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La magnitudine del clientelismo di Trump è fuori scala – persino per Washington

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Seppur incompleto, il governo del neoeletto presidente è già il più ricco di sempre.

Nomi Prins su The Nation, 9/12/2016

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(…) È passato appena un mese dall’8 novembre ed è già chiaro (qualora non lo fosse già prima) che la retorica antisistema della campagna elettorale di Trump è stata la più grande truffa della sua carriera. E gli è riuscita alla perfezione. Come presidente designato e presto uomo alla guida del Paese, sta facendo quello che molti presidenti hanno fatto prima di lui: distribuire il potere tra amici e collaboratori che la pensano come lui, a fedelissimi se non —si pensi per esempio a John F. Kennedy — persino a familiari.
Ma esiste, qui, una rilevante differenza storica: la magnitudine del clientelismo di Trump è fuori scala, persino per Washington. Naturalmente, non è mai stato uno noto per fare le cose con discrezione. Così il suo governo, sebbene ancora incompleto, è già il più ricco di sempre. Ogni stima su quanto sarà ricco sfondato è quasi del tutto inutile a questo punto, anche perché non conosciamo nemmeno la vera entità della ricchezza di Trump (e con ogni probabilità non vedremo mai le sue dichiarazioni dei redditi).Con altri miliardari ancora in attesa sulla soglia della porta, le previsioni della ricchezza complessiva del presidente eletto e dei suoi nuovi membri del governo vanno dalla mia stima di circa 12 miliardi di dollari a 35. Nonostante il processo sia ancora incompleto, si riflette già in una ricchezza almeno quadrupla di quella della squadra di governo di Barack Obama.
La versione dell’establishment politico-finanziario messa insieme da Trump sarà tenuta insieme da certi schemi comportamentali nati dalle relazioni tra pari per status, estrazione, posizione sociale, numero di connessioni e la verificata fedeltà al dogma dell’esaltazione di se stessi che metterà in ombra qualunque altra cosa. Nel regno del potere politico-finanziario e nell’esperienza e nell’ideologia di Trump vince sempre quello che ha più giocattoli. Nessuna sorpresa, dunque, se un governo che ruota attorno al denaro e al potere non si concentrerà sul servizio pubblico, sull’interesse nazionale o sul dovere civico, ma sul consolidamento degli interessi della grande industria e del settore privato a discapito della collettività. (…)

Link all’articolo originale

Written by pierpaolocaserta

dicembre 9, 2016 at 9:13 pm

Pubblicato su Stati Uniti, The Nation

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L’Italia cerca goffamente di rendersi utile all’amministrazione Obama

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Secondo l’americano The Washington Times, il tentativo del ministro degli esteri italiano Frattini di aprire all’Iran, per quanto maldestro, “riflette gli sforzi dell’Italia di dimostrare la sua utilità all’amministrazione Obama” dopo la pessima partenza con l’imbarazzante “gaffe” di Berlusconi sul neoeletto presidente “abbronzato”.

ROMA – Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, fedele alleato dell’ex presidente W. Bush, spera che i legami dell’Italia con l’Iran le diano un rinnovato prestigio con il successore di Bush; è quello che dicono qui gli analisti politici.

Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini la scorsa settimana ha invitato la sua controparte iraniana, Manouchehr Mottaki, a prendere parte all’incontro del gruppo degli 8 paesi più industrializzati sull’Afghanistan nella città italiana di Trieste l’8giugno.

“Striamo prendendo per la prima volta seriamente in considerazione la possibilità di invitare l’Iran a rivestire il ruolo di positivo interlocutore per la stabilità della regione, ha dichiarato Frattini durante una visita nella provincia afgana di Herat, base della maggior parte del contingente italiano di 2300 soldati.

L’apertura italiana è stata in qualche modo eclissata dall’annuncio del Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton, giovedì, che vuole un incontro multilaterale di alto livello sull’Afghanistan – per includere l’Iran – entro la fine di questo mese. Cionondimeno riflette gli sforzi dell’Italia di dimostrare la sua utilità all’amministrazione Obama così come il proprio interresse nella soluzione della crisi con l’Iran.

L’Italia è infatti il maggior partner commerciale dell’Iran in Europa con un commercio annuo di circa 7,5 miliardi di dollari. È anche il paese organizzatore del vertice del G-8 che si terrà in Sardegna a luglio.

