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La petizione pro-Venezuela raggiunge quota 8 milioni di firme

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Redazione | Axis of Logic
6 aprile 2015

In Venezuela, una petizione contro le recenti sanzioni del presidente Barack Obama e la classificazione del Venezuela come minaccia per la sicurezza nazionale ha raggiunto quota 8 milioni di firme.

Il 9 marzo scorso, il presidente Obama aveva emesso un ordine esecutivo nel quale si annunciava “un’emergenza nazionale con riguardo all’insolita ed eccezionale minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti posta dalla situazione in Venezuela.”

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha ringraziato tramite il suo account Twitter i sostenitori che hanno chiesto ad Obama di “ritirare il decreto”. Le firme saranno consegnate durante il Summit delle Americhe che si aprirà a Panama alla fine di questa settimana e al quale parteciperanno tutte le nazioni dell’emisfero.

La crescente ostilità degli USA nei confronti del Venezuela sarà con ogni probabilità uno dei temi più caldi del Summit, al quale dovrebbe partecipate anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Milioni di persone si sono inoltre riversate su Twitter per esprimere la propria opposizione all’aggressione degli Stati Uniti. Secondo quanto reso noto la scorsa settimana, almeno cinque milioni di tweet in 105 Paesi avrebbero richiesto la revoca delle misure.

Il governo ha inoltre trovato un ampio supporto nell’arena internazionale. Molti latino-americani di primo piano hanno espresso sostegno al governo, democraticamente eletto, del presidente Maduro, compreso l’ex presidente uruguaiano Jose Mujica e il Nobel per la pace Rigoberta Menchu.

A marzo, tutti e 33 i Paesi membri della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) hanno espresso la loro contrarietà all’iniziativa del governo degli Stati Uniti, ed altri organismi regionali, compresa l’UNASUR (Unione delle nazioni sudamericane) hanno fatto lo stesso.

Non bastasse ciò, anche il gruppo G77+Cina, comprendente 134 Paesi, ha formulato un pronunciamento che respinge l’ordine esecutivo del presidente Obama contro il Venezuela.
La scorsa settimana, in tutta risposta, Roberta Jacobson, sotto-segretario statunitense per l’America Latina si è detta “amareggiata” per le dimensioni del sostegno manifestato al Venezuela a seguito delle recenti sanzioni.

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Link all’articolo originale:
http://axisoflogic.com/artman/publish/Article_69922.shtml

Written by pierpaolocaserta

aprile 7, 2015 at 7:41 pm

Pubblicato su America Latina, Venezuela

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Il Brasile si pone alla guida del tentativo di impedire una nuova, insensata guerra

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Un approccio non muscolare alle relazioni internazionali è possibile, la dimostrazione viene dal Brasile. Articolo di Mark Weisbrot su Folha de São Paulo del 1 marzo, che propongo nella mia traduzione dall’inglese (ppc)

Il ministro degli esteri brasiliano, Antonio Patriota, ha rilasciato una dichiarazione coraggiosa e molto importante, la scorsa settimana, circa la minaccia crescente di un attacco militare contro l’Iran. Ha chiesto al segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon di soppesare la legittimità delle minacce agitate di un attacco militare contro l’Iran.

“Si sente a volte l’espressione ‘tutte le opzioni sono sul tavolo.’ Tuttavia, alcune azioni sono contrarie al diritto internazionale “, ha dichiarato Patriota. Tra coloro i quali continuano a ripetere che “tutte le opzioni sono sul tavolo,” con riferimento all’Iran, vi sono vari funzionari americani e israeliani e, soprattutto, lo stesso Presidente Obama.
E tutti sanno che cosa si intende quando si dice che  “tutte le opzioni sono sul tavolo”: significa che ci si riserva il “diritto” di bombardare l’Iran se non si ottiene ciò che si vuole per vie non militari, comprese le sanzioni economiche.

