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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

Rebecca Crozier, 2 dicembre 2015 ǀ Open Democracy

Riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E che bombardare non è l’unica opzione.

I ripugnanti attacchi di Parigi hanno ridotto il dibattito pubblico e politico sul conflitto in corso in Siria all’alternativa “bombardare o non bombardare” l’ISIS. E quelli che sono contrari ai raid aerei in Siria vengono accusati di simpatizzare per i terroristi.

In se stessa, la decisione di bombardare l’ISIS in Siria in risposta agli attacchi è frettolosa e incauta, mossa dalla convinzione che soltanto un intervento militare possa soddisfare l’esigenza dell’opinione pubblica di un’azione risoluta da parte del governo. Scioccate dalle terribili tragedie, le persona sono guidate da una comprensibile percezione che “qualcosa bisogna fare”. E così si giunge troppo facilmente e troppo rapidamente alla conclusione dell’intervento militare, come se fosse la sola opzione, l’unico modo per fare qualcosa.
Possiamo davvero sconfiggere ciò che il primo ministro ha definito il “malvagio culto della morte” intensificando i raid aerei? I territori occupati dall’ISIS non sono popolati solo da estremisti e da jihadisti assetati di sangue – i quali d’altra parte sono anche a Parigi, Bruxelles, a Londra. I territori occupati dall’ISIS sono popolati per la maggior parte da normali civili.

I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente.

I bombardamenti aerei contro i territori occupati dall’ISIS sono pericolosi e prestano il fianco a ritorsioni. I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente. I bombardamenti aerei creeranno nuovi rifugiati, mettendo sotto pressione i fragili stati confinanti in una regione che già non può farvi fronte. Inoltre, i bombardamenti aerei e le loro sanguinose conseguenze alimenteranno la macchina propagandistica dell’ISIS, sia in Siria che all’interno delle nostre società. A tutti questi rischi si aggiunge il fatto che, anche qualora dovessimo avere successo, non sappiamo da chi sarà riempito lo spazio ora occupato dall’ISIS.

Dobbiamo, invece, riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E bombardare non è l’unica opzione.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra. Si troverà che queste ragioni non sono dappertutto le stesse: un giovane siriano che ha perso tutto a causa della guerra si unirà per ragioni diverse da una giovane donna britannica che compie il viaggio in Siria nel nome della jihad; e saranno ancora diverse le ragioni che portano un analfabeta dei sobborghi di Tunisi a decidere di combattere.

Intervenire su una realtà complessa

Il primo ministro ha affermato che la complessità non deve diventare una scusa per il non intervento. Ha ragione. Ma la complessità non è una scusa, è la realtà, e proprio conoscendo la complessità potremmo prendere in considerazione azioni diverse, in particolare quelle soluzioni locali che sarebbero decisive nella lotta contro l’ISIS.

Questo lavoro preparatorio è già in corso. Mentre i parlamenti erano impegnati a deliberare sui pro e i contro dell’azione militare, gruppi della società civile locale, governi e leader di comunità lavoravano duramente in prima linea. Organizzazioni come International Alert, insieme alle controparti locali, erano al lavoro per comprendere ed individuare i fattori che influenzano la vulnerabilità dei giovani al reclutamento di gruppi estremisti in modo da fornire riposte appropriate.

Per esempio: si stima che oltre tremila tunisini abbiano compiuto il viaggio in Siria per combattere al fianco dei miliziani. Grazie al nostro lavoro in Tunisia sappiamo che i giovani nei sobborghi poveri di Tunisi che hanno partecipato alla primavera araba perché credevano nella possibilità di una vita migliore, oggi si sentono presi in giro dalle elite politiche e ignorati dallo Stato. Sappiamo che la disillusione e il risentimento che ciò ha ingenerato hanno reso questi sobborghi permeabili al reclutamento dei gruppi estremisti e che il senso di appartenenza e di una causa offerto da questi gruppi ha convinto migliaia di tunisini a compiere il viaggio in Siria.