L’ambasciatore italiano a Washington Giovanni Castellaneta dichiarò al Washington Times il mese scorso che i colloqui nucleari con l’Iran dovrebbero essere allargati al di là delle nazioni che sono state coinvolte nel passato – Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Russia, Cina e Germania. “Ci sono anche alcuni altri Paesi” che potrebbero esercitare pressione sull’Iran in modo efficace, ha affermato.

“Se si guarda a ciò che Roma può offrire in questo momento, credo che i legami dell’Italia con l’Iran siano, per il Dipartimento di Stato, più interessanti delle politiche sull’Iraq o sull’Afghanistan,” afferma Nina Gardner, presidentessa degli “Americans in Italy for Obama”.

Berlusconi è stato un fedele alleato della politica dell’amministrazione Bush sull’Iraq e si è arrovellato il cervello per trovare il modo di prendere il presidente Obama per il verso giusto, secondo Silvio Fagiolo, un ex ambasciatore italiano in Germania e presso l’Unione Europea.

“Adesso Berlusconi cercherà di creare un rapporto personale con Obama. è un seduttore con un gran senso dello spettacolo,” dice Fagiolo “Mi aspetto che in Sardegna metterà in scena qualche trovata particolare per corteggiare Obama”

Berlusconi aveva avuto con l’amministrazione Obama una partenza imbarazzante lasciandosi scappare durante una visita a Mosca la battuta che il presidente fosse “abbronzato.”

Secondo la Gardner la gaffe non comporterà danni durevoli.

“Obama è abbastanza grande da guardare avanti,” ha dichiarato al Times. “Lo so per certo dalla gente di Obama”

Written by pierpaolocaserta

marzo 7, 2009 at 11:58 pm

Problema palestinese: la politica dell’amministrazione Obama non segna alcuno scarto significativo rispetto al passato

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Mentre i segnali di discontinuità di Barack Obama all’interno sono molto tangibili, la nuova amministrazione non sta lasciando presagire alcuno scarto apprezzabile rispetto alla precedente neoconservatrice in merito al nodo del conflitto israelo-palestinese. Il vertice di Sharm Al-Sheikh, dominato dalla figura di Hillary Clinton, ha anzi confermato il tradizionale, incondizionato supporto degli Stati Uniti alla politica di potenza israeliana, il rifiuto di coinvolgere Hamas a qualsiasi titolo nei negoziati di pace ma soprattutto la sostanziale indifferenza alle proposte che provengono dal mondo arabo moderato. Riporto di seguito alcuni passaggi di un articolo del Washington Post scritto nell’imminenza del vertice e molto critico verso la strategia americana.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce del Dipartimento di Stato A. Wood, lunedì gli Stati Uniti prometteranno 300 milioni in aiuti umanitari per la popolazione di Gaza dopo la Guerra di 22 giorni con Israele ma manterranno restrizioni per evitare che gli aiuti raggiungano Hamas.

Il Segretario di Stati Hillary Rodham Clinton, partecipando a una conferenza internazionale  [a Sharm Al-Sheikh] per raccogliere fondi per la Striscia di Gaza, annuncerà anche lo stanziamento di 600 mlioni di dollari all’Autorità Palestinese, che è controllata da Fatah, un rivale di Hamas dominante nella regione del West Bank.

(…) Nel complesso, questi provvedimenti sottolineano quanto poco la politica dell’amministrazione Obama nei confronti del problema palestinese si differenzi dall’approccio dell’amministrazione Bush.

Sebbene Obama abbia nominato un inviato per il Medio Oriente, un passo al quale il presidente George W. Bush si era opposto, la politica che sarà tracciata alla conferenza indica che, non diversamente dalla precedente amministrazione, l’amministrazione Obama manterrà un atteggiamento duro nei confronti di Hamas, cercando di supportare i rivali del movimento islamista e mantenendo una fredda distanza dagli sforzi nascenti di creare un governo di unità palestinese. “Hamas non avrà nulla di questi soldi,” ha sottolineato Wood.

