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Archive for the ‘Unione Europea’ Category

Pari opportunità per i Rom d’Europa: un imperativo economico in un’Europa che invecchia

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L’inclusione dei Rom non è solo un diritto umano ma anche un imperativo economico. Lo sostiene una recente relazione della Banca mondiale.

I Paesi dell’Europa centrale spiccano nell’Unione europea per una popolazione che sta invecchiando ed arretrando più rapidamente e si sta riducendo in modo differente rispetto ai loro vicini. Diversamente dall’Europa occidentale, dove l’invecchiamento è da ricondursi principalmente all’aumento della longevità, i Paesi dell’Europa centrale (e i Paesi baltici) stanno invecchiando soprattutto a causa della bassa fertilità e dell’emigrazione. Il cambiamento demografico è notevole: per esempio, la Bulgaria ha visto la sua popolazione ridursi di oltre il 15% dal 1990, Romania e Ungheria di oltre il 5%. Le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite evidenziano che la tendenza dovrebbe proseguire e persino intensificarsi. La diminuzione della forza lavoro mette a rischio la crescita economica e contribuisce ad innalzare la pressione fiscale.

Secondo una recente relazione della Banca Mondiale, i Paesi dell’Europa centrale possono rispondere a queste criticità promuovendo un invecchiamento attivo, in buona salute e produttivo. Il cuore della risposta politica è investire nelle persone per far sì che i gruppi presenti e futuri abbiano competenze adeguate e siano in buona salute, in modo che un numero maggiore di persone sia al lavoro e sia in grado di lavorare più a lungo.

I Paesi dell’Europa centrale la cui popolazione invecchia o si riduce possono far meglio sulle attività occupazionali, sulla salute e sulle competenze delle loro popolazioni.

Ciò è ancor più vero per i cittadini Rom, che sono tra gli europei più poveri e vulnerabili, esposti a povertà, esclusione e discriminazione. I Rom della Bulgaria, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Romania e della Slovacchia in media sperimentano una disoccupazione più elevata e più lavoro informale e precario rispetto ai non-Rom. Inoltre, i loro figli imparano meno e abbandonano la scuola prima; vivono in condizioni di salute peggiori e hanno condizioni di accesso peggiori ai servizi sanitari. L’indagine della Banca Mondiale dimostra che questa disparità non è il risultato di una mancanza di impegno [nell’integrazione]: dalle dichiarazioni dei Rom emergono infatti aspirazioni analoghe a quelle dei loro concittadini non-Rom. La differenza è che non hanno le stesse opportunità.

L’invecchiamento e il declino demografico comportano che garantire pari opportunità ai Rom non rappresenti soltanto un imperativo sociale e morale, fortemente radicato nei valori europei, ma anche una necessità economica: in parole povere, con il declino della popolazione in età lavorativa, nessun Paese si può permettere il lusso di lasciare inattive o marginali parti estese della sua popolazione. Ciò è ancor più vero ove si consideri che la popolazione Rom è in aumento, diversamente dalla corrispondente popolazione aggregata del Paese in questione, e rappresenta una quota crescente di coloro che si immettono nel mercato del lavoro.

Venticinque anni e più di analisi hanno mostrato che le diseguaglianze tra Rom e non-Rom iniziano presto. In alcuni casi sono il riflesso delle situazioni familiari. Per esempio, un bambino Rom ha probabilità molto maggiori di crescere in un nucleo familiare che si trova al fondo della distribuzione del reddito, o che abbia genitori con scarsa o nessuna scolarizzazione. Altre fonti di diseguaglianza sono la conseguenza di scarse opportunità, per esempio l’accesso a beni e servizi primari quali l’istruzione o adeguate condizioni di vita, indispensabili non solo per realizzare le proprie potenzialità, ma anche per vivere in modo dignitoso. Ed è altrettanto significativa la conclusione che circostanze insorte nei primi anni di vita riconfermino lo svantaggio lungo l’intero arco della vita.

Qual è la possibile risposta politica? La promozione delle pari opportunità per i Rom deve iniziare mettendo l’accento sui bambini, sulla loro salute e sul loro sviluppo cognitivo. Affrontare il divario evolutivo fin dalla prima infanzia, promuovendo le adeguate competenze genitoriali e migliorando disponibilità ed accesso a servizi di qualità nei primi 1000 giorni di vita, può contribuire in modo significativo ad accrescere le opportunità dei Rom di inserirsi nella vita adulta. Inoltre, il ripensamento dei sistemi educativi secondo una struttura più inclusiva—ritardando il rilevamento, promuovendo la desegregazione, aumentando gli incentivi per gli insegnanti che accettano di lavorare in aree svantaggiate e fornendo corsi di recupero e consulenza—permetterebbe di mantenere le pari opportunità in sistemi che, invece, continuano a remare contro i bambini svantaggiati a causa del background socio-economico, tra i quali vi sono molti Rom.
Ma l’attenzione ai bambini non basta – la risposta politica deve andare oltre. Creare un terreno uniforme nella prima infanzia potrebbe non bastare per garantire le pari opportunità: i Rom continuano a trovarsi di fronte ad opportunità sfavorevoli in momenti chiave della loro vita, per esempio quando cercano un lavoro. Una gamma più ampia di politiche dovrebbe affrontare anche alcune delle situazioni di svantaggio nelle quali cresce una larga parte dei bambini Rom: accesso al lavoro, condizioni di vita dignitose ed accesso a servizi di qualità, per esempio in ambito sanitario.

Se i Paesi dell’Europa centrale vogliono prepararsi per l’invecchiamento e il declino demografico, devono iniziare dai loro cittadini più poveri e più vulnerabili. Contrariamente a quanto spesso si sente dire, affrontate la discriminazione e l’esclusione sociale ed economica della maggioranza dei cittadini Rom nell’Unione europea non è una missione impossibile. Esistono numerosi e incoraggianti esempi in tutta Europa che mostrano come politiche incisive ed inclusive negli ambiti educativo, occupazionale e dei servizi socio-sanitari, possano fare la differenza.

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Link all’articolo originale:
http://www.worldbank.org/en/news/opinion/2015/04/09/equal-opportunities-for-roma-an-economic-imperative-in-an-ageing-europe

Written by pierpaolocaserta

aprile 12, 2015 at 7:24 pm

Syriza può ancora farcela – malgrado i funzionari europei che mirano al suo fallimento

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“I funzionari europei che non vedono l’ora di sbarazzarsi di Syriza dovrebbero rendersi conto che alternative ben peggiori attendono dietro le quinte.”

Maria Margaronis | The Nation

7 aprile 2015

Il primo ministro greco Alexis Tsipras è oggi [8 aprile] a Mosca per discutere del prezzo del gas, di commercio e di investimenti con Vladimir Putin; il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, nel frattempo, è appena ripartito da Washington, dove ha rassicurato Christine Lagarde (FMI) sul fatto che la Grecia effettuerà domani il rimborso previsto e le ha illustrato le riforme proposte dal governo guidato da Syriza. Una compensazione equilibrata, si sarebbe tentati di dire al di fuori dei confini dell’UE: un ragionevole bilanciamento del rischio in un momento critico per la Grecia. Eppure, a dar retta alla stampa anglofona si sarebbe dovuto credere che il governo greco fosse sull’orlo del default per il prestito del FMI, pronto a stampare dracme ed indire elezioni anticipate, infischiandosene dell’Europa e vendendo l’anima a Putin per un pugno di rubli.