Naturalmente è difficile dire quale sia il modo migliore per rispondere alla terribile situazione in Siria, e nessuno può proclamare di avere tutte le risposte. Ma troppo spesso siamo messi di fronte ad una scelta secca: bombardare o non bombardare, come se non esistessero altre opzioni a disposizione.
Di sicuro, l’unico modo per il Regno Unito di affrontare la situazione è continuare con pazienza a lavorare con i partner internazionali, regionali e locali allo scopo di assicurare un adeguato sostegno umanitario a tutti quelli che ne hanno bisogno, riducendo nel contempo incentivi ed opportunità per i nuovi combattenti di unirsi all’ISIS. E sviluppare una strategia di lungo termine percorribile e graduale per riportare la stabilità e – auspicabilmente – la pace in Siria.

Ci vorrà tempo per questo, ma difficilmente continuare a bombardare migliorerà le cose, anzi, non farà che peggiorarle.

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Link all’articolo originale: https://www.opendemocracy.net/rebecca-crozier/syria-to-bomb-or-not-to-bomb-that-is-not-question

Written by pierpaolocaserta

dicembre 7, 2015 at 2:11 pm

Pubblicato su Daesh, Iraq, Open Democracy, Siria

Prigioni e radicalizzazione in Francia

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Per fare delle prigioni altro che un luogo di radicalizzazione, abbiamo bisogno di più ministri del culto musulmani, di diminuire il sovraffollamento, di più sorveglianti e di maggior rispetto per le legittime esigenze dei musulmani.

Farhad Khosrokhavar è un sociologo e direttore di ricerca presso la École des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. Nell’articolo che propongo di seguito viene messo sotto la lente di ingrandimento il fenomeno della radicalizzazione islamica. Risulta evidente il nesso con marginalizzazione ed esclusione sociale, che rinforzano l’antagonismo verso la società e predispongono a recepire, dell’Islam, una versione distorta e violenta. Non è un caso che quelli che diventano jihadisti siano “musulmani rinati”, cioè quasi del tutto privi di nozioni dell’Islam anteriormente alla conversione. Mi sembra che testimonianze come questa, che poggia tra l’altro su un’estesa ricerca sul campo condotta dall’autore, mostrino, ancora una volta, come la via per sottrarre terreno al radicalismo di matrice islamica sia migliorare la qualità dell’integrazione. È rendendo il più possibile effettive integrazione ed inclusione e non solo potenziando la sorveglianza che si combatte il reclutamento jihadista. È questa la strada che si è seguita all’indomani degli attentati parigini? Eppure bisognerebbe aver imparato che tutte le volte che a prevalere è la lettura alla crociata, sono proprio i jihadisti a ringraziare fervidamente, e guerrafondai e fascisti occidentali insieme a loro. (ppc)

Prigioni e radicalizzazione in Francia

Farhad Khosrokhavar | openDemocracy
19/03/2015

(Traduzione di Pier Paolo Caserta)

I due attentati terroristici che hanno causato 17 vittime francesi sono stati il risultato di una radicalizzazione nella quale sono riconoscibili quattro elementi: le persone che li hanno commessi provenivano dalle periferie povere parigine, le cosiddette banlieue, con una concentrazione elevata di popolazione di prevalente origine nordafricana, con elevati tassi di disoccupazione e criminalità e con un atteggiamento profondamente antagonista della sua gioventù maschile nei confronti del resto della società.

Molti passano in prigione parte della loro giovinezza e quelli che diventano jihadisti sono “musulmani rinati” privi di qualsiasi cultura islamica anteriore, che hanno subito un profondo radicamento in termini di identità culturale prima di essere instradati all’Islam radicale da un guru, attraverso Internet o per influenza di compagni.