(…) Le autorità palestinesi sperano di raccogliere quanto più possibile dei 2,8 miliardi di aiuti umanitari e per la ricostruzione di Gaza. Ma non è affatto chiaro se questi fondi raggiungeranno mai Gaza. Israele mantiene uno stretto controllo dei confini di Gaza e non permetterà l’ingresso di nulla che crede potrebbe essere usato da Hamas per riarmarsi. Israele vieta o limita l’importazione di cemento, tubi d’acciaio e altri materiali necessari per la ricostruzione.

Organizzazioni umanitarie internazionali e Hamas hanno chiesto l’apertura dei confini, affermando che la chiusura penalizza ingiustamente i civili di Gaza. Ma la posizione degli Stati Uniti sugli aiuti umanitari è analoga all’atteggiamento di Israele.

(Glenn Kessler sul Washington Post, 2/3/2009. Foto: Daily News)

Written by pierpaolocaserta

marzo 4, 2009 at 3:50 pm

Fosforo bianco: dalle fabbriche americane a Israele

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Vi dedica uno speciale l’inglese The Times, che già l’8 gennaio aveva esibito per la prima volta evidenze fotografiche dell’uso delle munizioni al fosforo bianco da parte di Israele durante l’offensiva di tre settimane a Gaza.

Il rapporto di Amnesty si basa sulla sistematica raccolta e catalogazione di proiettili compiuta dall’organizzazione durante il conflitto, che ha permesso di tracciare i numeri di serie risalendo fino alle fabbriche americane di produzione.

La novità sta nella prova documentata, non certo nell’alleanza che lega da sempre strettamente Stati Uniti e Israele. Eppure ogni tanto è bene ricordarlo. Non è possibile capire la natura del conflitto israelo-palesrinese se si dimentica che gli Stati Uniti sono sempre presenti. L’osservazione ha anche maggior penso a guardare la semplificazione della comunicazione sulla recente guerra di Gaza. o di qua o di là: questo è il modo in cui molta informazione ha presentato il conflitto geopolitico più intricato che si conosca.

 

Written by pierpaolocaserta

febbraio 25, 2009 at 8:06 pm

La logica capovolta della politica italiana

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Nella logica capovolta della politica italiana, la sentenza sembrerebbe una sconfitta solo per Mills, ma per Berlusconi che nei 15 anni in cui ha dominato la scena politica italiana è riuscito a trasformare ogni ostacolo legale in un vantaggio politico, appare piuttosto l’ennesima vittoria.

Rachel Donadio, New York Times

COME CI VEDONO – Il fatto: David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi. Secondo il tribunale di Milano che ha emesso la sentenza, l’avvocato inglese avrebbe ricevuto da Silvio Berlusconi, attraverso il manager Fininvest Carlo Bernasconi, la somma di 600mila dollari per testimoniare il falso ai processi per i casi di tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian alla fine degli anni Novanta. La contraddizione della vicenda è palese: esiste un corrotto ma non un corruttore, poiché grazie al lodo Alfano il premier, almeno per ora, non può essere perseguito. Solo la Corte Costituzionale potrebbe revocare l’impunità, ma il Cavaliere ha fatto sapere che anche se questo dovesse accadere, la condanna di Mills non potrebbe essere usata contro di lui. In pratica si dovrebbe ricominciare tutto da capo.

Come è stata recepita la condanna dalla stampa anglosassone? Il caso di David Mills ha avuto larga eco in Inghilterra, dove l’avvocato è molto conosciuto per essere l’ex marito della parlamentare Tessa Jowell, ministro incaricato dei giochi olimpici che Londra ospiterà nel 2012. L’inglese The Guardian non manca di ravvisare il paradosso giuridico, sottolineando come sia “probabilmente la prima volta in Italia che qualcuno viene riconosciuto colpevole di essersi fatto corrompere senza che venga identificato il corruttore”. Peter Popham, in un commento su The Indipendent, ricostruisce la carriera dell’avvocato inglese enfatizzandone la “spregiudicatezza”, un tratto che, a detta del giornalista, condividerebbe con il suo controverso cliente.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, Rachel Donadio scrive sul New York Times: “Nella logica capovolta della politica italiana, la sentenza sembrerebbe una sconfitta solo per Mills, ma per Berlusconi, che nei 15 anni in cui ha dominato la scena politica italiana è riuscito a trasformare ogni ostacolo legale in un vantaggio politico, appare piuttosto come l’ennesima vittoria.”
Fuori dall’Italia l’entità e le reali connotazioni culturali di quello strano “circo” che è la politica nostrana sono a volte difficili da afferrare. “La condanna è politicamente imbarazzante per Berlusconi” scrive il Washington Post non senza un pizzico d’ingenuità: il quotidiano americano, evidentemente, è convinto che esista ancora qualcosa capace di arrecare imbarazzo al Cavaliere.