Ma una simile azione sarebbe davvero “contraria al diritto”, come suggerisce Patriota. In realtà, è un crimine molto grave ai sensi del diritto internazionale, e una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite (articolo 2). Anche la minaccia di usare la forza militare contro un altro Stato membro delle Nazioni Unite – come hanno fatto il Presidente Obama e il governo israeliano – costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Qui negli Stati Uniti, i media, specialmente i maggiori media televisivi e radiofonici con l’audience più vasto – hanno reiterato la propaganda di guerra contro la “minaccia” proveniente dall’Iran, producendo virtualmente una riedizione della fase di preparazione dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Il Congresso degli Stati Uniti, guidato dai neoconservatori e dalla lobby (israeliana) AIPAC, ha esercitato pressioni per ridimensionare le soluzioni diplomatiche. Una risoluzione attualmente all’esame del Senato degli Stati Uniti incoraggia l’azione militare contro l’Iran per il solo fatto che avrebbe la “capacità” di produrre un’arma nucleare – quando  il Brasile, l’Argentina, il Giappone ed altri paesi che perseguono programmi energetici pacifici hanno già tale capacità.

E tutto questo nonostante l’Iran sia in conformità del trattato di non proliferazione nucleare,comprese le ispezioni richieste, e non abbia mostrato alcuna intenzione di violare il trattato. Inoltre, il parere condiviso delle sedici agenzie di intelligence americane, come ha riferito sabato il New York Times, è che “non ci sono prove concrete che l’Iran abbia deciso di costruire una bomba nucleare”.
È di vitale importanza che le nazioni che hanno interesse a mantenere la pace, in un mondo governato secondo i trattati internazionali e mediante l’uso della diplomazia – piuttosto che con la forza – facciano sentire la loro voce, come ha fatto il Brasile, prima che abbia inizio una guerra.

Le affermazioni di Patriota sono di fondamentale importanza. C’è ancora molto da fare. Il Brasile potrebbe lavorare con il gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) ed UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane) per ottenere ulteriori dichiarazioni ed impegni. Questi gruppi, e i paesi membri che li formano, possono rilasciare dichiarazioni su come reagirebbero nell’eventualità che uno Stato sferrasse un attacco militare non provocato contro l’Iran. Per esempio, potrebbero impegnarsi a richiamare i loro ambasciatori da tale paese; a rompere le relazioni diplomatiche, o a rivedere le loro relazioni commerciali, con la possibilità di sanzioni economiche specifiche.

È un impegno che vale la pena di assumersi, per evitare l’ennesima guerra non necessarie con le sue inevitabili atrocità

Foto: Reuters. Versione in inglese dalla quale ho effettuato la traduzione:

http://www.commondreams.org/view/2012/03/01-5

Written by pierpaolocaserta

marzo 3, 2012 at 5:32 pm

Un colpo di Stato molto tradizionale

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HONDURAS_manifestante ferito

Maurice Lemoine su Le Monde Diplomatique

La reazione è stata unanime, dall’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) alle Nazioni Unite, dall’Unione Europea al presidente Barack Obama. Tutti hanno condannato, senza attenuanti, il colpo di Stato del 28 giugno che ha deposto il capo di Stato honduregno Manuel Zelaya, deportandolo con la forza in Costa Rica. Miguel d’Escoto, presidente dell’Assemblea Generale delle Naazioni Unite, ha chiesto che Zelaya fosse immediatamente reintegrato nella carica e nelle funzioni per le quali era stato nominato dal volere popolare; nessun’altra opzione sarebbe stata accettabile per la comunità internazionale.

Sono stati sollevati dei dubbi sulla legittimità di Zelaya. Si è detto che ha cercato, in modo incostituzionale, di modificare la costituzione del 1982 in modo da poter ottenere un ulteriore mandato alle elezioni presidenziali del 29 novembre. Ma questo non è vero. La costituzione rimane in vigore fino a nuovo ordine e il capo di Stato non può candidarsi per essere rieletto. Con 400.000 firme a sostenerlo, Zelaya aveva programmato di organizzare un sondaggio, il giorno delle elezioni, per vedere se gli honduregni volessero o meno, prima o poi, la convocazione di un’Assemblea Nazionale Costituente.