Ultimo ma non per importanza, una volta radicalizzati, devono compiere il viaggio di iniziazione nei Paesi musulmani nei quali la jihad assume la massima importanza: Afghanistan e Pakistan (è il caso di Mohamed Merah, che nel marzo del 2012 uccise sette persone, tre militari musulmani e 4 ebrei), Siria (Mehdi Nemmouch, che il 24 maggio del 2014 uccise quattro persone nel Museo ebraico di Bruxelles), Yemen (Cherif Kouachi, che ha ucciso 12 people nell’attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio del 2015, insieme a suo fratello), Iraq. Il viaggio conferma il jihadista nella sua identità, e la sua rottura con la società europea nella quale è cresciuto ed è stato educato. In alcuni casi, l’incontro con un personaggio carismatico come Jamel Beghal svolge la stessa funzione: è quello che è accaduto a Coulibaly, che l’8 e il 9 gennaio del 2015 ha ucciso una poliziotta e quattro ebrei.

Per i giovani disillusi delle periferie povere la prigione funziona in primo luogo come rito di passaggio all’età adulta. Alcuni vanno fieri di essere stati in prigione e, una volta usciti, cercano una legittimazione proprio per essere stati in prigione. Stabiliscono legami con criminali più navigati con la stessa origine e nelle grandi prigioni vicine alle città; incontrano persone dalle banlieue limitrofe.

I musulmani in Francia sono circa l’8% della popolazione, ma rappresentano quasi la metà della popolazione carceraria. Nei grandi centri di detenzione a breve termine (maisons d’arrêt), la percentuale è anche maggiore e nelle mie interviste molti “bianchi” (francesi di origine europea) hanno dichiarato di non sentirsi a casa in queste prigioni, abitate soprattutto da “arabi” (cioè da francesi di origini nordafricane).

I centri di detenzione a breve termine versano in condizioni disastrose: sovrappopolati e con carenza di personale, in molte celle di circa 9 metri quadrati ci sono due, a volte anche tre detenuti, e una guardia carceraria controlla qualcosa come 100 detenuti (nei centri di detenzione a lungo termine, le ‘Maisons centrales’, ogni guardia si occupa di circa 30 detenuti). La sorveglianza è per bene che vada approssimativa se il detenuto non mostra segni visibili di fondamentalismo, come la barba lunga, la tendenza a fare proselitismo, un comportamento aggressivo nei confronti delle guardie, o mancanza di rispetto nei confronti dei ministri del culto ufficiali dell’Islam.

Gli estremisti tra i detenuti hanno imparato ad evitare le trappole: non vanno nemmeno alle preghiere collettive del venerdì, evitano ogni tentativo plateale di fare proselitismo e normalmente abbassano i toni antagonistici nei confronti delle guardie per non attirare l’attenzione.

In Francia e in molte altre parti d’Europa le prigioni hanno in parte sostituito gli istituti psichiatrici. Dalla chiusura di questi ultimi, negli anni Settanta, molti di quelli che vi avrebbero trovato posto sono stati rinchiusi nelle prigioni: fino a un terzo della popolazione carceraria ha problemi psicologici, e circa il 10% ha seri disturbi mentali. Alcuni di loro diventano prede del radicalismo per coloro che sono alla ricerca di complici che possano essere manipolati una volta fuori di prigione. Gli psicopatici possono a loro volta svolgere un ruolo attivo nella radicalizzazione, e in alcuni casi nel mio campo di ricerca ho potuto riscontrare in prima persona come spingano al radicalismo i detenuti più fragile finiti in loro potere.

Molti jihadisti in Francia hanno avuto problemi familiari e psicologici. Merah fu dichiarato psicolabile dagli psicologici carcerari, essendo cronica la violenza tra i membri della sua famiglia. I fratelli Kouachi sono cresciuti in un istituto, non diversamente da Mehdi Nemmouche, che vi trascorse qualche tempo prima di andare a vivere con la nonna.

