sua profonda fede cattolica e il suo pragmatismo politico con le ciniche parole “Dio non vota”?

È stato forse quando recita un elenco di misteriose morti violente e dice: “A volte devi fare il male per fare il bene”? Oppure è stato nella scena in cui la si vede suggellare i suoi legami con la Mafia dando un “bacio d’onore” a Toto Riina, il noto Padrino che fu arrestato nel 1993 e che sta scontando una condanna a più ergastoli: un episodio che un pentito ha giurato di aver visto?

Mi ha guardato fisso con un’aria imbambolata attraverso i suoi occhiali, una figura piccola e incurvata ma vigile, come sforzandosi di ricordare. “Si, il bacio, credo” disse. “Sai, non è mai successo. É un’invenzione. Potrei baciare mia moglie, ma non Toto Riina.”

OK, ma si è risentito anche per il resto del film? Scrollando le spalle: “Non l’ho visto tutto, ad essere sincero.” Un sorriso disarmante e una risatina. “Avevo di meglio da fare.”Ha preso in considerazione di lamentarsi con Paolo Sorrentino, il regista, o anche di intraprendere azioni legali? “Santo cielo, no. Non dico che il film non mi abbia interessato affatto, dico solo che non mi ha particolarmente colpito. Non mi considero un eroe o un santo. Sono un uomo normale.”

“Normale”, comunque, è l’unica cosa che Andreotti non è, come emerge con forza drammatica da questo film lirico e spesso ferocemente pungente di Sorrentino, che ha vinto il Prix du Jury al Festival di Cannes lo scorso anno. I suoi numerosi soprannomi parlano da soli: Il Divo Giulio (da Divus Iulius, il soprannome di Giulio Cesare) ma anche Belzebù, il principe delle tenebre, la Volpe, il Gobbo (“forse se avessi fatto più esercizio da giovane la mia figura sarebbe diversa,” ha sottolineato).

(…) Non ha mai detto che bisogna essere cattivi per fare il bene? “No, no. Non è assolutamente vero. Il male è il male e il bene è il bene. È una scusa ipocrita da parte di chi ha fatto il male e cerca di giustificarsi. È famoso per aver affermato che “Il potere logora chi non ce l’ha” – una frase usata nel Padrino III – ma dice di non aver mai usato il suo potere per arricchirsi.

L’episodio che lo perseguita maggiormente – e caratterizza principalmente Il Divo – è la morte di Moro per mano delle Brigate Rosse, che è ancora avvolta nel mistero dopo 30 anni. Ha negato i rumori secondo cui come primo ministro avrebbe potuto fare di più per salvare Moro. “Moro ed io eravamo molto vicini,” dice. “Gli sono succeduto nella carica di preside dell’Università Cattolica. Era un uomo molto complicato, molto intelligente, una figura affascinante. Le Brigate Rosse non erano numerose, come risultò, ma erano molto motivate. Volevano distruggere il capitalismo”

Una teoria è che molti dei misteri irrisolti dell’Italia del dopoguerra siano collegato a oscuri complotti per impedire ai comunisti di guadagnare potere in una nazione occidentale strategicamente vitale: dopo tutto, nel 1990 lo stesso Andreotti riconobbe l’esistenza di “Gladio”, un corpo militare segreto anticomunista che infiltrò le elite italine.

“Questo è semplicistico,” ribatte Andreotti “la Democrazia Cristiana combinò I suoi valori e convinzioni con la necessità di difenderci dal comunismo internazionale, questo semmai è vero. Il pericolo comunista esisteva sul serio. Non è un segreto che i Comunisti Italiani e alcuni sindacati di sinistra fossero supportati non solo ideologicamente, ma anche finanziariamente da Mosca.”

E il Vaticano? Sul suo comodino il vero Andreotti ha una fotografia che lo ritrae con papa Benedetto XVI e immagini di Gesù e della Vergine Maria. “Il Vaticano ha una qualche influenza con con certi gruppi e persone nella vita italiana, ma io credo che moltr persone rispettino il VAticano e non cradanoche il papa interferisca troppo” Ben lungi dal piegarsi ai desideri del Vaticano, a volte ne ha tenuto conto, dice. (…)

Benjamin Secher, sul Daily Telegraph, ricorda l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli:

Il vero Andreotti, oggi 90enne e senatore a vita nel parlamento italiano, non è estraneo ad accuse criminali. Nel 2002, dopo un decennio di udienze, fu condannato a 24 anni di carcere perché giudicato mandante nel 1979 dell’assassinio di un giornalista italiano che aveva dichiarato di essere sul punto di dimostrare i suoi legami con la mafia. Un anno dopo, la condanna fu ribaltata dalla massima corte italiana d’appello. Nel 2003, una corte d’appello siciliana confermò l’assoluzione di Andreotti per l’accusa di associazione mafiosa, ma solo sulla base della scadenza dei termini di prescrizione. I giudici conclusero che, prima del 1980 (troppi anni prima per cadere nella giurisdizione della corte), c’è stata una”concreta collaborazione” tra Andreotti e Cosa Nostra. Il sospetto, lo scandalo e una moltitudine di nomi ambigui gli sono rimasti aggrappati da allora.

Ancora Owen su The Times:

Un uomo della Mafia, dunque? No, dice Andreotti: dopo tutto, lui stesso ordinò misure contro Cosa Nostra. “Comunque, io sono nato a Roma e vivo a Roma. Abbiamo le nostre bande criminali a Roma, ma non sono Cosa Nostra.” Non sta dicendo la verità, suggerisco: dopo tutto, la Democrazia Cristiana venne sostenuta dai voti della Sicilia, proprio come lo è oggi Forza Italia di Silvio Berlusconi. “Si, si,” borbotta. “I siciliani sono pieni di entusiasmo, lo sai. Gente calda.”

Written by pierpaolocaserta

marzo 20, 2009 at 8:45 am

Riapre (un terzo del) museo nazionale iracheno

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museo-nazionale-iracheno24Riapre il museo nazionale iracheno (nella foto di Jehad Nga per il New York Times) ed è una parziale buona notizia, perché hanno riaperto al pubblico soltanto 8 delle 26 gallerie. Il museo, considerato uno dei più importanti al mondo, fu barbaramente saccheggiato nell’aprile del 2003 quando, a seguito dell’invasione americana, a Baghdad si scatenarono il caos e l’anarchia più totale. A quasi sei anni di distanza, la ripartenza a regime ridottissimo del museo testimonia dello scempio compiuto ai danni di un Paese che ha ancora molto da fare sulla via della ripresa.

Written by pierpaolocaserta

febbraio 24, 2009 at 8:31 pm

Pubblicato su Iraq, New York Times

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