Una caratteristica peculiare dell’attuale costituzione è che contiene una quantità di articoli scolpiti nella pietra, compreso l’articolo 4, che vieta la rielezione del presidente e che non può essere modificato per alcun motivo – una legge curiosa da imporre al popolo, che dovrebbe essere la fonte di tutti i poteri statali. Zelaya non è stato rimosso perché cercava di farsi rieleggere, ma perché stava prendendo in considerazione modifiche alla Carta fondamentale.
Egli ha commesso tre grossi errori: partendo da una base radicata nel Partito Liberale di centro destra, ha rafforzato i suoi legami con con l’elite politica ed economica al potere, ha aumentato il salario minimo del 60% e si è unito all’Alleanza Boliviana per le Americhe (ALBA), che comprende Bolivia, Cuba, Ecuador, Venezuela e altri che invocano una rottura con il neo-liberlismo. La destra ha semplicemente attaccato l’anello debole della catena.

Il presidente George Bush sostenne il tentativo di rovesciare Hugo Chavez in Venezuela nell’aprile del 2002; il presidente Barack Obama si è unito alla condanna dell’uomo che ha guidato il putsch honduregno, Roberto Micheletti. Ma mentre Obama dichiarava che Zelaya era l’unico presidente dell’Honduras, il suo segretario di Stato Hillary Clinton suggeriva che il presidente del Costa Rica Oscar Arias potesse svolgere il ruolo di mediatore, lasciando la sinistra e il centro-sinistra dell’OAS fuori da questo quadro.

Potenti forze anti-Zelaya sono al lavoro a Washington. Il Pentagono ha una base militare molto importante dal punto di vista strategico in Honduras, a Palmerola. Ha già perso una base a Manta in Ecuador (un membro dell’ ALBA), che è stata chiusa su richiesta del presidente, Rafael Correa. Hugo Llorens, ambasciatore ameicano in Honduras nominato da Bush nel settembre 2008, è stato direttore degli Affari andini nel Consiglio Nazionale di Sicurezza nel 2002 e 2003, occupandosi del Venezuela al tempo del colpo di Stato. Proprio alla vigilia del 28 giugno, ha preso parte a un incontro con “le autorità militari e i leader dell’opposizione”.

Zelaya ha rifiutatao la proposta di Arias di un governo di riconciliazione nazionale – che prevedeva il reinserimento di Zelaya come presidente ma senza alcun potere reale. Lo stesso ha fatto Micheletti Micheletti, con grande fastidio della Clinton, che gli ha offerto una possibilità di emergere dalla crisi in pole position. È una doppiezza di Washington oppure una differenza nell’atteggiamento della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato/Pentagono? Se l’ordine non verrà ristabilito, e/o l’Honduras soccomberà alla violenza, la reputazione di Obama in America Latina ne uscirà seriamente danneggiata, sebbene fosse stato accolto con simpatia e speranza.

* tradotto dall’edizione in lingua inglese

Fonte della foto: Giornalismo Partecipativo

I dimostranti chiedono il ritorno del presidente honduregno Manuel Zelaya

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HONDURAS

Fonte: The Guardian, 29/06/2009; autore: Rory Carrol

Ieri in Honduras dimostranti hanno eretto blocchi stradali nella capitale, Tegucigalpa, chiedendo il ritorno del presidente, Manuel Zelaya, ore dopo che era stato rimosso da un golpe militare.

Centinaia di persone, alcune delle quali indossavano maschere, e armate di bastoni, hanno eretto barricate vicino al palazzo presidenziale mentre i governi di tutta la regione condannavano il primo colpo di Stato militare in America centrale dalla fine della guerra fredda.