Le prigioni non sono un luogo che incuta loro timore. Qui, l’odio nei confronti della società mette radici nel loro animo.

Le guardie denunciano le continue aggressioni, l’inosservanza delle regole sociali elementari e l’atteggiamento di chi è costantemente sul piede di guerra. In prigione scoprono il proprio irredimibile destino di recidivi. L’odio (la haine) diventa la parola chiave per descrivere la loro disposizione nei confronti della società. Si sentono vittime e sono convinti che tutte le normali porte della promozione sociale siano chiuse per loro. Fanno loro il destino di una perpetua ricaduta nel crimine e vivono una parte non irrilevante della propria vita dietro le sbarre, per ricominciare a delinquere appena usciti.
L’islamizzazione radicale esprime soprattutto il trasferimento del loro odio nel regno spirituale di quella sacra sfera che chiamano Islam. Tuttavia, normalmente sono sprovvisti delle nozioni basilari dell’Islam, ignorano come eseguire le preghiere giornaliere e la loro preferenza si orienta verso quegli aspetti della religione di Allah che riguardano la guerra santa. Accade di frequente che dopo la radicalizzazione avvenuta in prigione si sforzino di porre rimedio all’inconsistenza della loro conoscenza dell’Islam, trascorrendo un lungo periodo a leggere la classica biografia del Profeta tradotta in francese e il Corano, sempre in francese. In pochissimi casi la loro motivazione si spinge al punto di imparare l’arabo, con l’aiuto di qualche altro detenuto.

I convertiti sono i più zelanti, ostentano la loro fede e superano gli “arabi” nella conoscenza dei versetti sacri, che imparano di tutto cuore e citano con lo scopo di stupire e spingere alla jihad. La prigione diviene il luogo in cui i novizi jihadisti entrano in competizione gli uni con gli altri e gareggiano nel dimostrare la loro conoscenza della parola di Dio, citando versi in arabo e offrendo in modo magistrale il loro punto di vista sulla jihad. Dal momento che esiste una drammatica carenza di ministri del culto musulmani (circa 160, laddove ne servirebbero almeno il triplo), questi autoproclamati “ulama” diventano dei punti di riferimento per altri prigionieri in cerca di una guida religiosa, in una impostazione per cui è la disperazione a farli avvicinare alla religione.
Come religione degli oppressi, l’Islam è certamente quella che esercita un’attrattiva maggiore: ha una faccia anti-imperialista (anti-americana, anti-occidentale)e una notevole capacità di dire cosa è vietato e cosa è permesso (haram contro halal), mentre il Cristianesimo ha perso la tendenza a fornir loro indicazioni dettagliate su cosa mangiare, su come lavarsi, su come organizzare la vita sessuale e come relazionarsi agli altri.

Queste giovani generazioni sono in cerca di principi morali che riscattino la loro opposizione alla società e l’Islam jihadista soddisfa alla perfezione questa esigenza. È più che il puro eroismo, è un modo di vivere che conferisce un significato alla loro identità scissa, e offre loro uno scopo sacro, esaltandone al contempo il narcisismo mettendo a disposizione un ideale da imitare che li trasformerà in delle celebrità: Merah è diventato un simbolo in prigione, durante la mia ricerca svolta nel periodo 2011-2013. I fratelli Kouachi si accingono a sostituirlo allo stesso modo in cui Merah rimpiazzò Khaled Kelkal nella memoria delle successive generazioni – nel 1995 Kelkal uccise 8 persone nella metro di Parigi, a Saint Michel, divenendo per loro un idolo, come riscontrai nella mia ricerca condotta nel periodo 2000-2003.

Il jihadismo offre la possibilità di essere temuti in cambio del disprezzo di cui ci si sente vittime, dando, prima della morte, un’ultima chance di vendicarsi di coloro che hanno mostrato quel disprezzo. Dall’infima situazione del condannato, il giovane uomo diventa il giudice onnipotente che condanna altri a morte e trovano consolazione nel sentimento di distruzione.