Le negoziazioni della Grecia con i suoi creditori, finalizzate a sbloccare prestiti per 7,2 miliardi di Euro, sono avvolte da una cappa di disinformazione. Se non otterrà tale credito, il governo resterà probabilmente a corto di liquidità nel giro di qualche settimana (mesi al più tardi—nemmeno questo è chiaro). Un articolo sul Financial Times del 5 aprile, basandosi quasi interamente su citazioni anonime di “importanti funzionari” e ministri delle Finanze dell’Eurozona, suggeriva che si potrà raggiungere un’intesa solo se Syriza scaricherà i suoi deputati di sinistra, che sono stati eletti, per formare un governo di coalizione con due partiti di centro-sinistra: lo screditato Pasok e la nuova formazione Potami. Tre giorni prima, sul Daily Telegraph il giornalista euroscettico Ambrose Evans-Pritchard citava fonti generiche “vicine a Syriza” per sostenere che la Grecia fosse sul punto di nazionalizzare il sistema bancario e introdurre una valuta parallela. Questa disinformazione è digerita e rilanciata dalle televisioni private greche, da scribacchini e da politicanti, con il risultato di diffondere confusione e sfiducia, minacciando le già traballanti negoziazioni, il governo guidato da Syriza e quel che rimane della coesione dell’Europa.

Della proposta presentata da Syriza all’Eurogruppo, un documento di 26 pagine fatto trapelare dal Financial Times, sì e no se ne parla. Eppure il testo merita di essere letto. La sezione più ampia, sulla tassazione, illustra in che modo il governo intenda incrementare i suoi introiti ed intervenire contro l’evasione fiscale; sebbene i dati possano essere ottimistici, il documento rappresenta un buon inizio. Nel capitolo relativo alla riforma del mercato del lavoro le tesi economiche sono formulate pacatamente contro l’austerità, argomentando che la crescita richiede retribuzioni eque e la tutela dei diritti dei lavoratori […].

I non meglio precisati funzionari europei che non vedono l’ora di sbarazzarsi di Syriza dovrebbero rendersi conto che alternative ben peggiori attendono dietro le quinte.

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Link all’articolo originale:
http://m.thenation.com/blog/203793-syriza-still-has-chance-succeed-if-eu-doesnt-sabotage-it-first

Written by pierpaolocaserta

aprile 9, 2015 at 8:40 am

L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

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Mentre Renzi continua tenacemente a perseguire, senza incontrare significativi ostacoli, i suoi principali obiettivi – rimodulazione delle istituzioni finalizzata all’abnorme rafforzamento del potere dell’Esecutivo, marginalizzazione di opposizioni e dissenso, conculcazione dei diritti – può sorprendere che sulla stampa internazionale si trovino così poche analisi critiche di Renzi e del renzismo. Questo articolo del Wall Street Journal riflette, dunque, una percezione diffusa, allorché si legge: “Il tentativo [di Matteo Renzi] di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro.” Si dirà: non è certamente su un giornale di chiaro orientamento conservatore che si troverà un punto di vista diverso sul nostro. L’osservazione, del tutto condivisibile, rivela senza possibilità di dubbio, quale sia la collocazione ideologica del renzismo. Eppure, proprio i dati, tutt’altro che incoraggianti, per il resto snocciolati dal WSJ su produzione industriale, disoccupazione, basso potenziale di crescita, potrebbero servire a decostruire le rassicuranti bugie del governo. E, al netto di quella che mi sembra una diffusa incomprensione del fenomeno Renzi (del resto abilissimo a propinare le più rovinose ricette del neoliberismo deteriore mentre recita il ruolo del temerario innovatore), l’analisi del WSJ, proprio perché non proviene da un think-tank della sinistra radicale, mostra una volta in più che potrebbero bastare lungimiranza e buonsenso per capire che non la Grecia è il problema dell’Euro e, aggiungo, dell’Europa. E, a scanso di equivoci, non è nemmeno solo l’Italia. (ppc)
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L’Italia, e non la Grecia, è il cuore del problema Euro

Richard Barley | The Wall Street Journal

2 aprile 2015

Come ha dichiarato recentemente il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, perché l’eurozona prosperi i suoi membri devono trovarsi in condizioni migliori stando dentro piuttosto che restandone fuori.

L’esempio più ovvio è fornito dalla Grecia. Il nuovo governo greco ha presentato all’eurozona un pacchetto di proposte nel tentativo di sbloccare finanziamenti per 7,2 miliardi di Euro, mentre si avvicinano le scadenze dei rimborsi e roll-over del debito al Fondo Monetario Internazionale. Le ultime idee poggiano strettamente sulla generazione di nuove entrate fiscali, ma appaiono ottimistiche. Molti investitori continuano a pensare che l’Europa possa raggiungere un qualche accordo che permetta alla Grecia di restare nell’Euro, anche se finora la mancanza di progressi ha messo a dura prova i nervi.

Ma un problema di lungo termine e probabilmente più importante è quello che interessa l’Italia, la terza maggiore economia dell’eurozona. Se la crisi della Grecia è nella sua fase acuta, l’Italia soffre della variante cronica: da quando è entrata nell’Euro è cresciuta a stento.

In effetti, l’economia dell’Italia è da decenni in frenata: Secondo i dati del FMI, negli anni Ottanta il tasso annuo medio di crescita del PIL reale era del 2,1%. Negli anni Novanta è scivolato all’1,4% e allo 0,6% nella prima decade di questo secolo, per attestarsi su un valore medio di -0,5% a partire dal 2010. La produzione rimane di circa il 9% al di sotto del picco del 2008.

La speranza, comunque, sgorga sempre inesauribile per l’Italia, aiutata dall'”alleggerimento quantitativo” (quantitative easing) della BCE, da prezzi del petrolio più bassi e dalla debolezza dell’euro. Secondo le ultime indagini, gli indicatori sono positivi: l’indice Markit è salito al 53,3, il valore più alto negli ultimi 11 mesi. La fiducia dei consumatori e delle imprese è in ripresa. Il primo trimestre potrebbe essere il primo dal 2011 in cui l’Italia fa registrare una crescita positiva. UniCredit si aspetta per il trimestre un’espansione dello 0,2%.

Ma segnali più impietosi sono stati sottovalutati. La produzione industriale ha fatto registrare a gennaio una contrazione dello 0,7%, nonostante le previsioni di incremento. A febbraio, la disoccupazione ha toccato quota 12,7%; la disoccupazione giovanile è al 42.6%. Gli economisti hanno la tendenza a considerare dati come questi spiacevoli, ma passeggeri: con la situazione dell’Eurozona nel suo insieme tornata favorevole, anche l’Italia dovrebbe beneficiarne. E, davvero, se l’Italia non riesce a crescere adesso, allora quando?

Eppure, il potenziale di crescita dell’Italia rimane basso al punto da destare preoccupazione. Nelle previsioni degli analisti di J.P. Morgan è bloccata vicino allo zero per parecchi anni. L’impegno del primo ministro Matteo Renzi nel riformare il Paese è essenziale. Il suo tentativo di migliorare il mercato del lavoro merita credito; uno dei principali ostacoli alla crescita è da ricercare in una cultura che ha impedito alle piccole imprese di crescere e che iper-tutela i dipendenti a danno dei giovani in cerca di lavoro. Ma, nel frattempo, l’Italia ha urgente bisogno di dimostrare che può generare almeno una crescita ciclica.

Sul futuro dell’Eurozona incombono molte date importanti. La restituzione, il 9 di aprile, di 450 milioni di euro al FMI è un ostacolo cruciale che l’eurozona è chiamata a superare. Il 13 maggio si dovrebbero avere notizie sull’uscita dell’Italia da una recessione triennale; se questo non accadrà, ci possiamo aspettare ulteriori interrogativi sugli effetti della moneta unica sui suoi membri.