Ciò che è stato fin ora un golpe senza spargimento di sangue potrebbe ancora diventare letale.

La notte scorsa sono stati sparati colpi vicino il palazzo presidenziale ma non era chiaro chi stesse sparando e se ci siano stati feriti.

Ieri mattina i soldati hanno sequestrato Zelaya, che erra in pigiama, e lo hanno portato in aereo nel vicino Costa Rica.

Il 56enne presidente, che è apparso scompigliato ma calmo, ha affermato di essere stato espulso “da oligarchi di destra” e ha promesso di ritornare in Honduras.

Zelaya, che è stato in carica dal 2006, è stato estromesso dopo essersi scontrato col potere giudiziario, con il congresso e con l’esercito, per aver proposto delle modifiche costituzionali che avrebbero permesso al presidente di ottenere la rielezione.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea si sono uniti ai governi dell’America Latina nel denunciare il colpo di Stato.

In Honduras, comunque, l’establishment si è stretto intorno all’azione dell’esercito.

Il Congresso ha nominato un presidente ad interim, Roberto Micheletti, che ha annunciato un immediato coprifuoco per le notti di domenica e lunedì. Il principale tribunale del Paese ha detto di aver autorizzato la caduta del presidente.

Le proteste a Tegucigalpa sono state di piccolo conto, ma i civili ribelli hanno gridato insulti  alla volta dei soldati che occupavano il palazzo presidenziale. Molti honduregni che sono profondamente divisi su Zelaya, sono rimasti a casa.

Il leader deposto avrebbe dovuto incontrare oggi gli alleati di sinistra in Nicaragua per un vertice d’emergenza, che verosimilmente sarebbe stato dominato dal mentore di Zelaya, il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Chávez ha messo le truppe venezuelane in allerta e ha giurato di fare tutto ciò che si renderà necessario pur di restaurare il suo alleato che secondo lui potrebbe essere stato estromesso per mano di Washington.

Gli analisti, comunque, hanno espresso dubbi sul fatto che egli abbia davvero la volontà o la capacità necessarie per un intervento militare.

Il presidente americano, Barack Obama, ha preso le distanze da qualsiasi coinvolgimento nel colpo di Stato.

“Qualsiasi tensione o controveria esistente deve essere risolta pacificamente attraverso il dialogo, senza alcuna interferenza esterna- ha dichiarato Washington ha anche detto di riconoscere solo Zelaya come presidente.

Honduras, un esportatore molto impoverito di caffè, tessuti e banane, è stato politicamente stabile dalla fine del  governo militare nei primi anni Ottanta. È stato un solido alleato di Washington nella Guerra fredda e ancora oggi ospita una base militare americana.

Zelaya, un ricco e brillante proprietario terriero,  è stato eletto in qualità di conservatore ,ma negli ultimi due anni ha abbracciato il “socialismo del 21esimo secolo” di  Chávez.

Era popolare tra molti dei poveri honduregni, ma il suo indice di approvazione complessivo era sceso al 30%.

La scorsa settimana, Zelaya aveva provato a buttare fuori il comandante in capo delle forze armate, General Romeo Vasquez, a seguito di una controversia per il tentativo di far tenere un referendum non ufficiale per modificare la costituzione e consentire di estendere il mandato presidenziale oltre un singolo mandato di quattro anni.

Per la costituzione così come essa è, Zelaya avrebe dovuto lasciare l’incarico all’inizio del 2010.

La corte suprema, che la settimana scorsa gli aveva ordinato di reintegrare Vasquez, ha dichiarato ieri di aver detto all’esercito di rimuovere il presidente.

Written by pierpaolocaserta

giugno 29, 2009 at 9:08 am

E’ arrivato il momento di dare delle risposte

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Continua il pressing di Geoff Andrews nei confronti di Silvio Berlusconi. Andrews, scrittore e giornalista esperto di cose italiane, aveva già pubblicato su OpenDemocracy dieci ulteriori domande rivolte aòl cavaliere, oltre a quelle che il quotidiano La Repubblica aveva proposto per tre settimane.