(pubblicato per la prima volta: mercoledì 18 febbraio)

Written by pierpaolocaserta

febbraio 24, 2009 at 3:21 pm

Pubblicato su Italia, New York Times, Stati Uniti

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Chomsky su Gaza e il silenzio di Obama

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chomsky-neol-suo-ufficioLa discontinuità di Barack Obama nei confronti dell’era di Bush è certamente rilevante per più aspetti e le prime mosse ufficiali del nuovo presidente lo dimostrano: la tutela dei diritti umani, la lotta all’inquinamento globale, la libera ricerca nel campo delle cellule staminali.
Dove invece è dubbio che Obama segni davvero una rottura rispetto al passato è proprio sul nodo cruciale del Medio Oriente e sul conflitto israelo-plaestinese. È l’opinione, tra gli altri, di Noam Chomsky, intellettuale americano e campione della controinformazione, che ha espresso le sue argomentazioni in un recente articolo, del quale riporto alcuni passaggi significativi.

[Barack Obama] merita di essere preso sul serio –sia per quello che dice, sia per quello che omette. Particolarmente significativo è il suo primo pronunciamento di rilievo sugli affair esteri, il 22 gennaio, al Dipartimento di Stato, quando ha introdotto George Mitchell come suo inviato speciale per la pace in Medio Oriente.
Mitchell si concentrerà sul problema israelo-palestinese, sulla scia della recente invasione di Gaza da parte degli Stati Uniti e di Israele. Durante l’assalto assassino, Obama è rimasto in silenzio (…) perché, ha detto, c’è soltanto un presidente – un fatto che non gli ha impedito di esprimersi su molti altri argomenti. Durante la sua campagna, comunque, ha ripetuto spesso la frase “Se fossero caduti missili dove le mie due figlie dormono, avrei fatto qualsiasi cosa per fermarli.” Si riferiva ai bambini israeliani, non alle centinaia di bambini palestinesi massacrati dall’esercito americano, dei quali non ha potuto parlare, perché c’è un solo presidente.

Il 22 gennaio, comunque, l’unico presidente era Barack Obama, quindi ha potuto parlare liberamente di questi argomenti – eppure ha evitato ancora l’attacco a Gaza, che è stato, convenientemente, chiamato in causa, soltanto prima dell’inaugurazione.
I discorsi di Obama hanno posto l’accento sul suo impegno per un accordo di pace. I contorni sono rimasti vaghi, ad eccezione di una proposta specifica: “L’iniziativa di pace araba,” ha detto Obama, “contiene elementi costruttivi che potrebbero aiutare a portare avanti questi tentativi. È arrivato il momento, per gli stati arabi di attuare la promessa di quella iniziativa supportando il governo palestinese con Abbas presidente e Fayyad primo ministro, compiendo un passo verso la normalizzazione delle relazioni con Israele, e opponendosi all’estremismo che minaccia tutti noi”.

Obama non sta direttamente falsificando la proposta della Lega Araba ma l’inganno, attentamente orchestrato, è istruttivo.
La proposta di pace della Lega Araba, infatti, invoca una normalizzazione delle relazioni con Israele – nel contesto — ripeto, nel contesto di un accordo che prevede due stati nei termini di un ampio e preesistente consenso internazionale, che gli Stati Uniti e Israele hanno bloccato per oltre trent’anni, in isolamento internazionale, e bloccano tuttora. Il cuore della proposta della Lega Araba, come Obama e il suo consigliere per il Medio Oriente sanno molto bene, è la richiesta di un accordo politico pacifico formulato in questi termini, che sono ben noti, e riconosciuti come le uniche basi per un accordo pacifico per il quale Obama professa di impegnarsi. L’omissione di questo fatto può difficilmente essere considerata accidentale, e segnala chiaramente che Obama non intende discostarsi dal negazionismo americano. La sua richiesta che gli stati arabi agiscano come da corollario della loro proposta, quando gli Stati Uniti ignorano la natura stessa del suo nucleo centrale, che è la precondizione del corollario, sorpassa il cinismo. (…)