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Link all’articolo originale:
http://www.wsj.com/articles/italy-not-greece-at-heart-of-euro-questionheard-on-the-street-1427986756

Written by pierpaolocaserta

aprile 4, 2015 at 8:51 am

“Il Quarto Reich”

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surplus-tedesco-247x300Negli ultimi mesi nei rapporti fra europei sembra siano scomparsi il buon senso e la capacità di riconoscere i propri errori. I toni poi sono saliti oltre il tollerabile. Così ecco riproporsi la “questione tedesca”: come sono percepiti i tedeschi dagli altri cittadini europei? Perché nei commenti tornano parole come “danni di guerra”, SS, potenza occupante, Terzo Reich, ecc.? Der Spiegel, nella corrispondenza che accludo tradotta, e che in Germania ha suscitato scandalo, cerca di capire come i tedeschi vedano loro stessi e qual’è (o dovrebbe essere) il posto della Germania in Europa e nel mondo.

Josè F. Padova, 25-03-2015.

„Il Quarto Reich“

Der Spiegel online, n° 13/2015, 21 marzo 2015 (Traduzione dal tedesco di José F. Padova)

Europa – Angela Merkel con i baffetti alla Hitler, i panzer sulla strada per Atene. In alcuni Paesi-partner imperversano i paragoni con i nazisti. I tedeschi sono considerati ancora una volta come superpotenza. In questo essi sono egemone, più debole che forte, del Continente.

Il 30 maggio 1941 era il giorno in cui Manolis Glezos prese Hitler per il naso. Quattro settimane prima i tedeschi avevano issato una gigantesca bandiera con la croce uncinata sull’Acropoli di Atene. Glezos e un compagno si avvicinarono strisciando al pennone, ammainarono l’odiata bandiera e la stracciarono. La loro impresa ne fece due eroi. A quel tempo Glezos era combattente della Resistenza, oggi è deputato europeo del partito di governo Syriza e presto compirà 93 anni. Ha il suo ufficio a Bruxelles, nel Palazzo Willy Brandt, al terzo piano, e racconta della sua lotta contro i nazisti e contro i tedeschi di oggi. Glezos porta i suoi bianchi capelli alla selvatica e alla temeraria come un vecchio Che Guevara, sul suo viso grinzoso si disegnano le tracce di un secolo europeo.

All’inizio egli combatté contro i fascisti italiani, poi contro la Wermacht tedesca, e infine contro la dittatura militare greca [ndt.: il regime dei Colonnelli, 1967-1974]. Venne spesso imprigionato, in tutto durante quasi dodici anni, scrisse poesie, fu liberato, tornò a combattere. “Questa era in me è ancora molto viva”, egli dice.

Glezos ha conosciuto ciò che significa quando i tedeschi aspirano al predominio in Europa. Egli afferma che si è di nuovo a questo punto. Questa volta non i soldati, ma gli imprenditori e i politici [tedeschi] stringono alla gola i greci. “Il capitale tedesco domina l’Europa e approfitta della miseria in Grecia”, dice Glezos. “Ma noi non abbiamo bisogno del vostro denaro”.
Nei suoi occhi la Germania contemporanea si collega senza soluzione di continuità al terribile passato. Egli sottolinea che con questo non pensa al popolo tedesco, ma agli strati sociali dominanti. La Germania per lui è ancor sempre oggi l’aggressore, “il rapporto con la Grecia equivale a quello fra il tiranno e lo schiavo”.

In testa egli ha un testo di Joseph Goebbels, nel quale il Ministro della Propaganda del Reich riflette sul futuro dell’Europa sottoposta alla guida tedesca. “Nell’anno 2000, dice il testo, e Goebbels ha sbagliato i calcoli soltanto di dieci anni”, dice Glezos. Nel 2010, durante la crisi finanziaria, è iniziato il predominio tedesco.

Finora erano soprattutto i tedeschi che volgevano instancabilmente lo sguardo indietro, al passato nazista. Da poco tempo fanno questo in Europa anche altri popoli. Angela Merkel con i baffetti alla Hitler, i panzer tedeschi sulla strada per il Sud – vi è una marea di caricature su questo tema, in Grecia, Spagna, Inghilterra, Polonia, Italia, Portogallo. Se si fanno dimostrazioni contro l’Europa è garantito che salta fuori un simbolo nazi.

Si parla di un “Quarto Reich”, sul modello del “Terzo Reich” di Adolf Hitler. Questo suona assurdo, perché la Repubblica Federale è una democrazia ben riuscita, senza alcun profumo di nazionalsocialismo, e Merkel è senza dubbio superiore a ogni sospetto. Eppure si potrebbe riflettere sulla parola Reich. Essa intende più di uno Stato nazionale, esprime l’idea di un’area sotto dominazione con un potere centrale, che domina molti popoli. Secondo questa definizione sarebbe falso parlare di un Reich [Regno] tedesco nel campo dell’economia?

Il premier greco Alexis Tsipras non avrà in ogni caso l’impressione di poter liberamente determinare la politica del suo Paese. Lunedì egli si incontrerà con la Cancelliera federale, in un appuntamento un tema delle cui discussioni sarà la storia nazionalsocialista della Germania. I grechi richiedono le riparazioni per ciò che i tedeschi hanno loro fatto nella Seconda guerra mondiale. In questa circostanza si tratta naturalmente anche molto della disperazione di un governo che finora ha agito da dilettante. Ma sarebbe un errore ritenere la storia come ormai chiusa. Essa è sempre attuale.

Vi è una grande accusa alla Germania, che giunge dalla Grecia, dalla Spagna, dall’Italia, dalla Francia, ma anche dalla Gran Bretagna e dagli USA: che mediante l’euro la Germania domina economicamente il Sud dell’Europa, nella crisi gli toglie l’aria vitale per imporre i suoi principi, ma approfittando alla grande dell’euro per la sua politica di esportazione. La Germania come potenza economica occupante, egoista, fiancheggiata dai piccoli Paesi nordeuropei con il medesimo profilo.

L’accusa arriva da Paesi nei quali da anni imperversa la disoccupazione di massa, viene formulata con grande rabbia e per questo ritornano con essa anche i terribili spettri della storia tedesca. Non c’è da meravigliarsi che chi oggi si sente umiliato presenti il conto di quello che è accaduto. La storica colpa tedesca è usata dalle vittime dell’euro-crisi contro la Germania e Angela Merkel, da parte di chi è impotente, viene usata per fare rumore ed essere ascoltati. Certamente secondo sondaggi i tedeschi sono considerati all’estero come il popolo più rispettato al mondo, eppure quando la politica tedesca diventa sgradevole si arriva subito ai nazi.

L’accusa contro la RFT ha una dialettica singolare: la Germania domina, ma la Germania non guida. È egemone, ma anche debole. Anche questo porta all’indietro nella Storia. Nel suo libro “Da Bismarck a Hitler” il pubblicista e storico Sebastian Haffner nel 1987 ha analizzato come la Germania in quel periodo abbia avuto una “dimensione inetta”. Era diventata allo stesso tempo troppo piccola e troppo grande. Questo potrebbe valere nuovamente adesso.

Come appare dunque il ruolo dei tedeschi in Europa in questo tempo, visto da fuori e da dentro?

Accanto alla Borsa di Milano, dove una scultura da undici metri di altezza con il dito medio rizzato illustra beffarda il decadimento dell’alta finanza, ha la sua sede il quotidiano “Il Giornale”. Lì, esattamente nell’ufficio dove una volta lavorava il corrispondente [di guerra], scrittore e cittadino del mondo Indro Montanelli, siede ora Vittorio Feltri. Giornalista da più di mezzo secolo, il 71enne Feltri ha fatto carriera presso il “Corriere della Sera” e altri fogli. L’anno scorso, insieme a un altro rinomato giornalista, Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del notiziario di Rai 1, ha pubblicato un libro degno di nota. Il suo titolo: “Il Quarto Reich – Come la Germania ha sottomesso l’Europa”.