Le dieci domande di Andrews hanno suscitato una gran mole di interventi e commenti: “Molti di questi commenti, scrive Andrews, “indicano una sete di partecipazione civica, per una discussione approfondita dei problemi dell’Italia e per un’azione concreta tesa a restaurare la democrazia e la vita pubblica nel Paese”

“Denotano anche imbarazzo, persino vergogna, per l’immagine che Berlusconi ha imposto all’Italia. Alcuni tra coloro che sono intervenuti hanno inoltre sottolienato i pericoli reali per la democrazia; altri esortano i loro connazionali a”svegliarsi”. Quasi tutti condividono il timore sulla strada che l’Italia sta imboccando, dovendosi confrontare con una decl,inante credibilità internazionale”

“Il rifiuto di Berlusconi’di rispondere a fondamentali domande sulla sua condotta”, prosegue Andrews, “è diventata largamente una  questione di interesse pubblico”.

In ogni caso, le critiche, osserva l’autore, hanno iniziato a sortire qualche effetto, che è diventato visibile con le elezioni per il parlamento europeo del 6 e 7 giugno: “con un risultato inferiore alle attese, Il Popolo della Libertà (PdL)  di Berlusconi ha ottenuto il 35% dei voti, un calo rispetto al 37.3% che aveva ottenuto alle elezioni generali del 2008.”.

La condotta di Berlusconi, inoltre, non deve interessare soltanto l’Italia, poiché essa ha anche “importanti ripercussioni internazionali. Silvio Berlusconi volerà verso la Casa Bianca per incontrare Barack Obama il 15 giugno. Ospiterà il vertice del G8 a L’Aquila dall’8 al 10 luglio.La calura estiva è in aumento, come anche la pressione politica. È arrivato il momento di dare delle risposte”.

Written by pierpaolocaserta

giugno 9, 2009 at 1:17 pm

Com’è possibile che il gaffeur Berlusconi sia così popolare in patria?

with one comment

Dall’edizione online del Money Week di oggi:

Silvio Berlusconi, il 72enne primo ministro italiano, è largamente visto come un “buffone”, scrive Richard Owen su The Times, eppure la sua ultime gaffe – il suggerimento ai senzatetto del terremoto in Abruzzo di considerarsi in vacanza – solleva la domanda del perché gli italiani lo abbiano eletto non una volta sola, ma tre. La sua capacità di fare gaffe è straordinaria, concorda Jenny McCartney su The Sunday Telegraph. Nell’arco di due settimane è riuscito prima a far “irritare la regina” urlando per chiamare Barack Obama subito dopo la foto di gruppo del G20, poi a snobbare Angela Merkel chiacchierando al cellulare mentre lei lo aspettava per dargli il benvenuto. Poi c’è stata quella volta che ha apostrofato il neoeletto presidente Obama “giovane e abbronzato” e, ancora, quando provò a invogliare un gruppo di investitori a New York parlando delle “belle segretarie italiane”, ricorda Tana de Zulueta su The Guardian.

Ma “Berlusconi il gaffeur fa notizia all’estero, non in patria”, in parte per il suo controllo sulla stampa. Grazie al suo gruppo televisivo, Mediaset, Berlusconi e la sua famiglia controllano tre reti televisive nazionali, due giornali, una quantità di riviste, la più grande catena di cinema e la maggiore casa editrice italiana. Lo stile di governo di Berlusconi “ricorda qualcosa di quello di Mussolini”, dice Owen: egli ha “usato il suo potere per garantirsi l’immunità dalla persecuzione giudiziaria e spesso governa per decreto”. Ma ci sono anche molti italiani che trovano le sue “pagliacciate” accattivanti e lo ammirano perché dice quello che pensa. E ad essere onesti, il presidente del Consiglio ha risposto piuttosto bene alla crisi, secondo The Economist. Ha annullato un vertice a Mosca per occuparsi del terremoto e confortare le vittime.