Per fare delle prigioni altro che un luogo di radicalizzazione, abbiamo bisogno di più ministri del culto musulmani, di diminuire il sovraffollamento, di più sorveglianti e di maggior rispetto per le legittime esigenze dei musulmani (in molte prigioni non si svolgono le preghiere collettive del venerdì per mancanza di ministri del culto musulmani). E, oltre a tutto ciò, servono opportunità di lavoro che diano un senso concreto di cittadinanza ad una generazione che sia sente in mezzo alla strada, inutile e vituperata.

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Immagine: No More Repression. Enara Echart Muñoz.
Link all’articolo originale:
https://www.opendemocracy.net/farhad-khosrokhavar/prisons-and-radicalization-in-france

Written by pierpaolocaserta

marzo 26, 2015 at 8:08 am

Pubblicato su Open Democracy

Se la Germania vuole sostituirsi all’Europa

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Andreas Takis e George Pavlakos | Open Democracy

11/03/2015

(traduzione di Pier Paolo Caserta)
Schäuble sembra essere convinto che i popoli d’Europa abbiano accordato un mandato per attuare le politiche di austerità care al governo tedesco. Da cosa gli deriva tale certezza?

I recenti sviluppi della politica europea che hanno fatto seguito alle elezioni greche hanno gettato luce su un aspetto interessante del ruolo del governo tedesco all’interno del sistema politico dell’Unione europea. Si direbbe che il governo tedesco percepisca se stesso come se operasse nell’ambito di un mandato europeo per l’attuazione delle politiche di austerità. Non c’è alcuna ragione per dubitare che questa percezione sia genuina, mentre non è altrettanto chiaro quali siano le ragioni che la supportano.

In un recente scambio di opinioni con il suo omologo greco, a Berlino, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha fatto notare che il governo greco non è il solo ad essere sostenuto da un mandato democratico, lo sono anche tutti gli altri governi nazionali. Ciò corrisponde a verità. Quello che invece sconcerta è la convinzione di Schäuble che i popoli d’Europa abbiano conferito un mandato per le politiche di austerità care al governo tedesco.

Da dove gli deriva tale certezza? Tanto per cominciare, non può far riferimento ad alcun mandato ricevuto dal Parlamento europeo, perché nessuno hai mai chiesto al Parlamento di votare sulle misure di austerità. Al contrario, il Parlamento ha semmai dichiarato l’illegittimità della troika dal punto di vista della legislazione comunitaria. In alternativa, potrebbe avere in mente un mandato generato dai rappresentanti dei governi nazionali a livello delle istituzioni dell’Unione europea. Ma difficilmente si sarebbe disposti a descrivere come democratica una qualsiasi decisione presa all’interno degli attuali organi composti dai rappresentanti dei governi nazionali.

Il carattere antidemocratico del coordinamento delle decisioni nazionali come mezzo per ratificare le misure riproduce uno specifico meccanismo legislativo internazionale di accordo – e cioè, un dispositivo basato sul reciproco interesse piuttosto che sulla comune adesione ad una struttura politica unificata. Mancano quindi ab initio gli elementi di “égalité” e “fraternité” necessari ad una struttura decisionale i cui risultati siano applicabili, sulla base di principi di equità politica, a tutti i membri del corpo comune.

Per altro, questo svilimento della governance condivisa, ridotta a mero accomodamento internazionale, oscura il fatto che coloro i quali prendono parte all’accordo si trovano in una posizione tutt’altro che paritetica: acconsentire di fronte alla prospettiva di una violenta bancarotta, che è quanto oggi si chiede alla Grecia di fare, proprio non può essere considerato un patto tra eguali. Più l’Unione europea poggia su tali meccanismi, più regredisce al livello di una mera alleanza, piuttosto che evolvere nella forma della cooperazione politica.