Non sono soltanto dimostranti disperati e radicalizzati, che fanno paragoni con il passato. Sono spesso apprezzati intellettuali, cittadini dall’esistenza assicurata, come Feltri e Sangiuliano.

L’euro? Uno strumento per i fini germanici, scrivono i due autori, la moneta unica ricorda “a torto o a ragione” le ”Panzerdivisionen di un tempo”. Il denaro garantisce ai tedeschi zone di supremazia. La Corte costituzionale federale? “Suona come un tipo di arma della Wehrmacht”. “Merkiavelli”, la Cancelliera, nella sua pomposa sede governativa, progettata dal suo predecessore Kohl, il “Kohlosseo”, porta a termine esattamente là dove Hitler ha fallito. Il tutto, dice Feltri, dovrebbe essere inteso come un pamphlet, come “indicazione della inadeguatezza di questa moneta unica, della quale approfitta soltanto la Germania”.

In Italia ampi settori della classe politica sono della medesima opinione. L’anno scorso il socialdemocratico Romano Prodi, pur sempre ex Presidente della Commissione Europea, ha suscitato scalpore con un’analisi sul settimanale “L’Espresso”: “In Germania lo spettro del populismo e del nazionalismo è coperto mediante la Merkel”, ha scritto: “A Bruxelles negli ultimi anni, e di nuovo, soltanto un Paese ha dettato la linea; la Germania si è perfino permessa di impartire agli altri lezioni inaccettabili di moralità”.

Mentre all’esterno il Presidente del Consiglio Matteo Renzi pone per lo più l’accento sulla vicinanza alla Germania, ai margini della destra si ascoltano toni radicali. Il germanista Luigi Reitani in una conferenza tenuta alla fine dello scorso anno ha detto che “una linea d’invasione di barbari è tracciata attraverso Bismarck e Hitler fino a Merkel”.

In Francia le voci suonano in modo simile. L’ex ministro dell’Economia Arnaud Montebourg nel 2011 ha detto: “Bismarck ha unificato i Principati tedeschi per dominare l’Europa e in modo particolare la Francia. Angela Merkel vuole risolvere i suoi problemi interni in modo sorprendentemente simile, costringendo il resto dell’Europa ad accettare l’ordinamento economico e finanziario dei conservatori tedeschi”. L’antica politica di espansione ritorna, ma sul terreno economico.

Probabilmente la paura di un predominio tedesco in Europa da nessuna parte è tanto grande quanto in Francia, che in 80 anni è stata occupata in parti del suo territorio dal germanico Paese confinante. Negli anni passati la “germanofobia” è aumentata massicciamente, dal Front National [ndt.: il partito della Le Pen] fino ai socialisti, ciò che in parte serve a distrarre dalle proprie manchevolezze in tema di riforme. Ciononostante sono questi gli stati d’animo che devono essere presi sul serio.

L’intellettuale di sinistra Emmanuel Todd avverte che la Germania pratica “sempre più una politica di potenza e di espansione occultata”. L’Europa viene dominata dalla Germania, egli dice, che nella sua storia sempre ha oscillato fra ragionevolezza e megalomania. Dalla riunificazione in poi, dice Todd, la Germania ha portato quasi tutto l’ambito di dominio ex sovietico sotto il suo controllo, per servirsene ai suoi scopi economici.

Ad Atene, in un immobile del ministero per la Cultura, Nikos Xydakis, vicesegretario del governo Syryza, prende parte alle rimostranze. “È come se il mio Paese subisse le conseguenze di una guerra”, egli dice. La politica europea di austerità ha mandato in rovina la Grecia. “Abbiamo perso un quarto del nostro PIL, un quarto del nostro popolo è senza lavoro”. Per tutto questo i greci non hanno implorato crediti, essi sono stati loro intimati assieme al programma di tagli. “Adesso li restituiamo con il sangue della nostra gente”.

In Europa la Germania è diventata troppo potente, egli dice. Essa è il capo, per quanto riguarda politica ed economia. “Ma se uno vuole essere il capo deve anche comportarsi come un capo”, la Germania deve essere di larghe vedute e non deve considerare i Paesi più deboli in Europa come sottoposti.

Xydakis dice di dover pagare l’affitto per il suo ufficio, perché l’immobile è stato venduto a un Fondo d’investimento per poter saldare i debiti di Atene. “Mi sento come fossimo a Lipsia o Dresda e grandinassero le bombe”. La sola differenza sta nel fatto che oggi le bombe arrivano sotto le spoglie della politica dei tagli.

Per lui – come per tutti i critici della politica tedesca – al centro dell’accusa c’è una parola, che fino a poco tempo fa in Germania era ben poco usata: Austerità. Essa allude alla politica del risparmio, un termine che nel Paese della casalinga sveva [ndt.: =casalinga di Voghera] ha connotati positivi e che nei Paesi dell’Europa in crisi sta per una triste politica di privazioni imposte da fuori. La Germania non esporta più soltanto le sue merci, ma anche le sue regole.

D’altra parte le merci sono vendute senza dover forzare. L’Europa ama i prodotti della Germania. Il surplus commerciale all’export nel 2014 ammontava a più del 7 % del PIL. Un surplus commerciale significa: nel commercio con gli altri Paesi la Germania incassa più denaro di quanto ne spenda per le merci altrui. La differenza se ne ritorna in gran parte all’estero, come cosiddetta esportazione di capitali. Detto in parole semplici: le banche tedesche prestano alle imprese straniere denaro col quale queste possono pagare i prodotti tedeschi.

Dalla fine del secolo scorso l’eccedenza di esportazioni tedesca si è quasi quadruplicata, fino a circa 217 miliardi di euro – soltanto nei confronti della Francia l’importo ammontò nel 2014 a 30 miliardi di euro. Anche se in conseguenza della crisi le esportazioni verso gli altri Paesi della zona euro sono diminuite, in nessun Paese del mondo l’eccedenza è tanto grande quanto in Germania. Il motivo? Una politica commerciale aggressiva?

L’economista tedesco Enrik Enderlein non è un dogmatico, non osserva il mondo con ottica nazionalista. Professore di Economia politica alla Berliner Hertie School of Governance ha studiato in Francia e negli USA, ha lavorato alla BCE e insegnato a Harvard, suo padre era un politico ed egli stesso è consigliere del Partito Socialdemocratico tedesco. Egli dice: “Se la Germania presenta oggi il più grande eccesso di esportazioni di tutti gli Stati il semplice motivo è questo: dalla fondazione dell’Europa in poi noi tedeschi non avemmo altra scelta se non diventare più competitivi. Tuttavia è assurdo credere che la Germania lo abbia fatto intenzionalmente, per danneggiare gli altri Paesi”.

La Germania non ha perseguito il suo ruolo apposta, ma esso si è concretizzato durante la costruzione della zona euro. La BCE avrebbe una corresponsabilità in questa situazione, afferma Enderlein. Infatti negli anni successivi alla fondazione dell’euro nel 1999 i tassi d’interesse della nuova moneta oscillavano per lo più fra il tre e il quattro percento. Per i Paesi del Sud questi tassi troppo bassi hanno alimentato il boom, salari e prezzi sono aumentati fortemente. Al contrario per la Germania il tasso era troppo alto, ai lavoratori restava soltanto l’opzione della rinuncia agli aumenti salariali, per mantenere bassi i prezzi dei prodotti tedeschi. Questo non sembra essere aggressivo a un primo sguardo, ma i Paesi meridionali si lamentarono: la Germania pratica il dumping salariale.

Quella rinuncia procurò ai tedeschi crescita e autocoscienza e mediante questi il potere. Quando entra a Bruxelles, Angela Merkel agisce come capo dell’economia di gran lunga più forte della zona euro. Gli altri non prendono decisioni contro di lei. Il potere non è brutto, se i potenti ne fanno buon uso. Ma poi lo fanno?