La perdurante popolarità di Berlusconi “mostra una verità generale della politica”, dice McCartney, e cioè che “un politico estroverso che sia spudorato sulle sue debolezze può ottenere molto di più di quanto un tipo rispettabile, guidato dai sensi di colpa possa mai sognare. ” (Alan Clark). Ciò che è davvero sconcertante è che gli italiani abbiano permesso a un personaggio del genere di rappresentarli così a lungo sulla scena internazionale.

Written by pierpaolocaserta

aprile 17, 2009 at 7:17 pm

Problema palestinese: la politica dell’amministrazione Obama non segna alcuno scarto significativo rispetto al passato

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Mentre i segnali di discontinuità di Barack Obama all’interno sono molto tangibili, la nuova amministrazione non sta lasciando presagire alcuno scarto apprezzabile rispetto alla precedente neoconservatrice in merito al nodo del conflitto israelo-palestinese. Il vertice di Sharm Al-Sheikh, dominato dalla figura di Hillary Clinton, ha anzi confermato il tradizionale, incondizionato supporto degli Stati Uniti alla politica di potenza israeliana, il rifiuto di coinvolgere Hamas a qualsiasi titolo nei negoziati di pace ma soprattutto la sostanziale indifferenza alle proposte che provengono dal mondo arabo moderato. Riporto di seguito alcuni passaggi di un articolo del Washington Post scritto nell’imminenza del vertice e molto critico verso la strategia americana.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce del Dipartimento di Stato A. Wood, lunedì gli Stati Uniti prometteranno 300 milioni in aiuti umanitari per la popolazione di Gaza dopo la Guerra di 22 giorni con Israele ma manterranno restrizioni per evitare che gli aiuti raggiungano Hamas.

Il Segretario di Stati Hillary Rodham Clinton, partecipando a una conferenza internazionale  [a Sharm Al-Sheikh] per raccogliere fondi per la Striscia di Gaza, annuncerà anche lo stanziamento di 600 mlioni di dollari all’Autorità Palestinese, che è controllata da Fatah, un rivale di Hamas dominante nella regione del West Bank.

(…) Nel complesso, questi provvedimenti sottolineano quanto poco la politica dell’amministrazione Obama nei confronti del problema palestinese si differenzi dall’approccio dell’amministrazione Bush.

Sebbene Obama abbia nominato un inviato per il Medio Oriente, un passo al quale il presidente George W. Bush si era opposto, la politica che sarà tracciata alla conferenza indica che, non diversamente dalla precedente amministrazione, l’amministrazione Obama manterrà un atteggiamento duro nei confronti di Hamas, cercando di supportare i rivali del movimento islamista e mantenendo una fredda distanza dagli sforzi nascenti di creare un governo di unità palestinese. “Hamas non avrà nulla di questi soldi,” ha sottolineato Wood.

(…) Le autorità palestinesi sperano di raccogliere quanto più possibile dei 2,8 miliardi di aiuti umanitari e per la ricostruzione di Gaza. Ma non è affatto chiaro se questi fondi raggiungeranno mai Gaza. Israele mantiene uno stretto controllo dei confini di Gaza e non permetterà l’ingresso di nulla che crede potrebbe essere usato da Hamas per riarmarsi. Israele vieta o limita l’importazione di cemento, tubi d’acciaio e altri materiali necessari per la ricostruzione.

Organizzazioni umanitarie internazionali e Hamas hanno chiesto l’apertura dei confini, affermando che la chiusura penalizza ingiustamente i civili di Gaza. Ma la posizione degli Stati Uniti sugli aiuti umanitari è analoga all’atteggiamento di Israele.

(Glenn Kessler sul Washington Post, 2/3/2009. Foto: Daily News)

Written by pierpaolocaserta

marzo 4, 2009 at 3:50 pm

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