Non può essere irragionevole chiedere una diversa soglia di legittimazione per quelle politiche che pretendono di vincolare l’intera Unione europea. La questione se tali politiche richiedano una piena legittimazione democratica costituisce un prius logico rispetto alla questione se l’Unione europea sia un meccanismo di accordo tra governi nazionali o una genuina comunità politica.

Compiere il ragionamento inverso, e cioè postulare che la natura dell’Unione europea consista nell’essere un meccanismo di accordo e, a partire da qui, industriarsi a dedurne una conclusione sul livello richiesto di legittimazione, è solo un esercizio di cinismo. La questione della legittimazione è prioritaria perché non è una variabile: si richiede lo stesso livello di legittimazione democratica di fronte a tutti quelli che sono vincolati dalle decisioni politiche rilevanti. La questione della natura delle istituzioni è invece contestuale: deve consistere nell’interpretare e disegnare il progetto europeo in modo tale che soddisfi gli standard invariabili della legittimazione democratica.

Si sono avuti alcuni segnali che sembrano testimoniare l’esigenza di evolvere verso una polis europea pienamente legittimata. Il recente rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e il suo mandato al presidente della Commissione europea sono due esempi notevoli in questo senso. Ma bisogna fare ancora di più. Ogni politica che pretenda di vincolare i popoli d’Europa deve in ultima analisi essere soggetta ad un mandato democratico europeo.

In questo quadro, la presa di posizione della Grecia contro il meccanismo dell’austerità non dovrebbe essere riguardata come una richiesta di deroga da una decisione democratica che vincola anche tutti gli altri. Deve, piuttosto, essere meglio inteso come un invito a stabilire prima di tutto se questa (e qualunque altra) politica soddisfi il requisito della soglia necessaria affinché tutti in Europa siano vincolati.

Il compito è molto impegnativo. Richiede che siamo pronti a riesaminare i limiti delle nostre istituzioni e preparati a rimodularle. Mostra, inoltre, che il mandato democratico ricevuto da qualunque governo nazionale potrebbe essere insufficiente a rappresentare i popoli d’Europa; e questo rimane vero anche quando accade che il governo in questione – come la Germania, nello specifico – amministri il potere economico dell’Europa.

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Titolo originale: ‘Germanies’ in lieu of Europe

https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/andreas-takis-george-pavlakos/%27germanies%27-in-lieu-of-europe

Written by pierpaolocaserta

marzo 12, 2015 at 3:04 pm

Pubblicato su Germania, Open Democracy, Unione Europea

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Eredità di Bettino Craxi, miseria dell’Italia

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La commemorazione di uno screditato primo ministro italiano esemplifica la decadenza politica al cuore del Paese, scrive Geoff Andrews su Open Democracy. Ho tradotto un passaggio centrale.

Il decimo anniversario della morte di Craxi avrebbe potuto essere un’importante occasione di riflessione per i leader politici italiani, per guardare indietro a quel momento che spinse il sistema politico nella peggiore crisi post-bellica. Avrebbe potuto essere un’opportunità per imparare dagli errori passati e rafforzare l’impegno a portare avanti le riforme promesse dall’indagine mani pulite che mandò Craxi in esilio e gettò nel descredito la Democrazia Cristiana, una volta egemone. Se si fosse presa questa rotta, combinandola con riforme anti-mafia, avrebbe potuto essere la fondazione di una seconda repubblica più aperta e trasparente, capace di riflettere le tradizioni storicamente forti della società civile italiana.

E invece, dal centro-destra al centro-sinistra, con l’aggiunta di un messaggio di supporto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, abbiamo assistito al grottesco spettacolo della classe politica italiana impegnata nella sordida missione di riabilitare uno dei leader italiani più corrotti: un fuggitivo dalla giustizia che ha rubato una grande quantità di denaro pubblico. Si è lasciato ai soliti sospetti – Antonio Di Pietro, il magistrato che condusse le indagini di “mani pulite”, ma il cui partito controlla oggi meno del 10% dei voti, Beppe Grillo, Marco Travaglio e vari intellettuali e attivisti – di provare a mettere le cose al loro posto. Mentre la degenerata classe politica italiana, ancora una volta, si riaggrega, queste sono comunque voci sempre più marginali.