C’è un’altra musica in Germania. Non gliene importa delle nobili abitudini della diplomazia. Non ci sono più bisbigli e mormorii, niente più accenni e allusioni. Solo urla e invettive. Oltre i limiti.

Qui c’è il sound di Wolfgang Schäuble, ministro federale delle Finanze, il leitmotiv è la Grecia: “Un Paese che da decenni per il fallimento delle sue élite, e non a causa dell’Europa e di Bruxelles o di Berlino, esclusivamente per il fallimento delle sue élite soffre e ha vissuto ampiamente al di sopra delle sue possibilità e deve gradatamente riavvicinarsi alla realtà. E se i responsabili in quel Paese mentono al popolo, non c’è da meravigliarsi se il popolo reagisce così”. Schäuble ha detto questo lunedì a una manifestazione della Fondazione Konrad Adenauer.

Il giorno prima Markus Söder, ministro delle Finanze della Baviera, in modo simile e in presenza del suo collega Yanis Varoufakis, ha cantato la stessa musica durante il talkshow di Günther Jauch: rumoroso e prepotente. Non ha tralasciato alcuna occasione per confrontare la forza economica e finanziaria della Baviera con quella della Grecia, per rinfacciare a Varoufakis la superiorità di un Land tedesco. Anche l’accento della Franconia non ha reso più morbide le parole. Söder è uomo di politica interna e così si fa anche sentire. Come una zuffa fra governo e opposizione in un Parlamento regionale.

Una frase particolarmente trionfale nel nuovo sound ha pronunciato già nel 2011 Volker Kauder, il capo del gruppo Unione nel Parlamento federale. Congresso del partito CDU a Lipsia, Kauder come al solito tiene in suo discorso in tono libero, e poi gli cadono fuori queste parole: “Di colpo in Europa si parla tedesco”. La sala si scatena. La frase ha suscitato troppi malintesi, dice oggi Kauder, che non la ripeterebbe.

Merkel non parlerebbe così, in ogni caso non pubblicamente. Il suo linguaggio è più prudente, talvolta anche così fumoso che non si riesce al primo colpo a riconoscere ciò che lei pensa. Martedì ha detto davanti al gruppo parlamentare della CDU: “La Germania deve essere un Paese che nulla lascia intentato per conseguire progressi”. Intendeva progressi altrove, in Grecia.

La Cancelliera federale ha un progetto espansivo, che in un certo senso dovrebbe sfociare in un Merkel-Reich. Ella non pensa così europeo come il suo predecessore Helmuth Kohl, il quale voleva fare integrare la Germania nell’Unione Europea. Merkel la pensa più nazionalisticamente. Sa che la Germania da sola non avrà alcuna influenza nel mondo. Chi vuole dire la propria deve avere molti abitanti e un’economia forte. La Germania ha un’economia forte, ma rispetto alla Cina e agli USA è un Paese piccolo. Per questo la Germania ha bisogno dell’Europa. Per il gran numero degli abitanti. Ma dev’essere un’Europa economicamente forte, un’Europa concorrenziale. Per questo lavora Merkel. Ben presto nella crisi Merkel ha sviluppato idee per il cosiddetto benchmarking. I Paesi europei devono orientarsi al meglio in tutti i campi. Di solito lo è la Germania. Su questa via si formerebbe un’Europa tedesca.

Nella lotta contro la crisi debitoria in Irlanda, Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia l’Europa ha discusso su due concetti. I Paesi del Sud volevano finanziare la crescita con maggiori spese, nella speranza che a medio termine le entrate dello Stato aumentassero. La Germania e gli Stati nordici si sono fissati sulla sobrietà e sulle riforme strutturali, che pretendono qualcosa dai cittadini.

La grande potenza economica Germania si è imposta. Per portare i Paesi in crisi sulla giusta rotta, sulla rotta tedesca, Merkel è andata a prendere il FMI come rigoroso sorvegliante – libero da ogni aspetto estraneo – per l’esclusivo controllo tedesco sull’Europa. Ciononostante gli altri lo hanno notato. Sanno di vivere in un matriarcato.

All’inizio della crisi dell’eurozona altri capi di Stato e di governo si sono azzardati a protestare apertamente. L’allora capo del governo polacco Donald Tusk redarguì dicendo di avere “fondati dubbi sul metodo” e chiese alla Merkel un incontro al vertice: “Perché dovete creare una spaccatura?” Nove mesi dopo la Cancelliera si era imposta: tutti i Paesi di Eurolandia erano d’accordo per l’idea tedesca di un “patto fiscale”, per inserire freni alle spese nelle Costituzioni nazionali, per pene più severe contro i peccatori di deficit, per maggiori riforme, naturalmente sul modello dell’”Agenda” tedesca del 2010. Il sociologo ormai scomparso Ulrich Beck definì il modo di Merkel, di fare sentire agli altri la pressione tedesca, con il nome perfido di “Merkiavellismo”.

Qualcosa era accaduto nella politica tedesca per l’Europa. Helmuth Kohl aveva cercato in tutti i modi di evitare di essere isolato in occasione di trattative importanti. Angela Merkel si è staccata da questa ombra. “Io sto piuttosto sola nell’Unione Europea. Ma per me è lo stesso, io ho ragione”, ha detto in un circolo di persone ristretto, quando si è trattato del ruolo del FMI. E più tardi: “Noi siamo in Europa ciò che gli americani sono nel mondo, la sgradita potenza-guida”.

Martin Schulz, nel 2014 candidato di punta dei socialisti, della sua contesa elettorale europea racconta questa storia: “Come potete candidarvi per la funzione di capo della Commissione europea?”, questa la domanda rivoltagli dai giovani, “in fin dei conti siete tedesco”. E questo è capitato a un Martin Schulz, che parla fluentemente quattro lingue, che ha trascorso quasi tutta la sua vita di politico in Europa, a Bruxelles, che si batte per l’amicizia franco-tedesca come nessun altro fa. “Io sono stato percepito come parte del dominio tedesco”, egli dice. “C’è una sensazione di strapotenza superiore tedesca, ma se chiedete più precisamente non si arriva a nulla di concreto”.

Nella Cancelleria si riflette sul nuovo ruolo? Si, per esempio su fin dove potrebbe arrivare. In primo luogo vi si dice che la crisi dell’euro ha rafforzato il peso degli Stati nazionali, perché soltanto governi nazionali hanno potuto mobilitare in fretta sufficiente denaro per i salvataggi. E, in secondo luogo, la Germania è apparsa tanto più potente quanto più la Francia, Paese tradizionalmente partner, è retrocessa economicamente.

La Cancelliera è talvolta chiamata “Madame No”. Quando negli incontri al vertice a Bruxelles uno dei capi di Stato o di governo degli altri Paesi termina il suo discorso, si racconta che subito gli sguardi degli altri si rivolgono per prima cosa a lei, la tedesca.

Ma i baffetti alla Hitler? Il “Quarto Reich”?

I nazisti chiamarono la Germania “Terzo Reich”, per nobilitarsi con la tradizione dei due altri Reich tedeschi. Nel Medioevo sorse il Sacro Romano Impero, che non era uno Stato nazionale, ma un campo di dominazione di imperatori per lo più di origine tedesca, che governavano grandi parti dell’Europa, fino alla Sicilia. Tramontò nel 1806, dopo che Napoleone ne aveva assoggettato molti territori.

Seguendo questa numerazione il secondo Reich fu il Reich imperiale tedesco, , che Bismarck aveva fondato dopo le vittorie su Danimarca, Austria e Francia. Gli Staterelli tedeschi si unirono sotto la direzione della Prussia, motivo per il quale Bismarck gode fama di antesignano dell’attuale Germania. Il 1. Aprile si festeggia il suo duecentesimo compleanno.

