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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

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Siria: bombardare o non bombardare, NON è questo il problema

Rebecca Crozier, 2 dicembre 2015 ǀ Open Democracy

Riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E che bombardare non è l’unica opzione.

I ripugnanti attacchi di Parigi hanno ridotto il dibattito pubblico e politico sul conflitto in corso in Siria all’alternativa “bombardare o non bombardare” l’ISIS. E quelli che sono contrari ai raid aerei in Siria vengono accusati di simpatizzare per i terroristi.

In se stessa, la decisione di bombardare l’ISIS in Siria in risposta agli attacchi è frettolosa e incauta, mossa dalla convinzione che soltanto un intervento militare possa soddisfare l’esigenza dell’opinione pubblica di un’azione risoluta da parte del governo. Scioccate dalle terribili tragedie, le persona sono guidate da una comprensibile percezione che “qualcosa bisogna fare”. E così si giunge troppo facilmente e troppo rapidamente alla conclusione dell’intervento militare, come se fosse la sola opzione, l’unico modo per fare qualcosa.
Possiamo davvero sconfiggere ciò che il primo ministro ha definito il “malvagio culto della morte” intensificando i raid aerei? I territori occupati dall’ISIS non sono popolati solo da estremisti e da jihadisti assetati di sangue – i quali d’altra parte sono anche a Parigi, Bruxelles, a Londra. I territori occupati dall’ISIS sono popolati per la maggior parte da normali civili.

I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente.

I bombardamenti aerei contro i territori occupati dall’ISIS sono pericolosi e prestano il fianco a ritorsioni. I bombardamenti aerei traumatizzeranno ulteriormente una popolazione già distrutta. Vedendo familiari e amici uccisi da un nemico senza volto, al quale l’ISIS è libero di dare la ‘faccia’ che più gli conviene, si ingrossano le fila dei militanti dell’ISIS contro l’Occidente. I bombardamenti aerei creeranno nuovi rifugiati, mettendo sotto pressione i fragili stati confinanti in una regione che già non può farvi fronte. Inoltre, i bombardamenti aerei e le loro sanguinose conseguenze alimenteranno la macchina propagandistica dell’ISIS, sia in Siria che all’interno delle nostre società. A tutti questi rischi si aggiunge il fatto che, anche qualora dovessimo avere successo, non sappiamo da chi sarà riempito lo spazio ora occupato dall’ISIS.

Dobbiamo, invece, riconoscere e accettare la dura realtà che non esiste una soluzione rapida al problema dell’ISIS. E bombardare non è l’unica opzione.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra.

Piuttosto dell’azione militare nel vuoto, abbiamo bisogno di una strategia di lungo termine che tenga conto in primo luogo del perché l’ ISIS riceva supporto, sia in Iraq che in Siria, sia nel cortile di casa nostra. Si troverà che queste ragioni non sono dappertutto le stesse: un giovane siriano che ha perso tutto a causa della guerra si unirà per ragioni diverse da una giovane donna britannica che compie il viaggio in Siria nel nome della jihad; e saranno ancora diverse le ragioni che portano un analfabeta dei sobborghi di Tunisi a decidere di combattere.

Intervenire su una realtà complessa

Il primo ministro ha affermato che la complessità non deve diventare una scusa per il non intervento. Ha ragione. Ma la complessità non è una scusa, è la realtà, e proprio conoscendo la complessità potremmo prendere in considerazione azioni diverse, in particolare quelle soluzioni locali che sarebbero decisive nella lotta contro l’ISIS.

Questo lavoro preparatorio è già in corso. Mentre i parlamenti erano impegnati a deliberare sui pro e i contro dell’azione militare, gruppi della società civile locale, governi e leader di comunità lavoravano duramente in prima linea. Organizzazioni come International Alert, insieme alle controparti locali, erano al lavoro per comprendere ed individuare i fattori che influenzano la vulnerabilità dei giovani al reclutamento di gruppi estremisti in modo da fornire riposte appropriate.

Per esempio: si stima che oltre tremila tunisini abbiano compiuto il viaggio in Siria per combattere al fianco dei miliziani. Grazie al nostro lavoro in Tunisia sappiamo che i giovani nei sobborghi poveri di Tunisi che hanno partecipato alla primavera araba perché credevano nella possibilità di una vita migliore, oggi si sentono presi in giro dalle elite politiche e ignorati dallo Stato. Sappiamo che la disillusione e il risentimento che ciò ha ingenerato hanno reso questi sobborghi permeabili al reclutamento dei gruppi estremisti e che il senso di appartenenza e di una causa offerto da questi gruppi ha convinto migliaia di tunisini a compiere il viaggio in Siria.

Naturalmente è difficile dire quale sia il modo migliore per rispondere alla terribile situazione in Siria, e nessuno può proclamare di avere tutte le risposte. Ma troppo spesso siamo messi di fronte ad una scelta secca: bombardare o non bombardare, come se non esistessero altre opzioni a disposizione.
Di sicuro, l’unico modo per il Regno Unito di affrontare la situazione è continuare con pazienza a lavorare con i partner internazionali, regionali e locali allo scopo di assicurare un adeguato sostegno umanitario a tutti quelli che ne hanno bisogno, riducendo nel contempo incentivi ed opportunità per i nuovi combattenti di unirsi all’ISIS. E sviluppare una strategia di lungo termine percorribile e graduale per riportare la stabilità e – auspicabilmente – la pace in Siria.

Ci vorrà tempo per questo, ma difficilmente continuare a bombardare migliorerà le cose, anzi, non farà che peggiorarle.

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Link all’articolo originale: https://www.opendemocracy.net/rebecca-crozier/syria-to-bomb-or-not-to-bomb-that-is-not-question

Written by pierpaolocaserta

dicembre 7, 2015 at 2:11 pm

Pubblicato su Daesh, Iraq, Open Democracy, Siria

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