(su Open Democracy, 03/02/2010)

Written by pierpaolocaserta

febbraio 13, 2010 at 2:23 pm

La mancanza di un’opposizione seria è un’ancora di salvezza politica per il premier italiano immerso nello scandalo

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Chi ha paura di Silvio Berlusconi?
Geoff Andrews su Open Democracy

(…) Il trattamento [dei recenti scandali sessuali che hanno coinvolto Silvio Berlusconi, N.d.T.] conferma ciò che nel mondo sta diventando sempre più evidente: che Silvio Berlusconi governa su un regime.

L’emittente pubblica Rai è direttamente sotto il suo controllo e rifiuta di discutere lo scandalo; lo stesso Berlusconi possiede la maggior parte delle altre reti televisive. Le conseguenze per la democrazia italiana, e per la credibilità dell’Italia all’interno dell’Unione Europea, sono oggi motivo di grave preoccupazione (vedi “Berlusconi’s scandal, Italy’s tragedy”, 29 giugno 2009).

Gli unici canali di informazione seria per I cittadini italiani sono La Repubblica e L’Espresso (entrambi di proprietà dello stesso editore), insieme a un altro paio di quotidiani di grande tiratura. La stampa estera – e in particolare quella britannica – ha invece fornito una discussione sostenuta della questione.(…)

Un vuoto molto profondo
Due recenti eventi sottolineano l’inesistenza di una vera opposizione in Italia. Il primo è un appello a pagina intera posizionato il 9 lluglio 2009
sull’autorevole quotidiano internazionale Herald Tribune da Antonio Di Pietro(…)

Il secondo è l’annuncio del 12 luglio da parte del comico e blogger Beppe Grillo – un aspro e inflessibile critico della corruzione al cuore della classe politica italiana – della propria candidatura alle primarie per eleggere il nuovo leader del Partito Democratico. Questa “provocazione” è stata ridicolizzata da alcuni esponenti del partito, i quali tuttavia hanno compiuto immediati sforzi per impedire a Grillo di acquisire la tessera del partito.

Le critiche di Beppe Grillo, rivolte sia la potere di Berlusconi che all’impotenza dell’opposizione, hanno colpito una corda viva di molti italiani. Molti altri non lo vedono come una figura seria, ma la sua forte influenza è segno del profondo vuoto nel corpo politico.

Presi insieme, questi sviluppi illuminano sul lungo declino della Sinistra italiana, – a partire dalla fine della Guerra Fredda, e soprattutto dopo la crisi di Tangentopoli – incapace di condurre l’Italia verso verso quella stabilità democratica che la “seconda
repubblica” aveva promesso.

Al contrario, per un crudele paradosso il maggior beneficiario di tangentopoli È stato l’intimo amico e protetto di Bettino Craxi – il premier italiano (socialista) che fu prima rovesciato dagli scandali di corruzione e poi costretto all’esilio: Silvio Berlusconi stesso (vedi l’analisi magistrale di Perry Anderson su questo periodo e sulle sue conseguenze).