Nel Reich imperiale si formò presto un’atmosfera pericolosa. Una hybris tedesca, la sensazione di essere superiori, di sapere tutto molto meglio, di potere meglio. Ciò si mescolava con un avvilimento, una incessante eccessiva pretesa.

Il Reich di Bismarck, che dal 1888 era diretto anche da Guglielmo II, aveva inoltre una dimensione infelice. Era troppo grande e troppo piccolo. Troppo grande: era lo Stato più potente in Europa, e perciò Francia, Gran Bretagna e Russia si sentivano minacciate e sfidate. Esse strinsero temporaneamente alleanze. Troppo piccolo: il Reich imperiale non era in grado di dominare o governare l’Europa. Per questo anche i tedeschi si cercavano partner. La logica interna ed esterna di queste alleanze fu una delle più importanti cause per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Dopo la sconfitta alla fine del 1918 il Reich imperiale crollò.

Hitler credette che la sua “Grande Germania [Großdeutschland] fosse grande abbastanza per dominare l’Europa, ma si sbagliò di grosso. Anche con una condotta di guerra estremamente brutale e con l’oppressione non ebbe ragione dell’alleanza delle democrazie e dell’Unione Sovietica.

Dopo la fine del “Terzo Reich” sembrò che una predominanza tedesca sul Continente fosse esclusa per sempre. La Repubblica Federale e la RDT [ndt.: DDR, cosiddetta Germania-Est] furono all’inizio Stati timidi, che più o meno spontaneamente si appoggiavano ai loro Grandi Fratelli, gli USA e l’URSS. Non dominavano, ma erano dominati.

La Repubblica Federale però sviluppò presto un nuovo strumento di dominanza, non politico, bensì economico: il Marco tedesco [D-Mark]. Poiché l’economia della Germania occidentale cresceva fortemente e quindi il debito pubblico rimaneva comparativamente moderato, nell’Europa degli anni ’70 e ’80 la Bundesbank dominava l’economia e la finanza. Di fronte alle decisioni di Francoforte tremavano i governi in Francia, Italia o Gran Bretagna. Poco prima della riunificazione tedesca un commento uscì dal palazzo dell’Eliseo a Parigi: “Ciò che per noi è la bomba atomica per i tedeschi è il D-Mark”. François Mitterand non era per niente favorevole alla riunificazione. Temeva che presto un colosso tedesco nel bel mezzo dell’Europa potesse di nuovo aspirare al dominio politico. Così pensava anche il Primo ministro britannico Margaret Thatcher, così pensavano anche molti tedeschi, specialmente all’ala sinistra dello scenario politico, prima di tutti lo scrittore Günter Grass, che una ricaduta nell’antica hybris, nella follia tedesca della propria superiorità faceva tremare.

Sembrò che il centravanti Franz Beckenbauer nel 1990 lo confermasse, quando dopo la vittoria in Italia al Campionato mondiale disse: “Noi siamo adesso il numero uno del mondo, da molto tempo siamo il numero uno in Europa. Per di più i calciatori adesso arrivano dalla Germania orientale. Mi dispiace per il resto del mondo, ma la squadra tedesca per anni ancora a venire non sarà sconfitta”.

Soltanto due politici di governo della Repubblica federale hanno manifestato una simile mania di grandezza. Il cancelliere Helmut Schmidt alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ‘80 credeva di essere il più grande economista del mondo. Quando si incontrò con il Presidente americano Jimmy Carter, non si incontrò la piccola Repubblica federale con i grandi Stati Uniti, ma il grande Schmidt con il piccolo Carter; non si arrivò a misurare la statura. Il primo tentativo di ristrutturare l’Europa secondo l’idea tedesca lo fece nel 1998 il ministro delle Finanze Oskar Lafontaine, allora nella SPD, oggi nella Linke. Poiché voleva armonizzare il mercato finanziario europeo e creare una moneta unica, il britannico “Sun” si chiese se non fosse “il più pericoloso uomo in Europa”.

Lafontaine fece fiasco e la squadra nazionale di calcio ha perso abbastanza sovente, prima di diventare effettivamente campione del mondo nel 2014. La Germania riunificata all’inizio non ostentò politicamente la propria superiorità, rimase sottotono. Eppure venne l’euro, poi, che secondo la fantasia di Mitterrand avrebbe dovuto sottrarre alla Germania la “bomba atomica”. L’euro era stato pensato per rompere il predominio economico dei tedeschi, ma ha prodotto il risultato contrario. Attraverso la valuta comune il destino dei Paesi membri è strettamente connesso e adesso la Germania ha potere sugli altri.

Perciò la “questione tedesca” è nuovamente sul tavolo. La nuova Germania è troppo grande e troppo potente per gli altri Stati europei, o è troppo piccola e titubante?

Hans Kundnani è Direttore della ricerca presso l’European Council on Foreign Relations, un think-tank paneuropeo con sede principale a Londra; il suo campo di specializzazione è la politica estera tedesca e ha scritto un libro, molto apprezzato, sul potere tedesco: „The Paradox of German Power“ (Il paradosso del potere tedesco). Kundnani collega la vecchia questione tedesca con il nuovo dibattito sul ruolo della Germania nella zona euro. La forza dell’economia tedesca e la reciproca dipendenza degli Stati dà origine in Europa a un’instabilità economica che è paragonabile a quella politica dei tempi di Bismarck.

Il problema, afferma Kundnani, è meno il fatto che la Germania esercita in Europa un potere egemonico, ma invece che lo esercita a metà – è concentrata su sé stessa e probabilmente troppo piccola per il ruolo che dovrebbe svolgere.

“La Germania è di nuovo un paradosso: è potente e debole allo stesso tempo – come nel XIX secolo dopo la fondazione del Reich sembra essere potente vista dall’esterno, ma molti tedeschi la percepiscono ancora come vulnerabile”, scrive Kundnani. Non vuole guidare e si oppone a una socializzazione dei debiti, ma allo stesso tempo vuole formare l’Europasecondo il proprio modello, per farla più competitiva”.

In questo contesto “Führen“ [guidare] significa spesso pagare. Così la vede anche Varoufakis, che dalla Merkel desidera una sorta di Piano Marshall, come quello con cui gli Stati Uniti rimisero in forze l’Europa distrutta dalla guerra.

Un vero e proprio egemone come gli USA, scrive Kundnani, si distingue perché da un lato detta norme, ma dall’altro crea incentivi per coloro che esso domina, perché rimangano a far parte del sistema. A questo scopo esso deve fare compromessi a breve termine, per rendere sicuri i suoi interessi a lungo termine.

Certamente la Germania ha già confezionato due pacchetti di aiuti per i greci, ma a questi non bastano, vogliono modificare l’eurozona dalle fondamenta, più debiti comuni e meno prescrizioni tedesche. Altri la vedono anche così: “Questa non è una unione valutaria”, ha scritto il Financial Times nel maggio 2012, “è piuttosto un impero”.

Il grande finanziere George Soros ha avvertito che l’Europa potrebbe essere durevolmente suddivisa in Stati con eccedenze di bilancio e Stati con deficit – “un impero tedesco in mezzo all’Europa con quelli periferici come retroterra”. Impero è un altro termine per Reich.

In questo mondo dominato economicamente si tratterebbe meno di dominatori e dominati e piuttosto di creditori e debitori. Il più grande creditore in Europa è la Germania.

I creditori hanno potere sui debitori. Essi si aspettano gratitudine e spesso hanno idee abbastanza chiare su ciò che il debitore deve fare perché un giorno i soldi tornino indietro. I creditori non sono amati.