Obama non ha avuto da dire una sola parola (…) sulle complesse misure messe in atto per controllare l’esistenza dei palestinesi, allo scopo di minare la prospettiva di un accordo pacifico che prevede l’esistenza di due stati. Il suo silenzio è un’accanita negazione della sua sfavillante retorica su come “Sosterrò un impegno attivo perché due stati vivano fianco a fianco in pace e sicurezza”.
Altrettanto privo di menzione è l’uso da parte di Israele di armi americane a Gaza, in violazione non soltanto delle leggi internazionali, ma anche di quelle americane. E di sicuro i consiglieri di Obama per il Medio Oriente non erano all’oscuro dei rifornimenti di nuove armi che Washington ha fornito a Israele proprio all’apice dell’attacco americano e israeliano.

Obama comunque è stato inamovibile sul fatto che il contrabbando di armi a Gaza deve essere fermato. Ha appoggiato l’accordo di Condoleeza Rice e del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni secondo il quale il confine tra l’Egitto e Gaza deve essere chiuso – un ragguardevole esercizio di arroganza imperialista, come ha osservato il Finacial Times: “Mentre a Wasghington si congratulavano gli uni con gli altri, entrambe le parti sembravano essersi completamente dimenticate che si stavano accordando su un commercio illegale che riguarda i confini di qualcun altro – in questo caso l’Egitto. Il giorno seguente, un funzionario egiziano ha definito il memorandum `fantasioso’.” L’obiezione dell’Egitto è stata ignorata.

Tornando al riferimento di Obama alla “costruttiva” proposta della Lega araba, come le parole indicano, Obama insiste nel fornire il suo appoggio al partito sconfitto nelle elezioni del gennaio 2006, le uniche libere elezioni che si siano tenute nel mondo arabo, alle quali Israele e gli Stati Uniti hanno reagito, insistentemente e apertamente, punendo severamente i palestinesi per essersi opposti al volere dei padroni. Un dettaglio tecnico di minore importanza e che il mandato di Abbas e scaduto il 9 gennaio e che Fayyad è stato nominato senza una conferma del Parlamento palestinese (molti esponenti del quale sono stati rapiti e si trovano nelle prigioni di Israele). (…)

L’insistenza di Obama sul fatto che solo Abbas e Fayyad esistono è coerente con il disprezzo occidentale per la democrazia a meno che non sia sotto il proprio controllo.
Obama ha fornito le solite ragioni per ignorare il governo eletto di Hamas “per essere un genuino interlocutore per la pace” ha dichiarato Obama “il quartetto [Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Nazioni Unite] ha detto chiaramente che Hamas deve soddisfare precise condizioni: riconoscere il diritto di Israele di esistere; rinunciare alla violenza; e rispettare gli accordi passati.” Non è menzionato, anche in questo caso come al solito, il fatto sconveniente che gli Stati Uniti e Israele hanno fermamente rifiutato tutte e tre le condizioni. In isolamento internazione, hanno impedito qualsiasi accordo che prevedesse due stati, compreso uno stato palestinese; entrambi naturalmente non rinunciano alla violenza; e respingono la proposta centrale del quartetto, la “road map.” Israel formalmente l’ha accettata, ma con 14 riserve che di fatto eliminano I suoi contenuti (tacitamente appoggiate dagli Stati Uniti). E stato il grande merito della Palestina di Jimmy Carter: Pace, non Apartheid, la aver portato per la prima volta all’ attenzione dell’ opinione pubblica questi fatti – e per l’ultima volta anche nel pensiero dominante.

Ne segue, per via di ragionamento elementare, che né gli Stati Uniti né Israele siano un “genuino interlocutore per la pace” Ma questo non può essere. Non è nemmeno una frase di senso compiuto nella lingua inglese.
Forse è poco corretto criticare Obama per questo ulteriore esercizio di cinismo, perché è pressoché universale, il suo scrupoloso svuotamento dell’ anima della proposta della Lega araba è, invece, il suo specifico contributo.

Fonte: Chomsky.info

Written by pierpaolocaserta

febbraio 24, 2009 at 2:32 pm

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