Fonte originale qui

Written by pierpaolocaserta

agosto 1, 2009 at 4:49 pm

Scandalo di Berlusconi, tragedia dell’Italia

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Riporto un breve, ma significativo passaggio di un più ampio articolo di Geoff Andrews publicato di recente  su OpenDemocracy, che credo valga la pena di leggere e che, da parte mia, trovo del tutto condivisibile. L’analisi di Andrews ha infatti il pregio di spostare l’attenzione dalla persona politica del cavaliere al più ampio quadro politico e culturale, mostrando chiaramente come i danni per il Paese, anche nel caso in cui Berlusconi dovesse cadere, non saranno né di breve durata né di poco conto.
Scandalo di Berlusconi, tragedia dell’Italia
La corrosione della vita pubblica da parte del primo ministro significa che anche la sua uscita di scena non lascerebbe all’Italia alcuna chiara rotta per perseguire un rinnovamento
(…) Questi sono tempi preoccupanti per tutti quelli che hanno a cuore l’Italia, indipendentemente dal loro punto di vista politico. Silvio Berlusconi non si dimetterà facilmente. Se dovesse abbandonare il potere volontariamente o perché sotto pressione, perderebbe l’immunità parlamentare e potrebbe essere processato. Non esiste, all’interno del suo partito, un successore naturale, che goda di largo consenso. Ad oggi l’opposizione rimane molto debole. Non esistono prospettive di riforme quanto mai necessarie al sistema costituzionale italiano e, fin ora, nessun segnale di un coro dell’opinione publica che chieda un cambiamento.
Attualmente, l’unica a beneficiare politicamente dei problemi di Berlusconi è la formazione xenofoba della Lega Nord, che ha ottenuto ottimi risultati nelle elezioni per il Parlamento europeo del 6 e 7 giugno. La Lega può rivelarsi ancora un alleato scomodo, come accadde nel dicembre del 1994 quando cadde il primo governo Berlusconi. La fine del regno di Silvio Berlusconi, se dovesse sopraggiungere, potrebbe essere lunga e dolorosa; e potrebe lasciare l’Italia con delle prospettive di lungo termine desolanti. Una vera tragedia.

Written by pierpaolocaserta

luglio 1, 2009 at 9:40 am

Pubblicato su Italia, Open Democracy

E’ arrivato il momento di dare delle risposte

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Continua il pressing di Geoff Andrews nei confronti di Silvio Berlusconi. Andrews, scrittore e giornalista esperto di cose italiane, aveva già pubblicato su OpenDemocracy dieci ulteriori domande rivolte aòl cavaliere, oltre a quelle che il quotidiano La Repubblica aveva proposto per tre settimane.

Le dieci domande di Andrews hanno suscitato una gran mole di interventi e commenti: “Molti di questi commenti, scrive Andrews, “indicano una sete di partecipazione civica, per una discussione approfondita dei problemi dell’Italia e per un’azione concreta tesa a restaurare la democrazia e la vita pubblica nel Paese”

“Denotano anche imbarazzo, persino vergogna, per l’immagine che Berlusconi ha imposto all’Italia. Alcuni tra coloro che sono intervenuti hanno inoltre sottolienato i pericoli reali per la democrazia; altri esortano i loro connazionali a”svegliarsi”. Quasi tutti condividono il timore sulla strada che l’Italia sta imboccando, dovendosi confrontare con una decl,inante credibilità internazionale”

“Il rifiuto di Berlusconi’di rispondere a fondamentali domande sulla sua condotta”, prosegue Andrews, “è diventata largamente una  questione di interesse pubblico”.

In ogni caso, le critiche, osserva l’autore, hanno iniziato a sortire qualche effetto, che è diventato visibile con le elezioni per il parlamento europeo del 6 e 7 giugno: “con un risultato inferiore alle attese, Il Popolo della Libertà (PdL)  di Berlusconi ha ottenuto il 35% dei voti, un calo rispetto al 37.3% che aveva ottenuto alle elezioni generali del 2008.”.

La condotta di Berlusconi, inoltre, non deve interessare soltanto l’Italia, poiché essa ha anche “importanti ripercussioni internazionali. Silvio Berlusconi volerà verso la Casa Bianca per incontrare Barack Obama il 15 giugno. Ospiterà il vertice del G8 a L’Aquila dall’8 al 10 luglio.La calura estiva è in aumento, come anche la pressione politica. È arrivato il momento di dare delle risposte”.

Written by pierpaolocaserta

giugno 9, 2009 at 1:17 pm

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