Un creditore vuole avere il controllo su chi gli deve danaro, infatti egli ha anche paura, paura per i suoi soldi. I tedeschi potrebbero farsi garanti per i debiti greci, ma non anche per quelli di Italia e Spagna.

La Germania è davvero abbastanza grande, scrive Kundnani, per imporre all’Europa le sue regole, ma troppo piccola per essere un vero e proprio egemone. Come accadde prima della Prima Guerra Mondiale la Germania teme nuovamente di venire accerchiata da Paesi più piccoli – e inoltre si aggiunge la paura che la BCE venga occupata dai Paesi latini e così se ne vada il suo potere sulle nazioni debitrici.

La Germania agirebbe non come un egemone, ma come un “semi-egemone”. Così lo storico tedesco Ludwig Dehio ha già descritto la posizione della Germania in Europa dopo il 1871. Anche l’ex ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski disse – benché in altre circostanze – di temere meno il potere tedesco della inoperosità tedesca e sollecitò la Germania a guidare l’Europa.

Egli osservava, dice Kundnani, una percezione di sé tedesca di essere la vera vittima della crisi dell’euro, ciò che sta in netto contrasto con l’auto-percezione dei Paesi debitori. Da questo si sviluppa l’aggressività, che si mostra nei nuovi toni della politica o si scarica nel giornale “Bild”, quando insulta tutti i greci come “avidi”.

Mentre dominava economicamente nel corso dell’euro-crisi, la Germania sul piano della politica estera restava un nano. Il punto saliente di questo rifiuto di essere una potenza politica fu l’astensione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quando nel marzo 2011 si trattò dell’impegno militare della NATO in Libia. Questo fu visto anche dai partner europei, in primo luogo la Francia, come un passo indietro – eppure agli attacchi aerei in Kosovo nel 1999 e più tardi nell’intervento in Afghanistan i tedeschi avevano ancora preso parte.

La chiamata a una maggior guida tedesca, che negli anni scorsi è partita dall’Europa orientale, vista superficialmente è in contrasto con le lagnanze per l’eccessivo dominio tedesco nelle questioni economiche. Ma entrambe le cose sono in relazione fra loro. La Germania vuole essere una potenza economica, non militare. Il suo nazionalismo si fonda su forza commerciale ed esportazioni, non sulla volontà di diventare una potenza geopolitica. Il medesimo dilemma si mostra nel ruolo tedesco verso la Russia nella crisi ucraina.

La Germania, così dice Kundnani, “è incomparabile nella sua combinazione fra forza impositiva in campo economico e astinenza militare”. Già per questo i riferimenti ai tempi nazisti sono fuori fase. Non si tratta di violenza, di razzismo. Si tratta di soldi. E questa è una differenza immensa, anche quando questioni di denaro potrebbero essere sgradevoli.

Circa un Reich si tratta d’altronde già di campo economico. L’eurozona è territorio di dominio tedesco. Berlino qui non governa incontrastata, ma determina pur sempre il destino di milioni di persone delle altre nazionalità. Un simile potere crea una quantità di responsabilità, ma tuttavia governo e politica si comportano talvolta come fossero un piccolo Stato.

La Germania non è effettivamente grande a sufficienza per risolvere i problemi degli altri con il denaro, ciononostante talvolta è importante mostrare grandezza, anche mediante generosità. E senza il fracasso da Berlino o Monaco sarebbe sicuramente più facile ottenere qualcosa. Anche questo è grandezza, ricambiare il confronto o sopportarlo.

Written by pierpaolocaserta

marzo 26, 2015 at 5:25 am

Tre motivi per cui Syriza non si alleerà con il M5S

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Pubblico, nella mia traduzione, un articolo di Jamie Mackay, scrittore, giornalista e redattore fisso per OpenDemocracy, che condivido in pieno. L’articolo è stato pubblicato alla vigilia delle elezioni generali greche dello scorso 25 gennaio, e tuttavia presenta, a mio parere, un’analisi di notevole interesse ed attualità. L’autore nega decisamente ogni accostamento tra Syriza e il M5S e richiama l’attenzione sulla centralità delle categorie politiche fondamentali, a cominciare dalla distinzione tra destra e sinistra, che induce a tenere distinti movimenti che si potrebbe avere la tentazione di accostare, per esempio, all’insegna di un generico euro-scetticismo. A questo proposito, l’autore, centrando il punto con buona chiarezza, scrive: “il presunto euroscetticismo di Syriza deve essere tenuto distinto da quello di Grillo e Farage perché rappresenta una sfida all’Unione Europea nella sua forma attuale, non all’Europa in quanto tale.” (ppc)

Tre motivi per cui Syriza non si alleerà con il M5S

di Jamie Mackay

14/01/2015

Le ipotesi circa una possibile alleanza tra Syriza e il Movimento Cinque Stelle sono superficiali e radicalmente sbagliate.

Alcuni giornalisti, negli ultimi mesi, si sono sforzati di mettere in relazione Syriza e il Movimento 5 Stelle sulla base del comune euroscetticismo. Tale generico accostamento è, nella migliore delle ipotesi, superficiale, e si basa sul mancato riconoscimento delle notevoli incompatibilità tra le due forze. Di seguito sono elencati tre motivi in virtù dei quali difficilmente Tsipras potrà trovare un terreno comune con il movimento populista guidato da Beppe Grillo.

1. Grillo è impegnato nel tentativo di distruggere la moneta unica. Tra tutti i partiti “euroscettici”, il Movimento 5 Stelle è quello che si oppone all’Euro in modo più esplicito. In Italia, Grillo sta organizzando un “referendum popolare” nella speranza di forzare un’uscita dell’Italia, mentre a Bruxelles [i cinque stelle] si sono posti alla guida di un attacco frontale alla moneta unica. Syriza, d’altra parte, è stata altalenante sulla questione, ma non più tardi della scorsa settimana ha sottolineato di “sostenere l’Euro”. Anche nella sfortunata circostanza di un Grexit è evidente che le rispettive idee in tema di relazioni internazionali sono inconciliabili.

2. I sostenitori di Grillo vedono Syriza come espressione della “classe politica”. Dal punto di vista dei rappresentanti, notoriamente chiassosi, del M5S in Europa, Syriza è solo l’ennesima manifestazione della “classe politica” con una burocrazia e una struttura gerarchica “vecchia maniera” che contrasta nettamente con la loro utopia cyber-democratica. Analogamente, il keynesismo di Tsipras è incompatibile con l’ “alter-liberismo” del M5S […]

•3. Grillo ha alcune cattive compagnie. Al di fuori dell’Italia esiste ancora una preoccupante tendenza ad equivocare il movimento di Grillo vedendolo come una forza della sinistra radicale. Ciò è del tutto fuori luogo. Come ha brillantemente argomentato il noto collettivo letterario italiano Wu Ming durante le ultime elezioni generali [2013], il movimento deve essere considerato un difensore del sistema piuttosto che un suo oppositore. Nel frattempo, a Bruxelles, i più importanti alleati di Grillo sono stati fino a questo momento Nigel Farage, leader dell’UKIP, e Marine Le Pen del Front National: l’estrema destra. L’idea che Syriza possa trovare un’intesa con questi partiti è assurda.Considerati nell’insieme, i punti di cui sopra dimostrano i rischi insiti nell’usare il termine-ombrello “euroscetticismo”. Non diversamente da “anti-sistema” o “antipolitica”, il termine non ha significato univoco, e il suo uso dovrebbe sempre essere subordinato a più fondamentali distinzioni politiche, compresa quella tra destra e sinistra. Mente il dibattito prosegue, il presunto euroscetticismo di Syriza deve essere tenuto distinto da quello di Grillo e Farage perché rappresenta una sfida all’Unione Europea nella sua forma attuale, non all’Europa in quanto tale.

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Link all’articolo originale:

http://www.precariouseurope.com/blog/three-reasons-syriza-wont-ally-with-m5s

Written by pierpaolocaserta

marzo 14, 2015 at 11:15 am

Pubblicato su Unione Europea

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Se la Germania vuole sostituirsi all’Europa

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Andreas Takis e George Pavlakos | Open Democracy

11/03/2015

(traduzione di Pier Paolo Caserta)
Schäuble sembra essere convinto che i popoli d’Europa abbiano accordato un mandato per attuare le politiche di austerità care al governo tedesco. Da cosa gli deriva tale certezza?

I recenti sviluppi della politica europea che hanno fatto seguito alle elezioni greche hanno gettato luce su un aspetto interessante del ruolo del governo tedesco all’interno del sistema politico dell’Unione europea. Si direbbe che il governo tedesco percepisca se stesso come se operasse nell’ambito di un mandato europeo per l’attuazione delle politiche di austerità. Non c’è alcuna ragione per dubitare che questa percezione sia genuina, mentre non è altrettanto chiaro quali siano le ragioni che la supportano.

In un recente scambio di opinioni con il suo omologo greco, a Berlino, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha fatto notare che il governo greco non è il solo ad essere sostenuto da un mandato democratico, lo sono anche tutti gli altri governi nazionali. Ciò corrisponde a verità. Quello che invece sconcerta è la convinzione di Schäuble che i popoli d’Europa abbiano conferito un mandato per le politiche di austerità care al governo tedesco.

Da dove gli deriva tale certezza? Tanto per cominciare, non può far riferimento ad alcun mandato ricevuto dal Parlamento europeo, perché nessuno hai mai chiesto al Parlamento di votare sulle misure di austerità. Al contrario, il Parlamento ha semmai dichiarato l’illegittimità della troika dal punto di vista della legislazione comunitaria. In alternativa, potrebbe avere in mente un mandato generato dai rappresentanti dei governi nazionali a livello delle istituzioni dell’Unione europea. Ma difficilmente si sarebbe disposti a descrivere come democratica una qualsiasi decisione presa all’interno degli attuali organi composti dai rappresentanti dei governi nazionali.

Il carattere antidemocratico del coordinamento delle decisioni nazionali come mezzo per ratificare le misure riproduce uno specifico meccanismo legislativo internazionale di accordo – e cioè, un dispositivo basato sul reciproco interesse piuttosto che sulla comune adesione ad una struttura politica unificata. Mancano quindi ab initio gli elementi di “égalité” e “fraternité” necessari ad una struttura decisionale i cui risultati siano applicabili, sulla base di principi di equità politica, a tutti i membri del corpo comune.

Per altro, questo svilimento della governance condivisa, ridotta a mero accomodamento internazionale, oscura il fatto che coloro i quali prendono parte all’accordo si trovano in una posizione tutt’altro che paritetica: acconsentire di fronte alla prospettiva di una violenta bancarotta, che è quanto oggi si chiede alla Grecia di fare, proprio non può essere considerato un patto tra eguali. Più l’Unione europea poggia su tali meccanismi, più regredisce al livello di una mera alleanza, piuttosto che evolvere nella forma della cooperazione politica.

Non può essere irragionevole chiedere una diversa soglia di legittimazione per quelle politiche che pretendono di vincolare l’intera Unione europea. La questione se tali politiche richiedano una piena legittimazione democratica costituisce un prius logico rispetto alla questione se l’Unione europea sia un meccanismo di accordo tra governi nazionali o una genuina comunità politica.

Compiere il ragionamento inverso, e cioè postulare che la natura dell’Unione europea consista nell’essere un meccanismo di accordo e, a partire da qui, industriarsi a dedurne una conclusione sul livello richiesto di legittimazione, è solo un esercizio di cinismo. La questione della legittimazione è prioritaria perché non è una variabile: si richiede lo stesso livello di legittimazione democratica di fronte a tutti quelli che sono vincolati dalle decisioni politiche rilevanti. La questione della natura delle istituzioni è invece contestuale: deve consistere nell’interpretare e disegnare il progetto europeo in modo tale che soddisfi gli standard invariabili della legittimazione democratica.

Si sono avuti alcuni segnali che sembrano testimoniare l’esigenza di evolvere verso una polis europea pienamente legittimata. Il recente rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e il suo mandato al presidente della Commissione europea sono due esempi notevoli in questo senso. Ma bisogna fare ancora di più. Ogni politica che pretenda di vincolare i popoli d’Europa deve in ultima analisi essere soggetta ad un mandato democratico europeo.

In questo quadro, la presa di posizione della Grecia contro il meccanismo dell’austerità non dovrebbe essere riguardata come una richiesta di deroga da una decisione democratica che vincola anche tutti gli altri. Deve, piuttosto, essere meglio inteso come un invito a stabilire prima di tutto se questa (e qualunque altra) politica soddisfi il requisito della soglia necessaria affinché tutti in Europa siano vincolati.

Il compito è molto impegnativo. Richiede che siamo pronti a riesaminare i limiti delle nostre istituzioni e preparati a rimodularle. Mostra, inoltre, che il mandato democratico ricevuto da qualunque governo nazionale potrebbe essere insufficiente a rappresentare i popoli d’Europa; e questo rimane vero anche quando accade che il governo in questione – come la Germania, nello specifico – amministri il potere economico dell’Europa.

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Titolo originale: ‘Germanies’ in lieu of Europe

https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/andreas-takis-george-pavlakos/%27germanies%27-in-lieu-of-europe

Written by pierpaolocaserta

marzo 12, 2015 at 3:04 pm

Pubblicato su Germania, Open Democracy, Unione Europea

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Iglesias (Podemos): l’austerità sta alimentando la crescita dell’estrema destra anti-immigrazione

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Iglesias, secretary-general of Spanish anti-austerity party Podemos (We Can), speaks during a meeting in Madrid

“L’Europa deve mettere un freno alle sue politiche di austerità, o vedrà i movimenti di estrema destra continuare a crescere e portare una minaccia reale alla democrazia.” È quanto ha dichiarato Pablo Iglesias, leader di Podemos, il partito spagnolo che, come Syriza in Grecia, cerca di offrire un’alternativa di sinistra alle politiche di austerità.

In un’intervista rilasciata a Reuters, Iglesias, il 36enne leader di Podemos, partito che alcuni sondaggi elettorali danno al primo posto, amplia la sua analisi, aggiungendo che ogni eventuale coalizione tra centro-destra e centro-sinistra non farebbe che prolungare le politiche che hanno condotto la Spagna al disastro economico.

A livello europeo, la stanchezza nei confronti delle politiche di austerità ha reso gli elettori europei sensibili alla retorica anti-immigrazione dei partiti di destra […]Sebbene l’estrema destra non abbia guadagnato molto terreno in Spagna – dove il malcontento ha preso piuttosto la forma dei movimenti anti-capitalistici e anti-sistema – Iglesias si è detto preoccupato della crescente attrazione esercitata da movimenti come Alba Dorata in Grecia e il Front National in Francia.

“È molto importante accettare la mano tesa di chi, come noi, è a favore dell’Europa, di quelli che difendono il progetto europeo.”Altrimenti, “forse, nel giro di un anno, Marine Le Pen (leader dell’estrema destra francese) avrà un seggio all’eurogruppo. E bisognerebbe chiedere alla Merkel se preferisca sedersi accanto a Marine Le Pen o a me.”

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Fonte: Julien Toyer, Inmaculada Sanz e Carlos Ruano per Reuters, nella mia traduzione.

Written by pierpaolocaserta

marzo 9, 2015 at 5:51 pm

Pubblicato su Spagna, Unione Europea

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